Archivio dell'autore: Marco

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Gli “invisibili” di Vincenzo Soddu

img_0269Con “Invisibili” (Arkadia, 2018), Vincenzo Soddu scrive l’ennesimo libro sulla scuola. Ennesimo non suoni come un demerito perché lo dice lui stesso, nella nota al termine del romanzo, considerando l’universo-scuola appunto come un universo, sempre mutabile nei suoi apparentemente immutabili meccanismi. La scuola è talmente tanto un universo da essere, proprio come l’universo vero e proprio, in continua espansione (anche perché è soggetta a un ricambio costante di attori protagonisti). L’espansione, naturalmente, è il presupposto perché le storie non finiscano (potenzialmente) mai.
Dunque, in “Invisibili” non troverete un professor Keating. Non un Dewey Finn di “School of rock”. E nemmeno il professor Vivaldi, della scuola di Starnone (che pure è sicuramente uno degli autori presenti nell’immaginario e nella scrittura di Soddu). Troverete, invece, Alessandro, un insegnante cinquantenne, disilluso dalla professione e dalla vita, sull’orlo di un alcolismo conclamato. E, soprattutto, solo. Solo di una solitudine che si è sostanzialmente autoimposto, una condizione capace di ferire mortalmente. Ecco, Alessandro lo incontriamo in questo frangente: dopo tanti anni è stato trasferito dalla sua storica classe serale, dove ormai aveva consolidato una rassicurante per quanto inappagate routine, ad una di quindicenni. E quindi? Quindi cosa succede? Succede che in questo suo nuovo ruolo, Alessandro si trova improvvisamente di fronte i classici casi critici, quelli che ci sono in ogni classe di scuola superiore che si rispetti. Ma è a questo punto che il racconto di Vincenzo Soddu raccoglie a piene mani la tradizione di tutte le narrazioni sull’universo-scuola, per reinterpretarle in modo proprio e originale. Perché, in questo romanzo non è tanto Alessandro a “salvare” i casi critici, ma il contrario. Anzi, ancora meglio: sia Alessandro che i casi critici si salvano a vicenda, insieme, come marinai in una stessa nave, senza condottieri autoritari, ma semmai autorevoli.

I ragazzi erano e sono così, mi dissi, e si deve pensare con la loro testa, altrimenti si può anche rinunciare a capirli. Ci si deve guardare dentro e chiedersi ogni volta se si vuole conquistarli o accontentarsi di tenerli a distanza, se si vogliono demonizzare i loro feticci, o magari usarli per farli crescere. Così, per conquistarli, bisogna abbracciarli metaforicamente, avvicinarsi, anche fisicamente, respirare la stessa aria, non stare seduto in cattedra, ma passeggiare tra di loro, donargli il cuore, perché poi tornerà sempre indietro.

Con una narrazione che alterna riflessioni personali a una sorta di “diario di classe”, Alessandro/Vincenzo ci conducono dunque all’interno di un meccanismo di rinascita che coinvolge tanto i ragazzi quanto il protagonista, in una sorta di scrittura collettiva (anche se “fittizia”, trattandosi di un romanzo). La destinazione finale, per tutti, sono gli scrutini di luglio. Quell’altra destinazione finale, quella metanarrativa, sta invece dalle parti di Barbiana.

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Le donne al Sepolcro non avevano whatsapp

Il problema della Pasqua è che, sostanzialmente, si tratta di un evento indicibile. Come si fa, infatti, a raccontare una resurrezione? I Vangeli, certo, i Vangeli se la cavano tutto sommato grazie all’introduzione delle donne – cioè soggetti che nell’antichità non godevano frequentemente del diritto di parola – che Dio sceglie come testimoni del più importante fatto della storia dell’umanità (aka “la sconfitta della morte”).
Ma noi? Noi cosa possiamo fare per condividere questa gioia? Come possiamo socializzarla se già in partenza ci tocca, appunto, parlare di morte senza nemmeno avere a disposizione un video-ricordo di YouTube da postare?
Diversamente dal Natale – dove grazie all’introduzione e all’imposizione del mito di Babbo Natale è ben presente e addirittura prevaricante in certi contesti una dimensione ludica della festa – a Pasqua la faccenda è/sarebbe molto più semplice: o uno crede in questa cosa (e quindi festeggia) oppure non ci crede.
Ma qui cominciano le difficoltà. Quelle vere, concrete, quelle che hanno ben due corsi di laurea accreditati all’Università della Vita. Perché se ci sono le vacanze, allora ci dev’essere anche una festa. E se c’è una festa è necessario, è obbligatorio fare gli auguri. Su Whatsapp, per esempio, potrebbero esserci schiere di perfetti sconosciuti – come la chat dei compagni delle elementari di 35 anni fa – che non aspettano altro che gli “auguri di Pasqua” e di cogliere in fallo chi si astiene dalla lotta (“mah, forse sarà diventato induista?”).
90166fcb-85c5-4d4c-aac6-717604805389Ulteriore difficoltà è data dal fatto che Pasqua, a parte la sua natura sostanzialmente religiosa, si dilata nel tempo. Comincia cioè una settimana prima. Non è come Natale, che ha una Vigilia e buonanotte. La “Domenica delle Palme” è addirittura la domenica precedente alla Pasqua, ma è già festa e nella società del presenzialismo è necessario dire qualcosa. Lo si deve fare per il dì di festa, come Leopardi. Ecco dunque che, per nostra fortuna, “Musica del cuore” ci offre già una prima soluzione ai nostri imbarazzi, proponendoci un sobrio Papa Francesco – nelle vesti di Gandalf il Bianco – una colomba, due ramoscelli di ulivo e Luisito Suarez, indimenticato regista della Grande Inter sullo sfondo, coperto da un’ala della colomba stessa. La faccenda si complica tuttavia con la frase, perché l’immagine non basta, il meme per essere tale deve avere una frase. Ed ecco, allora, che il quid viene ingegnosamente risolto con un futuribile “la pace è l’amore entri in tutte le vostre case”. La questione è tutta i quell’“è”: sulle prime potrebbe sembrare un errore, perché se la pace e l’amore fossero abbinati allora “entrerebbero” nelle case, al plurale, appunto. Invece il copy di “Musica del cuore” suggerisce qui che sia la Pace, solo lei, ad entrare nelle case, dopo essersi trasformata in Amore. Con la benedizione di Papa Francesco (di più difficile interpretazione è quell’“Auguri Buone Palme” che, a meno di essere un vivaista, non trova precisa spiegazione).

28f6c898-9139-4c0c-8ce2-93ca9a299de1Trascorsa senza troppi scossoni la Settimana Santa, si arriva così al sabato sera. E con esso “Mille cuori per un sorriso” che vi augura “Buona Vigilia” (riprendendo, in questo caso, la simmetria con il Natale). Circondato da una corona di fiori, Gesù appare nel cielo, con occhio azzurro e scriminatura della barba in perfetta linea con quella dei capelli. L’immagine dell’uomo scarmigliato della Sindone nulla ha a che vedere con l’outfit proposto da “Mille cuori per un sorriso” ed è evidente che l’esperienza della resurrezione sia quanto meno vantaggiosa dal punto di vista estetico.

buona-pasqua-420x262Infine, è tempo di Pasqua. Definire i contorni della felicità in merito a un evento talmente prodigioso da essere appunto non-raccontabile è molto complicato, ma non per gli strateghi della comunicazione che stanno dietro a TeleclubItalia. Loro risolvono alla grande, mettendo semplicemente TUTTO: Gesù che tiene in braccio un agnello (cioè lui stesso), su sfondo appenninico, con un paio di piume che potrebbero anche essere spighe ma sono piume, una rosa bianca, un “preziosissimo cuore” piantato nel bel mezzo della croce, una colomba che si disseta in un calice che probabilmente è il Graal, una candela e due piccole anfore bianche di oscura provenienza. Nessuna frase. Non c’è bisogno. La potenza evocativa del TUTTO è più che bastante.

