cartoline dai pesci rossi molle(skine): diario morbido

Al mio primo appuntamento Beppe Saronni è andato in fuga dalla parte sbagliata

6 luglio 1982
Oggi è il giorno della partenza e io mi sveglio avvolto nel lenzuolo, con un sacco di pieghe sulla faccia. Mio padre lo dice sempre che sono spiegazzato, anche se non è proprio-proprio vero. Lo dice lui, ma ci sono delle cose che, anche se le dice lui, e anche se lui è mio padre, ugualmente non sono vere. Lui, per esempio, aveva detto che il Brasile ce ne avrebbe fatti quattro. E invece, invece paolorossi. Alla fine si è rimangiato tutto e ha ripetuto che lui l’aveva sempre detto, che qui si aspettava solo paolorossi, così, tutto attaccato, paolorossi per vincere il mundial.
Io ho passato l’esame di terza media. Sono a posto con la coscienza. Mia madre ha gli occhi azzurri. Si capisce tutto, da quegli occhi. Lo so che in fondo è contenta di me, anche se non lo può dire, anche se deve fare la parte di quella arrabbiata.
Tuttavia, la sola cosa che, davvero, già non sopporto in questo luglio soffocante, dove tutti sono obbligati a essere felici (sì, esatto, felici per via di paolorossi), è il mio coetaneo e vicino di casa, con il suo InMotron a tre marce, che da una settimana – cioè da quando glielo hanno regalato – non fa altro che andarsene rumorosamente in giro per il cortile del condominio. Perché non ha ancora compiuto 14 anni. A 14 anni, uscirà con l’InMotron per andare in paese a rimorchiare quelle di seconda, già me lo immagino.

Nella scena in cui Luke Skywalker entra in possesso dei druidi e C1 proietta il suo olofilm, quello in cui la principessa Leila chiede aiuto a Kenobi, la prima volta dice: “Aiutaci, sei la nostra sola speranza”. Poi, però, in seguito diventa: “Aiutaci, sei la nostra unica speranza”. Sapere questa cosa non mi è servito granché all’esame. Eppure.

Come al solito, l’unica che mi aveva spiegato le cose con una certa chiarezza era stata la nonna: ottimo significava motorino tubolare, distinto motorino semplice, buono possibilità di utilizzo del Ciao di mia sorella, discreto una somma di denaro non meglio specificata. Basta così. Il mio sufficiente non era stato contemplato. Solo che mi hanno chiesto di Quintino Sella. Io so delle altre cose, per sempio che il personaggio più rappresentato al cinema è Sherlock Holmes, che è presente in più di duecento film. Ma loro niente, si sono intestarditi con Quintino Sella e pazienza. Come capita a tutti gli altri appiedati, anche a me fin qui non è restato altro da fare che rimanere qui a bocca aperta, a bordo della mia vecchia bici da cross, con il numero attaccato sul manubrio e il cambio che non funziona più sulla canna. Voglio bene alla mia bici, ma diciamolo: onestamente ben poche cose possono reggere il confronto con il leggendario InMotron 2500. La mia bici non è tra quelle. Si potrebbe discutere moltissimo su quel “2500”, che è una specifica emersa solo dopo, un numero che nessuno di noi sapeva bene cosa indicasse, ma che sospettavamo, senza avere il coraggio di dirlo apertamente, fosse solamente un adesivo che il mio vicino aveva appiccicato sul carburatore di sua spontanea iniziativa.
Intanto la Cesira, che normalmente sarebbe una vedova ottantacinquenne molto devota, che abita al quarto piano, ha cominciato a imprecare. L’ho sentita con le mie orecchie. Il rombo dell’InMotron sotto le finestre, nel primo pomeriggio, è troppo anche per lei.

Comunque, almeno da oggi, 6 luglio 1982, il quartiere, i vicini, la Cesira e l’InMotron, posso metterli temporaneamente da parte, sino alla fine del mese. Perché, potrebbe cascare anche il cielo, come sostiene il capo villaggio di Asterix, quello con un nome impronunciabile, o persino la DC, come si augura spesso mio nonno (qui sotto ritratto in una foto-ricordo dell’anno scorso mentre si appresta, nel retro del ristorante della nostra Festa dell’Unità, a spiegare a Berlinguer cosa pensa della scala mobile), noi-saremo-in-vacanza-al-mare.

Tutto merito del pediatra che tre anni fa ha detto che per le mie tonsille era necessario che mi portassero al mare. E mentre lo diceva guardava gli occhi azzurri di mia madre e aggiungeva che, inoltre, il sole avrebbe fatto risaltare la bellezza delle sue lentiggini (di mia madre). 
Lentiggini o meno, credo che mio padre non sia molto felice quando deve caricare all’inverosimile la nostra indistruttibile 500 gialla, prima di fare rotta verso il Tirreno.
Io al mare ci vado volentieri, anche solo per la prospettiva di incontrare ancora una volta gli amicidelmare. Al mare, infatti, ho scoperto com’è possibile inventarsi tutta un’altra vita, rispetto a quella vera. 

Il mio migliore amicodelmare si chiama Adriano. Lo scorso anno gli ho detto che mio padre conosce di persona Bruno Conti. Lui ci ha creduto. Spero che se ne sia dimenticato, anche se non credo. Penso che dovrò inventarmi qualcos’altro.

11 luglio 1982, primo pomeriggio
La mattina se ne è volata via in fretta. Sarà che mi sono alzato alle undici e mezzo e non ho avuto nemmeno il tempo di finire la colazione che era già ora di pranzo. Mio padre, che è tornato a casa nostra perché a lui il mare non piace. Verrà nuovamente questa sera, anche se dice che ci sarà poco da festeggiare perché i tedeschi, i tedeschi chi li ammazza quelli. Mia madre è andata a Messa e io ho promesso, sapendo già di mentire, che ci sarei andato alla sera. Mia sorella è andata con lei, ma ha preteso di poter mettere, sotto la gonna, i ridicoli collant rossi che le hanno regalato a Natale. Vorrebbe somigliare a una santarellina, ma io so che le piace un tizio che alla domenica fa il chierico in chiesa.
Ha appena chiamato Adriano. Per fortuna non mi ha ancora chiesto nulla su Bruno Conti. Quest’anno ha deciso di occuparsi principalmente di femmine ed è convinto che io debba seguirlo in questa sua nuova attività. Non che a me importasse più di tanto, all’inizio. Ma devo ammettere che che alcune di quelle che abbiamo conosciuto in spiaggia, in questi giorni, sono meglio di mia sorella e delle sue solite compagne. Adriano si è gasato moltissimo. Tanto che mi ha detto che è riuscito a combinare, per questo stesso pomeriggio, di andare a fare un giro in centro con le due ragazzine tedesche che, da anni, stanno due file di ombrelloni davanti a noi. Mio padre ripete sempre che non è questione di ombrelloni e che i tedeschi stanno sempre e comunque due fila davanti a noi perché loro sono un paese serio. Più che altro, queste due hanno un paio di anni in più di noi. Almeno. Come Adriano sia riuscito a racimolare quell’appuntamento è un mistero sul quale lui stesso non si è dilungato più di tanto.
Prima di uscire di casa mi sono pettinato il ciuffo, provando un certo imbarazzo per quello che stavo facendo davanti allo specchio. Per poco non mi facevo beccare da mia sorella, che spunta sempre nei momenti meno opportuni. 
Ho deciso che lascerò parlare Adriano che, rispetto, a me, mi sembra maggiormente padrone della situazione linguistica perché:
1. ha appena finito di fare inglese alle scuole medie (io avevo francese) e lo sanno tutti che con l’inglese puoi parlare anche ai tedeschi;
2. e, come se se non bastasse, può fregiarsi di un oggetto di assoluto valore, com’è una consolle, cosa che, oltre a permettergli di avere sempre a disposizione, senza dover andare al bar (come devo fare io), ben quattro giochi quattro (calcio, tennis, la misteriosa pelota e l’altrettanto sconosciuta squash), è piena di scritte in inglese, tipo gheim over o cius iour gheim.
Poi, comunque, l’invito l’ha fatto lui ed è giusto che si assuma le sue responsabilità.