E se questo vi sembra l’augurio definitivo, ebbene no, sappiate che non è così. Mancano ancora infatti due grandi must del rituale pasquale, qualcosa che la Chiesa Cattolica, chissà per quale misterioso motivo che presto Dan Brown rivelerà, omette nelle proprie liturgie da almeno un paio di millenni: i pulcini e i coniglietti.
909_630x454f-a3d54Sarà per la primavera o per chissà quale altro dannato motivo, ma Pasqua è il momento giusto perché orde di pulcini di ogni razza e forma e turbe di coniglietti antropizzati saltini fuori dal baule di ogni soffitta per sostituire tutti i piccoli e bitorzoluti e ignobili elfi che accompagnavano gli auguri natalizi. Qui, nella delicata versione di PensieriParole, li troviamo insieme, uniti nella gioia per la solita frase-meme che non vuol dire una mazza, ma che ci sta bene, come il nero, per tutte le stagioni: “La Pasqua è la festa di chi crede nella bellezza dei piccoli gesti” (piccoli gesti? Risorgere? Fuggire dall’Egitto? Dividere il Mar Rosso???). Notevoli il Vostro e il Vi, con la V maiuscola, come nelle lettere commerciali.

92bb9cee-7bcb-48ee-b7da-27884ce9cd1c(La stessa versione di coniglietti e ovetti si ritrova anche nel sue declinazioni umoristiche: chi le manda è come se volesse dire agli altri “ehi, guarda, io non sono come tutti quelli che fanno gli auguri con i coniglietti e gli ovetti, io mando gli ovetti che per esempio però sono dei… Minions!”).

612174207_1990658Arrivati a questo punto, ovviamente non può mancare un accenno alla Pasqua Veg, i cui auguri sono solitamente conditi da immagini raccapriccianti e queste immagini raccapriccianti non sono quelle di animali sgozzati, no, niente affatto, sono immagini raccapriccianti di animali che parlano e solitamente parlano per dire delle stronzate e altre volte, invece, inneggiano all’amore tra specie diverse, come nel caso di Blingee che ci corre l’obbligo morale di presentarvi.

felice-pasqua-auguri-di-buona-pasqua-immagini-disegni-e-vignette-divertenti-camin-vattinInfine, ultima declinazione – ma certo non ultima nei nostri cuori.
Esiste la variante auguri ironici (che ha una sottocategoria piuttosto in voga che è quella degli auguri-ironici-sexi): gli auguri pasquali ironici hanno la peculiare caratteristica che non fanno ridere a meno di non essere appassionati di barzellette di Pierino o di avere più di 7 anni. Una delle più frequenti è questa della lapide di “Felice Pasqua”, che ha diverse versioni sul web, fermo restando l’importante contenuto escatologico del messaggio.

Bene.
E terminata la Pasqua, per fortuna da domani sarà tutta un’altra storia. Una storia laica. Una storia dove finalmente ci si potrà dedicare a trasformare la Festa della Liberazione, il 25 Aprile, nelle Festa della Pace, dell’Amore, della Natura, dello Stare Insieme e di qualsiasi cosa eccetto ciò che realmente è.

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Ho visto il futuro della sinistra ed (il futuro) somigliava a Don Matteo 11

Alcuni pensano che le elezioni dello scorso 4 marzo abbiano segnato la fine per certi partiti eredi di quegli ideali e di quei valori di una storia novecentesca, una storia fatta di passioni e di errori, una storia di riscatto e di cadute. Una storia comunque importante. Una storia di sinistra.
Io adesso ricordo che lunedì 5 marzo – il giorno precedente ero al seggio e come tutti quelli che erano al seggio anche io ho fatto notte là dentro, contando uno-a-uno la fine di quella storia, che cadeva sulla dita dei polpastrelli ad ogni chiamata avversa, lasciando traccia dell’inchiostro mefistofelico prodotto dalla Maggioli – ecco, io ricordo che lunedì 5 marzo sono tornato a casa che già sui social si celebrava il funerale degli sconfitti, un funerale elettorale, ideologico e, soprattutto, culturale. Tuttavia questa festa mesta non teneva conto dell’ultimo baluardo intellettuale del socialismo. E l’ultimo baluardo intellettuale del socialismo non è Nanni Moretti. E nemmeno Walter Veltroni. No. L’ultima roccaforte rossa da undici anni va in onda su RaiUno, quest’anno al giovedì sera. E ha occhi celesti, che un tempo appartenevano a Trinità.

Con colpevole ritardo – così come molti dei saputelli che si autodefiniscono intellighenzia solo per aver letto qualche libro di David Foster Wallace – con colpevolissimo ritardo, dicevo, mi sono accostato alla fiction più smaccatamente socialista mai andata in onda in prima serata sui canali Rai solo all’undicesima stagione. E solo perché nel cast è presente Andrea Libero Gherpelli. Che è un bravissimo attore, ma che, soprattutto, è di Correggio.

marisa-lauritoPiccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 1: gli spot
L’esperienza popolare della visione di “Don Matteo 11” al giovedì sera inizia qualche minuto prima dell’effettiva messa in onda. Per chi, come me (vedi alla voce “saputello”), proviene da anni di Sky o di Netflix o di altre cose che sembrano fighe solo perché sono a pagamento, ecco che già il trovarsi di fronte allo schermo di Rai1 ha un po’ quel sapore di cucina genuina, quella che ti porta improvvisamente a pensare che l’olezzo di McDonald’s che caratterizza l’uscita della Stazione centrale di Bologna, per esempio, è pura merda. Nella cucina di Rai1 si entra per merito degli spot.
Gli spot programmati prima di “Don Matteo 11” sono evidentemente pensati per comunicare prodotti tranquillizzanti. Vi si ritrovano marchi tipo il Mulino Bianco, la pasta Voiello o il caffè Kimbo, il cerotto Voltaren contro il mal di schiena e l’Omino Bianco, tutte cose che sul satellite non ci sono mai, schiacciate da agenzie di scommesse (pubblicizzate da chi era di sinistra perché presentava il Concerto del Primo Maggio), auto aggressive, donne profumate e tutta la telefonia del mondo. Per essere chiari: gli spot che vanno in onda prima di “Don Matteo 11” sono spot che vorrebbero parlare esattamente alla classe media, al ceto popolare, quelli che in questi anni sono stati devastati dal turbocapitalismo liberista del nuovo millennio e che sarebbero anche naturalmente orientati a sinistra, ma che adesso no, adesso votano da altre parti perché pure le confezioni si Saccottini cominciano a pesare troppo sul bilancio famigliare.
Per quanto riguarda i reduci da Sky Cinema 1, per capirci, l’effetto è simile al ritrovarsi improvvisamente in salotto con Marisa Laurito e poterla finalmente abbracciare, Marisa Laurito e i suoi seni burrosi, con lei che ti conforta facendoti vedere che gli spot per te, almeno quelli, ci sono ancora, li fanno ancora.
Inciso: per chi ha sempre dichiarato di votare Marisa Laurito?

Piccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 2: il preambolo
In “Don Matteo 11”, le due puntate del giovedì sera sono anticipate da un preludio.
Nel preludio, Nino Frassica/Maresciallo Cecchini (spesso è lui, ma non solo lui) racconta una favola a Federico Ielapi/Cosimo, il più piccolo attore della serie. Le favole non sono lette da un tablet, ma bisogna aprire un grande libro con copertina di cuoio, davanti al camino scoppiettante. Sostanzialmente si tratta di rivisitazioni di fiabe classiche interpretate però dai personaggi di “Don Matteo 11” con il dichiarato intento di promuovere le bellezze di Spoleto e dell’Umbria in generale (l’Umbria è dove è stata girata la serie di Don Matteo, fin dalla prima stagione). Come sappiamo, quella è una terra bellissima, che però ha pagato un prezzo molto alto all’ultimo terremoto. Dunque, il preludio fiabesco in “Don Matteo 11”, gli stessi personaggi di “Don Matteo 11”, l’intera produzione di “Don Matteo 11” si pongono fin dall’inizio a fianco della gente, delle piccole attività e imprese del territorio, di quelle persone che faticosamente stanno ricominciando, fondando una buona parte del loro reddito sul turismo. Sono immagini di posti bellissimi, letti attraverso una fiaba e raccontano, con le immagini, qualcosa che verosimilmente potremmo definire solidarietà.
Di classe.

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La sigla di Don Matteo

Piccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 3: la sigla
La sigla di “Don Matteo 11” è bellissima. Talmente bella e innovativa che infatti i fan storici pare siano in rivolta perché affezionati all’insulsa musichetta delle precedenti 10 stagioni, composta alla pianola Bontempi da quella vecchia volpe di Pino Donaggio. I cambiamenti, si sa, hanno bisogno di tempo e il popolo va educato. Comunque Il tempo dirà – Believing again, interpretata da Nicole Cross, è il tema di una sigla in cui si vede Don Matteo (la controfigura di Don Matteo) pedalare tra i colori della Fioritura di Castelluccio di Norcia, in luoghi generalmente non accessibili (almeno non accessibili in bicicletta). Siamo nel cuore dell’Umbria più spettacolare e nello stesso tempo piegata dal terremoto. Don Matteo l’attraversa nella parte superiore dello schermo, mentre in quella inferiore, divisa da un elegante bordo bianco, scorrono le immagini dei protagonisti del cast della fiction.
“Il tempo dirà” è qualcosa di qoelettiano, perché vuol dire che c’è stato un tempo per piangere, ma ora c’è un tempo per rifiorire e per credere di nuovo all’avvenire.
E così si entra nella serie, già dalla parte giusta.

Piccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 4: l’abbigliamento di Don Matteo
Prima di entrare nel merito, è necessario tuttavia soffermarsi sull’abbigliamento di Don Matteo. Nel corso della serie – almeno in questa stagione – Don Matteo non fa praticamente mai “qualcosa da prete”. Cioè, non lo vediamo mai officiare delle funzioni. Svolge invece una gran quantità di attività laicali, dalla gestione del mercatino missionario all’insegnamento in una scuola in cui la preside è nientepopodimeno che Sidney Rome! Detto questo, il suo abbigliamento non è quello dei preti cosiddetti moderni. Nella maggior parte delle situazioni, infatti, Don Matteo indossa una lisa e impolverata tonaca nera, tirata fuori di peso dall’armadio di Don Camillo (forse Terence Hill ne aveva ancora un paio, nascoste da qualche parte in casa sua), più un basco alla Ernesto Che Guevara. Qui il messaggio è evidentissimo: non è l’abito a fare il monaco. Ciò che è richiesto per andare al cuore delle situazioni è saper guardare al di là delle apparenze (e qui siamo già delle parti di quando Fausto Bertinotti, prima di diventare Fausto-Bertinotti-Quello-Di-Cielle, sapeva citare a memoria le Lettere di San Paolo).

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L’avvocato Giovanni e la Capitana Anna Olivieri

Piccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 5: svolgimento
Le puntate di “Don Matteo 11” sono scritte molto bene. Non fidatevi di chi ne parla banalizzandole, perché non è affatto così e non rende merito ad autori che da un decennio sfornano un prodotto che sbriciola costantemente ogni record di ascolti. Occorre rispetto, prima di tutto, per parlare di “Don Matteo 11”. Rispetto, do you know? Era un altro dei valori di sinistra, vero?
Dunque, ogni giovedì vanno in onda due puntate. L’intera serie è costruita da varie sottotrame, di cui almeno due principali:
1. c’è il caso da risolvere – giunti a questo punto, non dimenticate che “Don Matteo 11” è comunque un poliziesco televisivo – e
2. c’è il plot di continuità, cioè la saga che lega le storie di tutta la serie e che prosegue di puntata in puntata.
Dal punto di vista puramente narrativo, la trama 1 ripete un canovaccio consolidato, che possiamo riassumere così: nella ridente cittadina umbra di Spoleto abbiamo un morto ammazzato oppure un ferito grave. Nella maggior parte dei casi, il morto ammazzato o il ferito grave vengono rinvenuti da Don Matteo, per una qualsiasi ragione necessaria (si va dal semplice “passavo di qua” al “dovevamo incontrarci per un’offerta alla parrocchia”). Scoperto il problema, Don Matteo fa sostanzialmente due cose: prima di tutto verifica se il corpo rinvenuto è vivo o morto – nel primo caso chiama il 118, nel secondo impartisce l’estrema unzione – e poi avverte i Carabinieri. Se la vittima è ferita, questa viene trasportata al nosocomio “San Matteo degli Infermi” – che è il vero ospedale di Spoleto – dove la prognosi è sempre la stessa, “coma farmacologico”, e la cura la medesima, un turbante di garze in testa e l’intubamento a vari macchinari in una sala cui è vietato l’accesso anche ai parenti più prossimi. Sappiamo che i medici del “San Matteo degli Infermi” si preoccupano di informare i famigliari secondo modalità di comunicazione standard, “è in pericolo”, “dobbiamo attendere”, “sta migliorando”, “risponde alle cure”. Non è ben chiara, invece, la funzione della fasciatura con rete alla testa, anche nei casi di accoltellamento alla schiena, ma nella maggior parte dei casi è un trattamento che sembra funzionare. E comunque “Don Matteo 11” non è un medical drama e quindi, alla fine, chi se ne frega. L’importante è sapere che esiste una sanità pubblica efficiente, che si prende cura delle persone al di là del loro status sociale o dell’AUSL di provenienza. E questa considerazione gronda di stato sociale.
Sia che la vittima sia defunta, sia che si trovi a combattere tra la morte e la vita, le indagini comunque prendono il via. E Don Matteo naturalmente vi partecipa attivamente, soprattutto dando buoni suggerimenti al Maresciallo Cecchini, suo fedele amico e compagno di partite a scacchi. Il quale Maresciallo Cecchini nella serie ha un duplice funzione: quando Nino Frassica interpreta il Maresciallo Cecchini, il Maresciallo Cecchini riporta le intuizioni di Don Matteo e fa procedere attivamente le indagini; quando invece è il Maresciallo Cecchini a interpretare Nino Frassica, si dà il via alla più classica e frassichiana comicità non-sense in cui il comico siciliano eccelle, alleggerendo la tensione.