11 luglio, notte. Ovvero com’è che si è svolto il mio primo appuntamento
Il nostro pomeriggio è stato un fiasco su tutti i fronti.
C’eravamo appena seduti sulle seggioline impagliate del chiosco di dolci della Maria, lì sulla spiaggia, con le ragazze. Avevo già capito che l’inglese di Adriano non sarebbe servito a nulla. All’inizio era anche partito bene, con un impeccabile uoz our neim?, ma già a au old ar iu?, cui hanno fatto seguito cinque (eterni) minuti di silenzio, noi avevamo sparato le nostre cartucce e detto tutto quello che dovevamo dire.
Il problema è che l’inglese che Adriano aveva studiato a scuola verteva esclusivamente sulle avventure di Mister Smith, il protagonista del suo libro di testo, alle prese con marziani, lavatrici e dialoghi con animali strani, tutte faccende chiaramente non adatte al genere di conversazione che serviva a noi. Inoltre le due tedesche si sono presentate all’appuntamento accompagnate da due maschi: uno dei due era alto come me e Adriano messi insieme e aveva un’acne schifosa, mentre l’altro portava orribili capelli a spazzola, lunghi dietro e corti ai lati, e inoltre aveva un ombelico orribile, tutto in fuori, uno di quegli ombelichi che, lo avessi avuto io, non mi sarei tolto la maglietta mai, per niente al mondo.
Le due ragazzine hanno detto che erano loro cugini. O, almeno, così ha tradotto Adriano. Comunque, i quattro non hanno fatto altro che parlare in tedesco tra di loro e già dopo un quarto d’ora io speravo che Adriano trovasse, in qualche modo, le parole adatte per sganciarci da quella situazione. Solo che Adriano, purtroppo, continuava a comportarsi come se tutto andasse bene, come se non fosse palese che quei quattro stavano solo ridendo di noi. Così è toccato alla Maria, sporgendosi dalla finestrella del chiosco, spiegarci che ahò regazzì, dateve ‘na mossa che quelli ve stanno a pijà per culo!
Mi ero già alzato, considerando conclusa la faccenda,  quando Adriano – l’idiota! – ha tirato fuori la sua collezione di palline con le facce dei ciclisti, che aveva completato proprio quella mattina con l’introvabile Beppe Saronni. Chissà perché se l’era portata dietro. Chissà perché ha voluto a tutti i costri mostrarcela. Fatto sta che i tedeschi si sono messi a ridere ancora più fragorosamente e quello con l’ombelico schifoso gli ha pure dato un pizzicotto sulla guancia, come si fa con un pupazzo.
Avrei potuto fregarmene, ma ho visto Adriano davvero avvilito. Così, sono tornato indietro, mi sono diretto nel bel mezzo della spiaggia e, con piede sicuro, ho tracciato uno dei circuiti più belli della mia vita. Poi ho richiamato l’attenzione di Adriano e dei tedeschi e ho spiegato, in qualche modo primitivo, dei tre giri, due biglie per squadra, valido solo il cricco classico, vittoria con entrambi i ciclisti al traguardo. Infine ho buttato sul piatto duemilacinquecento lire, in segno di sfida (con quelle duemilacinquecento lire sarei dovuto arrivare fino a metà della settimana).
I tedeschi hanno discusso fitto tra loro. Infine hanno risposto con un pacchetto di sigarette da dieci – anche se noi non fumavamo ancora, ma che abbiamo accettato per sembrare alla pari – e cinquemila lire.
La prima scelta è toccata a noi: abbiamo preso Francesco Moser e Beppe Saronni, coppia indiscutibilmente fortissima. Loro non ne sapevano nulla, tanto che, tra le palline rimaste, hanno scelto quelle di Hinault e di Bontempi, un velocista. Senza considerare che io avevo preparato un tracciato buono al massimo per passisti e non per finisseur. Inspiegabilmente, hanno lasciato nel mucchio gente come il Cannibale. O Gimondi.