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Nino Frassica è il Maresciallo Cecchini

Sappiamo che i polizieschi tv si dividono in due fondamentali categorie: quelli nei quali lo spettatore sa già il nome e il volto del colpevole e l’interesse è più che altro rivolto all’ingegnoso modo in cui il poliziotto in questione risolverà l’intrico (archetipo: il Tenente Colombo) e quelli dove, invece, non si conosce il responsabile, ma si dispone di una serie di indizi che possono portare alla colpevolezza di tre o quattro presunti indagati (archetipo: Jessica Fletcher). “Don Matteo 11” fa parte di quest’ultima categoria. Nel corso delle indagini, infatti, prima della felice conclusione del caso vengono presi in considerazione i moventi e gli alibi di diversi indiziati, convocati di volta in volta nell’ufficio della Capitana Anna Olivieri, e qui sottoposti a pressanti interrogatori alla presenza del PM, Marco Nardi, che, sulla base di quanto dichiarato dai sospettati, ne dispone le sorti (che nel 90% dei casi hanno a che fare con questa formula: “Mi dispiace, ma lei è in stato di arresto”). Particolare non secondario: gli interrogatori si svolgono nella più completa assenza di avvocati. I sospettati vengono fermati o convocati in caserma, interrogati e messi in arresto così, senza alcuna controparte a loro difesa. Non esistono avvocati in “Don Matteo 11”. L’unico avvocato presente è Cristiano Caccamo/Giovanni, un tizio che ha una tormentata storia d’amore con la Capitana Anna Olivieri, ma che poi si fa da parte per entrare in seminario (nel momento in cui scrivo non si ancora bene come andrà a finire la loro vicenda). Questo aspetto degli avvocati mi pare interessante: l’innocenza di una persona non è qui affidata alle prezzolate spalle di un azzeccagarbugli – cioè a uno di quei professionisti che le cronache ci rimandano spesso come in grado di far passare il male per il bene e viceversa – quanto al successivo colloquio che Don Matteo ha in carcere con il presunto colpevole. Questa scena c’è in tutte le puntate di “Don Matteo 11” e si svolge nel (bellissimo) parlatorio del (bellissimo) carcere di (presumibilmente) Spoleto: da una parte c’è Don Matteo, dall’altra l’ingiusto carcerato e in mezzo un sobrio tavolino Ikea. È qui che Don Matteo si convince definitivamente che l’arrestato non sia in realtà il vero colpevole o che, nella peggiore delle ipotesi, sia colpevole di qualcosa, ma non del reato maggiore, quello al centro della puntata. Il bene da una parte. Il male dall’altra. La certezza della pena (questa suona un po’ alla “Marco Minniti”, ma comunque anche la giustizia sarebbe un tema di sinistra).

Piccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 6: il sol dell’Avvenire
Alla fine di ogni puntata il vero colpevole viene comunque assicurato alla giustizia. Ed è qui che si disvela il socialismo della serie “Don Matteo 11”. Don Matteo e i Carabinieri arrivano alla soluzione del caso per vie diverse: gli indizi e le analisi della Scientifica per l’Arma; il cuore, la psicologia e la conoscenza degli uomini per quanto riguarda il sacerdote. Il tutto è costruito per arrivare al climax della scena finale e nella scena finale cosa troviamo? Nella scena finale c’è Don Matteo che arriva a colloquio con il colpevole, lo smaschera e lo porta a confessare il proprio delitto. Ma non lo giudica. Lo abbraccia. Ci sono vari motivi per cui i colpevoli in “Don Matteo 11” sono tali, ma in tutti i casi il sorriso di Don Matteo, le parole di conforto di Don Matteo – peraltro teologicamente super-ferrate – sono di castigo per le azioni commesse, ma sempre di misericordia per l’uomo o la donna che le ha commesse. Don Matteo giudica il peccato e mai il peccatore. Perché il tema di fondo di “Don Matteo 11” è l’umanesimo, che può anche essere condito in salsa cattolica, ma che comunque pone al centro dell’attenzione l’uomo, le sue fragilità, le sue cadute, ma anche la sua capacità di riscatto persino dal più profondo degli abissi in cui è precipitato. Quando arrivano i Carabinieri, e cioè lo Stato, si capisce che il loro dovere è di far rispettare la legge e di consegnare alla giustizia i colpevoli. Ma, guidati dalle intuizioni di Don Matteo (e dalla struggente musica di sottofondo), anche loro sanno che nel cuore delle persone albergano fondamentalmente dei buoni sentimenti e che sono le circostanze, troppo spesso, a rovinare le cose – la perdita del lavoro, le difficoltà economiche, il maldestro tentativo di farsi giustizia da soli, vendette, rancori del passato. Il cattivo in “Don Matteo 11” non lo è quasi mai per natura, ma solo spinto dalle difficoltà. Gli aridi di cuore, i veri malvagi, sono spesso tratteggiati nei panni di imprenditori senza scrupoli, industriali assetati di denaro, uomini di successo a loro volta vittime di vizi vari, categorie umane verso le quali Don Matteo non mostra mai particolare empatia. Gente che ha instaurato e ha approfittato dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Se non è marxismo questo, non so cos’altro lo possa essere.

In definitiva, dunque, e per riassumere: ho visto il futuro della sinistra e quel futuro potrebbe anche avere la tonaca consunta di Don Matteo 11 e dei suoi 15 milioni di audience.
Forse allora non sono tanto le idee, ma le categorie ideologiche ad essere tramontate. Eppure c’è una narrazione che ancora resiste e ancora pone l’uomo al centro del proprio racconto e le masse come destinatari di un messaggio di speranza e di riscatto.
E no, questa narrazione non la fa Eugenio Scalfari su Repubblica. La fa “Don Matteo 11” su Rai1, al giovedì sera.

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Memoria di un “paesaggio fragile”

9788806228330_0_0_1547_75Il paesaggio fragile è quello spesso in ombra, segnato da antiche memorie relative al lavoro e all’abitare, che attraversa valichi alpini, vie di sale e di libri, architetture dimenticate di terra cruda e di orizzonti ormai senza storia.
Il paesaggio fragile – L’Italia vista dai margini” (Einaudi) è anche il titolo del lavoro di Antonella Tarpino, che fa seguito così a quel “Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro“, vincitore del Premio Bagutta nel 2013.
Si tratta di quattro itinerari, per lo più concentrati in un’area geografica piuttosto “ristretta”, tra Liguria e Piemonte, con escursioni in Lunigiana o nelle valli piacentine, oltre a una più dettagliata fotografia sulle costruzioni in terra che arriva fino alla Marche e in Calabria.
Il libro di Antonella Tarpino, tuttavia, non è una guida turistica e nemmeno una riflessione passatista sulle presunte meraviglie di un passato ora scomparso. Certo, gli itinerari sono segnati dalle descrizioni delle vite di chi quelle strade le ha vissute e di chi ha abitato quei borghi ora spesso desolati – viandanti, commercianti di sale, acciughe, libri, neve. Eppure nelle pagine del libro emerge che il “paesaggio fragile” per eccellenza è quello della memoria, vale a dire il paesaggio simbolo di ciò che sta al confine tra visibile e invisibile. Grazie a queste coordinate, la memoria non è qualcosa cui rifugiarsi vagheggiando un’eta dell’oro peraltro mai esistita e non è nemmeno quell’esito sincretico e balzano che induce a pensarla come stereotipo identitario ed escludente. Quello è fare falsa memoria ad uso improprio (a volta anche elettorale). La memoria, esattamente come i paesaggi – tanto più i paesaggi di confine – è invece qualcosa di fluido e che, tramite le tracce che ne costituiscono la trama incessante, determina la lettura di un luogo e, nel migliore, dei casi, anche la sua prospettiva di futuro. “Nello scarto violento che viviamo, con il globale che ridisegna lo spazio e i paesaggi desueti del nuovo che invecchia, gli antichi margini, fragili ma emersi, per così dire, al nostro sguardo, possono riaprirsi un varco nelle geografie mobili del contemporaneo. Come? Anzitutto con un movimento mentale, una torsione dello sguardo: un cambio di legenda (…) dispiegando, in via preliminare, la potenza che il linguaggio ha di rinominare ogni volta le cose in tal modo da prefigurare, per successivi scarti, nuovi orizzonti. Spetta anzitutto alle parole, corrette dalla memoria profonda dell’abitare, il compito di riparare il paesaggio fragile, guasto. Oltre lo sguardo, questo sì opaco (e troppo corto) del presente, con il suo lessico infranto, per poterlo riguardare, quel paesaggio, e insieme averne riguardo”.
Antonella Tarpino, dunque, attraverso le pagine del suo libro, non ci conduce alla scoperta di luoghi dimenticati (e, come troppo spesso capita, possibili prede di un turismo senza storia e senza rispetto), ma dispiega con estrema precisione l’importanza delle parole nella costruzione di una memoria che sia il più possibile (ri)condivisa. E questo è importante non tanto per una narrazione precisa di “come siamo stati”, quanto piuttosto per una rialfabetizzazione del paesaggio che diventa necessario non per un esercizio filologico, ma per dare un senso compiuto alla “torsione”, al “ritorno”, alla “salvaguardia”, alla cultura. All’opporsi a quel diventare “invisibili a se stessi” che rappresenta una delle principali forme di povertà immateriali dell’oggi.

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Altre due cose (+1) che devo aggiungere sui “libri per il 2017”

Il fatto è che non avevo finito. Cioè, quando avevo scritto quell’altro post, l’anno non era finito e io non avevo ancora terminato alcune cose. E quelle alcune cose ora le vorrei proprio far entrare tra ciò che mi porterò sicuramente dietro, nel nuovo anno, tra quelle che quando le riprenderò in mano, e beh, dirò “ah, il 2017, che ottima annata”.
Ci sono due libri e un podcast.
71nnuoja7lIl primo libro è “Nudi come siamo stati” e l’ha scritto Ivano Porpora. Allora, da quanto so (e leggo sui social, dov’è piuttosto attivo) Ivano Porpora abita a Viadana (Mantova) e tifa Milan e Parma, il che rappresenta una combo per me potenzialmente letale. Però, avete presente quando vien fuori qualcuno a dire “eh, ma la narrativa italiana è scialba, priva di nerbo, ombelicale, pensierodebolosa, blablabla…”? Avete presente? Bene. “Nudi come siamo stati” è l’esatto contrario. “Nudi come siamo stati” è una narrativa potente, profonda, densa, impegnativa e mai banale. Al che uno potrebbe pensare “vabbè, è un libro palloso”. E invece no, niente affatto. “Nudi come siamo stati” ha un plot vivo, che ti si pianta lì in mezzo, in testa, e magari mica subito, ma ti ci ritrovi a pensarci su anche dopo qualche settimana. Che è una delle caratteristiche principali dei libri davvero-davvero importanti.

nzoPaciv Tuke” è stata invece qualcosa di inaspettato e bellissimo. Per me è andata così. Poco prima di Natale sono tornato in libreria perché avevo dimenticato un paio di cose. Lì, il libraio si era a sua volta dimenticato di dirmi che la mia amica e scrittrice Fabrizia Amaini – “Sopravvissi non so come alla notte“, fra gli altri – aveva lasciato per me un classico “libro sospeso”. Il libro era poi questo magnifico romanzo di Simona Fiori, che racconta le vicende del nano Ferdinand, della donna barbuta Gwenna, della ragazza Tania e dell’orsa Pia, zingari ad Auschwitz. “Paciv Tuke” è un romanzo durissimo e intenso. Che improvvisamente – e spesso in modo del tutto inaspettato – si squarcia di poesia. Luminosa. Per me è stata una straordinaria sorpresa. Non è vero che il tema del porrajmos – lo sterminio degli zingari nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale – non è mai stato trattato da nessuno, come si sente dire a volte. Lo hanno trattato in diversi autori. Simona Fiori però lo fa in modo magistrale.

Veleno“, infine, è un podcast, prodotto per Repubblica.it e realizzato da Pablo Trincia e Valeria Teodonio. Racconta una storia sconvolgente – nel vero e più proprio senso del termine – di cui è difficile anticipare qualcosa senza fare spoiling. Le vicende sono reali e sono in gran parte ambientate tra Massa Finalese e Finale Emilia. “Veleno” è un’inchiesta in sette puntate, ma è anche una narrazione pazzesca, dove non manca un aspetto assente invece in gran parte della produzione entertainment e mainstream attuale: la pietà. E dove risuona potente la voce di Guglielmo da Baskerville ne “Il nome della rosa“: “La sola prova dell’esistenza del diavolo è il nostro desiderio di vederlo all’opera”.

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La piccola storia di Natale di Lilian ed Elijah

Avvertenza
C’è una piccola storia, quest’anno, per Natale, che prende inizio in un altro tempo e che poi in qualche modo è arrivata a noi. Si tratta di una storia che in gran parte non è mai stata raccontata e forse, in gran parte non è nemmeno vera.
Tuttavia, che cos’è vero e cosa non lo è, oggi, in questa notte di Vigilia, lo faremo rimanere nelle pieghe di quanto raccontiamo, tra ciò che si vede solo in controluce. E la realtà dei fatti la lasciamo per altre occasioni.