Sul finire del terzo giro, grazie a un paio di colpi ben assestati e a lunga gittata, il mio Moser era già giunto al traguardo, mentre al Saronni di Adriano mancava solo l’ultima curva, che sarebbe stata quella del trionfo. Hinault e uno spompissimo Bontempi, invece, arrancavano alle nostre spalle, con un distacco tranquillizzante. Le due ragazze erano rimaste all’ombra degli ombrelloni del chiosco e, di fatto, continuavano beatamente a ignorare la nostra sfida. Il cricco era in mano ad Adriano. Serviva solo non commettere errori, in modo da non rischiare nulla.

L’aquila del Bonelli è il più raro rapace italiano: in Italia nidifica con meno di 15 coppie, quasi tutte concentrate in Sicilia. Può arrivare a due chili e mezzo di peso e, in natura, non ha nemici. 

Un’altra cosa che non mi hanno chiesto all’esame. 

Mi piacciono, le aquile del Bonelli. Sono una comunità poco numerosa e sanno stare al proprio posto. Non so perché certi bambini – troppi bambini – a volte sentano invece l’improvvisa esigenza di mettersi a correre, senza curarsi di altro. Il polverone di sabbia sollevato dal passaggio di quel bambino, per esempio, è finito quasi interamente negli occhi di Adriano che, a causa di questo imprevisto, ha criccato Saronni in fuga, sì, ma in direzione mare, cioè esattamente dalla parte opposta al traguardo.
I due tedeschi hanno così vinto, immeritatamente, hanno raccolto il piatto della scommessa e se ne sono andati insieme alle loro due pallide ragazze, senza degnarci più di uno sguardo. Noi siamo rimasti lì. Ed è stato proprio come all’esame: non è una questione di fortuna, niente affatto. È il saper approfittare delle debolezze altrui ciò che determina il successo o il fallimento di una persona.

Per tre volte, prima di cena, me lo sono ripetuto, nella mia camera, come avrebbe poi fatto Nando Martellini con campionidelmondo: non mi fregherete più, non mi fregherete più, non mi fregherete più.

E comunque, alla sera, mentre facevo suonare una trombetta dalle spalle di mio padre, per festeggiare, mi sembrava che tutto il mondo stesse festeggiando. Tutto il mondo, tranne io e Adriano, gli unici italiani, tra tutti gli italiani del globo terrestre di tutte le epoche, ad aver perso contro i tedeschi.

Agosto 1982
Prima che tornassimo a casa, Adriano mi ha detto che il prossimo anno forse non ci rivedremo. Ha spiegato che probabilmente trasferiranno suo padre in Calabria e che lui, certo, non ci vorrebbe andare, ma gli hanno detto che anche là c’è il mare. Noi non credo che andremo in Calabria. Non penso che la 500 gialla riuscirebbe ad arrivare fino in Calabria. Mio nonno mi ha detto che lui, in Calabria, c’è stato una volta, in treno, a Reggio Calabria, per andare a manifestare contro certi fascisti.

Ho scoperto che mia sorella se la fa con il mio vicino, ma i miei non lo sanno ancora. Mi paga per stare zitto, ma quel coglione non lo sopporto e allora mi sa che alzerò il prezzo del mio silenzio e poi, uno di questi giorni, spiffererò tutto ugualmente. Al resto ci penserà mio padre. Anche perché, nel frattempo, l’InMotron è diventato un “4600”, con un sellino saldato a circa un metro e mezzo da terra.

Per il mio compleanno ho chiesto a mia nonna il Subbuteo: ha risposto che costava troppo e mi ha regalato una cassetta dei Righeira (con questa foto qui sotto, in copertina) che subito è stata preda di mia sorella e di quel ritardato del mio vicino.  L’ascoltano tutto il pomeriggio, con lo stereo, sotto il balcone della Cesira, che smadonna sempre di più.