Londra, 1923, Vigilia di Natale.
wembleyFa freddo, com’è naturale che faccia freddo a Londra, alla Vigilia di Natale. Mai come quest’anno, però, l’attesa a Londra ha un sapore particolare. In aprile, Re Giorgio (Re Giorgio V) ha inaugurato il nuovo stadio di Wembley, un’opera straordinaria che per la maggior parte dell’opinione pubblica non fa altro che accrescere l’impazienza per le meraviglie che accadranno l’anno successivo – e che è poi il motivo alla base della costruzione dell’Empire Stadium – vale a dire la Grande Esposizione dell’Impero Britannico.
Detto questo, le cose non vanno bene. Nonostante la vittoria nella Guerra di pochi anni prima, tra il popolo serpeggia un grande malcontento. I salari sono al minimo, lo sfruttamento dei lavoratori è sistematico, soprattutto per quanto riguarda il settore minerario e siderurgico. C’è aria di rivolta e neppure Re Giorgio – che pure ha fama di avere in simpatia le classi meno abbienti – è certo che il suo regno potrà rimanere immune da quel pericoloso virus che si sta propagando dall’Unione Sovietica al resto del Continente.
508718992Comunque, tornando a ciò che ci interessa dire qui, da qualche mese la casa editrice “Jonathan Cape Ltd“, con sede al numero 13 di Bedford Square, ha pubblicato “The voyages of Doctor Dolittle”. Bedford Square è una piazza molto bella, sicuramente la migliore nel quartiere di Bloomsbury, realizzata dall’architetto Thomas Leverton e circondata da case di mattoni su tre piani con porte arrotondate sormontate da eleganti finestre a mezzaluna e balconi decorati da un frontone centrale. Jonathan Cape ci ha visto lungo a trasferirsi lì, in Gower Street. Si sta bene, è un luogo di prestigio e che continuerà ad esserlo. Comunque andranno le cose. La sua casa editrice è giovane, ma lui è bravo, sa individuare gli autori e, soprattutto, si sta specializzando in un settore – quello dell’editoria per ragazzi – che si mostra molto redditizio. “The voyages of Doctor Dolittle” è il secondo volume dei racconti di Hugh Lofting, un tipo particolare, si dice un pacifista, uno che ha partorito proprio nelle trincee del disastroso conflitto mondiale le vicende del favoloso Dolittle, un medico capace di parlare con gli animali. Il primo volume di racconti del Dottor Dolittle ha avuto un ottimo riscontro.
Il problema è che la bambina Lilian Joan Wylie ha ricevuto in dono il libro da parte di L.L.W. Solo che lo aveva già. Glielo aveva preso qualche settimana prima suo fratello, di undici anni più grande di lei. Si tratta del classico “regalo doppio”.
dolittle-1Lilian Joan Wylie di anni ne ha dieci ed è una bella bambina, dalla salute un po’ cagionevole. Per questo passa intere giornate a casa, a leggere. I suoi genitori non sono ricchi, ma conducono una vita onesta e laboriosa e sì, i Wylie sono una famiglia che si potrebbe tranquillamente definire “benestante”. Hanno avuto anche un lontano cugino – un cugino che morirà l’anno seguente – John George, attaccante dei Wanderers, capace di arrivare a indossare la casacca dei Tre Leoni, anche se per una sola presenza.
Importante è dire a questo punto che Lilian Joan Wylie conosce un ragazzino e da qualche tempo pensa spesso a lui. Lo ha incontrato diverse volte, al mercato di Charity ed è un ragazzino che le piace, le piace molto, se non fosse per via di quell’aria malinconica che ha sulla faccia e che però è esattamente ciò che l’ha attratta di lui, oltre ai suoi occhi neri e profondi. Il ragazzino ha dieci anni, come lei, e si chiama Elijah. Abita dalle parti di Golders Green dove i suoi lavorano al Bloom’s, un ristorante particolare che ha aperto da poco e che è specializzato nel servire piatti tipici della gente come Elijah. Che è ebreo.
Fortunatamente, dalla casa di Lilian per arrivare a Golders Green ci si impiega davvero poco, perché la Northern dell’Underground ferma proprio lì.
L.L.W. capisce subito che un libro doppio non è di alcuna utilità in casa sua e che a Lilian farebbe molto piacere poterlo regalare a qualcuno, a qualcuno dei suoi amici. Solo che, tra tutti, rimane stupito, L.L.W., che il prescelto sia proprio il giovane Elijah. Elijah non festeggia il Natale, Lilian dovrebbe saperlo. Eppure è proprio per questa ragione che Lilian ha deciso di regalare il suo libro doppio a Elijah, per condividere la sua gioia con chi quel giorno non festeggerà. Infatti, anche la maestra, a scuola, ha detto che Lilian è una bambina molto generosa e sensibile.
Così L.L.W. prende il soprabito verde e il cappello. Poi veste di tutto punto Lilian, che non deve prendere freddo per nessuna ragione al mondo. Quando escono in strada diretti verso l’Undeground, L.L.W. osserva la sua bambina e le sue lentiggini leggere, sparse sul naso. Nel chiarore di quella Vigilia nebbiosa risaltano ancora di più. Lilian ha spesso la tosse e il medico dice che non va bene, che le cose non vanno bene, che deve fare degli altri esami, ma ha paura. Ha paura di qualcosa che non si può dire, adesso. Eppure Lilian è bellissima e come tutte le cose bellissime è anche fragile. Questa è la risposta che si è dato L.L.W., al diavolo i medici. Che ne sanno loro della bellezza? Se potesse, però, non uscirebbe con quel tempaccio. Ma lo sguardo di Lilian, prima, in sala, gli ha detto che no, non può non farlo.
Il secondo problema di quella giornata è che L.L.W e Lilian non hanno idea di dove esattamente abiti Elijah. Però in qualche modo Lilian sa che i genitori lavorano al Bloom’s – lo sa perché lo ha sentito dire un giorno della scorsa primavera, mentre era a passeggio ai Gardens proprio con suo fratello, a cercare di fare tesoro dei raggi di sole. Così si dirigono senza esitazioni al Bloom’s, una volta abbandonati i vagoni maleodoranti della metropolitana. Hanno improvvisato un pacchetto per il libro. Lilian ha scelto una carta gialla e lo tiene stretto a sé, sotto il suo cappotto color nocciola.
Elijah però non lo incontrano. Sua madre, che è una bella signora dai capelli nerissimi raccolti da un fermaglio luccicante, dice che è uscito da poco ma che tra poco dovrebbe ritornare. Dice anche che non avrebbero dovuto, non avrebbero assolutamente dovuto scomodarsi per portare quel regalo inatteso. Si è persino commossa. Non se lo sarebbe mai e poi mai aspettato, tanto più che, insomma, per loro Natale non è proprio Natale. Poi dice di aspettarla lì. Sparisce per un minuto nel retro della cucina del Bloom’s e quando ritorna ha in mano un vassoio pieno di dolci. Li ha appena fatti. Servono per Hannukkah, la festa delle luci, che sta per iniziare. L.L.W. dice no no, ma si figuri. La madre di Elijah invece insiste. Lilian comincia a tossire. Ed è una brutta tosse, di quelle che a volte le macchia il colletto della camicetta di puntini rossi. La madre di Elijah allora scarta il suo pacco, invoca quella che sembra una specie di benedizione e le offre un dolce, un “dolce della luce”, come lo chiama lei. Lilian lo assaggia e la tosse, la tosse improvvisamente si placa e Lilian sorride.
Elijah non torna. Non torna in tempo. Allora Lilian, anche se è un po’ delusa, lascia il libro nella mani della madre di Elijah e L.L.W. invece prende il pacchetto con i dolci e dice alla madre di Elijah che i suoi dolci sembrano davvero “miracolosi”.
stellaQuella sera, poco prima di coricarsi, Elijah sorriderà, pensando alla bambina Lilian, quella con le lentiggini e i capelli rossi che ha incontrato qualche volta mentre si affannava a finire le consegne che suo padre gli aveva affidato per quella giornata. Sorriderà attaccando con la colla il suo ex libris – con la Stella di David al centro – nella prima pagina interna di “The Voyager of Doctor Dolittle”. Il giorno dopo, a Natale, si ripromette che andrà a trovare la bambina Lilian e le porterà altri dolcetti “speciali”, di quelli che sua madre dice che fanno bene, e che faranno bene soprattutto a lei. Perché Natale dura un giorno, Hannukkah quasi un mese. Farà in tempo a contraccambiare. Elijah pensa anche che è bellissimo avere 10 anni, in quel 1923, dove ci si fanno dei regali e dove non è importante se la festa che si festeggia si chiami Natale o Hannukkah. Quel giorno ha fatto tardi perché si è fermato in Charing Cross dove c’era un tipo, all’angolo della strada, che parlava di razzi, razzi stellari, razzi che presto porteranno gli uomini su, fino sulla Luna. E lì, pensa Elijah, finalmente potremo conoscere il volto di Dio.
È bellissimo avere 10 anni nel 1923. E il futuro non potrà che essere ancora migliore.

P.S.
Il “finale” di questa storia – con la spiegazione delle cose false che vi sono dette ma anche di quelle un po’ vere – se vi interessa è raccontato in “Sui confini”, nel capitolo dedicato a Passau.
Altrimenti niente, terminiamo pure qui.
Perché una storia di Natale deve rimanere a Natale, appunto, e non ha nessun bisogno di un “dopo”.

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Montarsi la testa

1.
Qualche giorno fa a Correggio è venuto Walter Veltroni a presentare il suo nuovo romanzo, “Quando“. Il nuovo romanzo di Walter Veltroni, “Quando”, è stato già ampiamente dibattuto dalla critica (per esempio, Christian Raimo ne parla qui, anche con un certo livore). Non credo che leggerò “Quando”, il nuovo romanzo di Walter Veltroni, esattamente come non ho mai letto alcunché della (secondo me sostanzialmente trascurabile) opera letteraria di questo autore. A dire il vero, non trovo alcuna ragione per cui si dovrebbe impiegare tempo a leggere un romanzo in cui Walter Veltroni spiega, con il suo modo walterveltronesco, gli ultimi 30 anni di storia italiana, come se per farlo non gli fossero stati sufficienti la politica, i ruoli ricoperti, le trasmissioni tv in cui è stato ospite, persino il cinema che ha fatto, i documentari, il giornalismo e qualsiasi altra cosa toccata dal multiforme ingegno di un artista così poliedrico in questi 30 anni. Lo spunto da cui prende le mosse la trama di “Quando” è poi semplicemente ridicola (metto uno in coma e quando si sveglia gli spiego cos’è successo nel frattempo), ma non è questo il punto. Il punto è che “quando” Walter Veltroni è venuto a presentare a Correggio il suo ultimo romanzo “Quando”, a Correggio la sala era pienissima. Di più. Walter Veltroni a Correggio ha fatto letteralmente il sold out. Ha sorriso, ha parlato, ha firmato le copie del libro (quindi in questo momento qualcuno avrà nella sua libreria una copia di “Quando” firmata dall’autore). Non è però un problema di Correggio. Credo sia così un po’ dovunque. Almeno lo auguro, sinceramente, a Walter Veltroni.

2.
amacheNel frattempo, con un’ardita operazione commerciale, la casa editrice Feltrinelli, giusto in tempo per il Natale, ha mandato in libreria un tomo – che è un qualcosa che sta a metà tra un oggetto contundente e un pezzo dal design minimalista – che raccoglie 25 (venticinque) anni di “Amache” di Michele Serra. Attenzione: non stiamo parlando qui di un dotto repechage di un autore meritevole ma misconosciuto. Perché in questi 25 anni, Michele Serra – che certo ha capacità di scrittura notevolissime e in sostanza è anche bravissimo – le sue “Amache” le ha pubblicate in prima pagina su “Repubblica” (e il tutto avviene mentre al cinema esce un film tratto dal precedente lavoro di Michele Serra – “Gli sdraiati”, diretto da Francesca Archibugi, con Claudio Bisio – in cui Michele Serra parla dei giovani).

Dunque.
Dunque la domanda è: ma, esattamente, a chi parla questa gente qua? A chi parlano i Serra, i Veltroni e tutti gli altri che hanno okkupato, a volte quasi militarmente, lo spazio culturale italiano proprio degli ultimi 25-30 anni (vale a dire gli anni di cui adesso scrivono, nuovamente loro)? Quante incredibili e straordinarie risorse impiega l’industria editoriale di casa nostra per editare, pubblicare, distribuire e diffondere libri che raccontano la storia di 30 anni scritta da chi l’ha già scritta in questi 30 anni? Quante ricchezze avrebbe potuto offrire, a noi lettori, la casa editrice Feltrinelli se invece di pubblicare 25 anni di cose già pubblicate in prima pagina su “Repubblica” avesse offerto la possibilità a qualcuno di dire qualcosa di nuovo?
E allora – nonostante le sale piene – il sospetto è che questa gente qua non parli nemmeno più al proprio pubblico (o a “un” pubblico), ma solo a se stessa, al proprio circolo intellettuale, dentro un recinto ben delimitato che va da “Repubblica” al salotto di Fazio, alla domenica sera, transitando per interventi su Micromega (per i più “colti”) o attraverso lo sdoganamento pop di qualsiasi altra cosa (tipo i programmi di Giletti).
Nel frattempo, in un frattempo che ci sembra persino bello addormentarci cullati dalle suadenti parole di Walter Veltroni e sognando Berlinguer, ecco, nel frattempo là fuori, là fuori dal recinto, là fuori nel mondo reale, la cultura la fanno Matteo Salvini e i naziskin.
Punto.
A capo.

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Un’ottima annata

img_0129Per una serie di fortunate coincidenze – treni presi, aerei in volo, viaggi, destinazioni, hotel, ostelli – quest’anno sono riuscito a leggere molto. Che meraviglia. E anzi, potrei dire tranquillamente “mammamia quanti libri belli ho avuto la fortuna di leggere”! Già, “mammamia”. Son tre mesi che mi dico che questa volta mi sarà impossibile fare il classico “podio” o “cinquina” di consigli, perché è stata davvero un’ottima annata e, come nelle migliori vendemmie, le “ottime annate” non si classificano. Si gustano. Quindi sì, certo, ho letto “Eccomi” di Jonathan Safran Foer, ho (già) letto il nuovo Zerocalcare (“Macerie prime“), ho letto alcuni classici e ho tappato dei buchi che avevo (tipo con “La famiglia Karnowski“), ho letto “Le otto montagne” – che manco vi devo linkare – e anche “Il giro del miele“. Ho letto ancora Jon Kallman Stefansson (“qualsiasi cosa”, ma che ve lo dico a fare, lui ormai è un “dovere”). Sono anche in pari con la saga di “Berlin“, di Fabio Geda e Marco Magnone.
Ma non sono questi libri che metterò qui di seguito.
E non metterò nemmeno il nuovo di Paul Auster – che pure devo ancora comprare.
Qui provo a segnalare alcuni libri che io, in persona, regalerei anche se uno li ha già, proprio per dire “guarda, ti voglio bene, ti regalo comunque qualcosa che te lo dimostra”. Sono frammenti di consigli sentimentali, se così si può dire.

Dunque, il primo è “Il caso Malaussène – Mi hanno mentito“. Perché? Perché fin dalle prime anticipazioni sull’uscita del libro, avevo scorto un certo pessimismo sulla “minestra riscaldata” di Daniel Pennac e invece no, invece no: ritrovare Belleville e la famiglia Malaussène ha avuto il sapore, come dire?, di “tornare a casa”, ecco. E pazienza per quel “continua” finale: io credo fermamente in Malaussène e non me la sono presa, tutt’altro. Quel “continua” è un augurio.

Con “Il Nix“, di Nathan Hill – accidenti a lui – mi è capitata una cosa che nella mia vita di lettore mi era successa solo in un’altra occasione. E quell’altra occasione era per “Le fantastiche avventure di Kavalier&Clay” – e ho detto tutto. E quella cosa, invece, è arrivare all’ultima pagina, chiudere il libro e dire “oh, ma quanto piacerebbe A ME saper scrivere una storia del genere, in questo modo!”. Tipo come quando da bambino vedevo Nicola Berti e provavo a fare uguale, ma riuscivo al massimo a somigliare ad Angelo Orlando. “Il Nix” è un libro super, che tiene le fila della storia, tra vari salti temporali e narrativi, sempre con grande maestria (e ottimamente tradotto da Alberto Cristofori, che dirlo non fa male).

Neve cane piede“, di Claudio Morandini, è un breve, bellissimo romanzo che:
punto numero uno si svolge in montagna;
punto numero due ha per protagonista un personaggio che non dimenticherete tanto facilmente;
punto numero tre sembra che parli di vita e invece parla di morte, ma invece parla di vita.

Il Regno” è stato uno dei tre libri di Emmanuel Carrère che ho letto quest’anno. Ora, facile dire “beh, ma bella scoperta…” perché, cacchio, me lo dico anche da solo, non infierite. Ora, “Il Regno” racconta, al modo di Carrère, la storia di una conversione. E poi di una controconversione. E poi racconta di San Paolo e di quel libro incredibile e misconosciuto che passa con il titolo “Atti degli Apostoli”. Esattamente a pagina 101 c’è la frase più bella che abbia letto quest’anno, in assoluto: “Ti abbandono, Signore. Tu non abbandonarmi”.

E poi… Beh, e poi, ovviamente: MICHAEL CHABON, “Sognando la luna“. Scrivo il nome in maiuscolo, apposta. Il “mio” Autore. Chabon per me è come il no look con cui Pirlo smarca Fabio Grosso, è come un film di Steven Spielberg, è come un album degli U2. Non mi interessa la qualità, non sono obiettivo, MAI, con Chabon. Per me è e resta in assoluto il migliore. Ma “Sognando la luna” è davvero un piccolo capolavoro (il  “grande capolavoro” rimane Kavalier eccetera eccetera). Davvero il miglior Chabon, in grande forma.

A questo punto, dunque, potrei/dovrei aver finito.
Invece no.
Perché vorrei spendere qualche ulteriore consiglio per una serie di libri di amici. Ho alcuni amici che scrivono cose incredibili e per me sono “incredibili” non perché sono amici, ma proprio a livello oggettivo.
Di “Queste stanze vuote“, di Massimiliano Maestrello, avevo già parlato qui (dio salvi la Regina, sì, ma anche chi ha inventato i link).
Massimo Canuti se ne è uscito quest’anno con “Le coincidenze dell’estate“, che ha una copertina che mi convince poco – e lui lo sa – ma che è una piccola e deliziosa storia, dove alcuni macrotemi – la solitudine, la diversità, l’amicizia, la vecchiaia – vengono svolti in modo delicato e leggero e ironico, così tanto che alla fine ti lasciano felice di aver letto quella storia lì. Che non è poco. Comunque ne avevamo parlato qui.
Matteo De Benedittis quest’anno ha voluto esagerare e ha pubblicato due libri. In uno “Dinotrappole” ok, ci mette di mezzo i dinosauri e quindi vuole vincere facile. Ma nell’altro, “S.M.A.R.F.O.“, riesce a condensare alcuni temi di attualità, di pseudogiovinanza e di celato harrypotterismo (anche senza magia) che, insomma, a me in alcune parti ha persino commosso anche se lui voleva far sorridere.

P.S.
Ovviamente, non ve la sto qui a menare con “Sui confini“. Ehi, a proposito: apparte le belle parole e le pacche sulle spalle e i complimenti, ma poi “Sui confini” l’avete comprato/letto?

P.P.S.
Non vi ho ancora convinto? Bene, allora ecco la cartuccia finale. Un libro pazzesco, bellissimo: “Io non mi chiamo Miriam“, di Majgull Axelsson.

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Per una lettura critica di “Karate Kid – Per vincere domani”

Un paio di sere fa in tv – esattamente su Sky Cinema Qualcosa – hanno trasmesso, credo per la 37esima volta nell’ultimo bimestre, “Karate Kid – Per vincere domani”. Io ero impegnato nel classico zapping da terza serata, ma nel momento in cui sono capitato su Sky Cinema Qualcosa mentre Sky Cinema Qualcosa trasmetteva “Karate Kid – Per vincere domani” mi sono fermato, ovviamente, perché è molto difficile resistere alla forza attrattiva di “Karate Kid – Per vincere domani”.
“Solo cinque minuti e poi vado”, mi sono detto.
Due ore dopo, com’era prevedibile, la terza serata aveva sconfinato in una quarta serata e io, chiaramente, il film l’ho visto fino alla fine.
Non ho mai fatto un calcolo preciso, ma quella dell’altra sera dovrebbe essere la quindicesima o sedicesima volta che ho guardato “Karate Kid – Per vincere domani” (e per quanto mi riguarda, solo il primo episodio di “Ritorno al futuro” vanta un numero superiore di visioni). A conti fatti, dunque, “Karate Kid – Per vincere domani” rappresenta per me una pietra miliare per quanto riguarda ciò che potremmo definire una “formazione culturale” (e certo, sta praticamente alla pari con altre cose tipo “I racconti di San Pietroburgo” oppure la quadrilogia di Indiana Jones o “Achtung baby“, cose alle quali non puoi mai dire di no, mai).
Solo che l’altra sera è successa una cosa diversa dal solito. Navigando in quarta serata, avevo l’obbligo di tenere il volume della televisione molto basso e anzi, a un certo punto, dal piano di sopra, visto che i bimbi sembravano ancora piuttosto vispi, si sono “lamentati”. Quindi ho guardato tutta una parte di “Karate Kid – Per vincere domani” completamente senza audio. Tanto le battute le conosco a memoria. Ma guardare “Karate Kid – Per vincere domani” senza audio, ci proietta in una situazione metafisica, in una dimensione inedita perché offre la possibilità di apprezzare certi piccolissimi particolari che mai, prima, erano venuti alla luce con tale evidenza. Per me si è trattato di un’esperienza luminosa e sconcertante allo stesso tempo.
Ovviamente, quando diciamo “Karate Kid – Per vincere domani” tutti sanno di cosa stiamo parlando. Per cui non aggiungerò molto a un breve riassunto che, in ogni caso, è necessario fare (ad uso e consumo solo dei più giovani).
Dunque, Daniel LaRusso (attenzione: “LaRusso” scritto proprio così, non La-staccato-Russo) è un sedicenne che, insieme alla madre, si è appena trasferito dal New Jersey al “Residence Reseda”, Los Angeles, California. Per chi si fosse sempre perso l’inizio del film, posso qui dire che, conoscendo poi l’evolversi successivo del drama, la scena iniziale dell’addio-amici – di quando cioè la malandata automobile dei LaRusso parte dalla piccola contrada e gli amichetti del giovane Daniel la rincorrono per gli ultimi saluti – è piuttosto straziante. Ma qual è il motivo del trasloco trasloco? Banalmente motivi di lavoro. Daniel LaRusso, però, mentre scarica gli scatoloni nella nuova casa, specifica a un tizio appena conosciuto in loco che la signora Lucille LaRusso sta per iniziare una nuova carriera in un’azienda che progetta nientepopodimeno che viaggi spaziali. Cioè, si presenta sparando una balla colossale al suo primo potenziale amico. Niente male. Nient’altro ci viene detto in merito al fu signor LaRusso, così come non sappiamo per quale motivo Daniel LaRusso abbia sedici anni ma ne dimostri dieci (anche se questo particolare rientra nel fascino ambiguo dell’attore Ralph Macchio, che lo impersona).
Tuttavia, la scena decisiva, quella che vista a volume zero cambia radicalmente la prospettiva critica sul film, sarà tra un po’. Per gli addetti ai lavori si tratta della “Scena della doccia”. Ci arriveremo tra poco. Per ora ci serve sapere che quando Daniel LaRusso, travestito da doccia (sic, avete capito bene), si presenta alla festa di Halloween della sua nuova scuola, in realtà sono già successe parecchie cose. Prima di tutto va detto che a questo punto Daniel LaRusso ha già incontrato – e, va da sé, ci ha già provato – Ali Mills, vale a dire una bellissima Elisabeth Shue. Qui aggiungiamo una piccola nota: se guardate Elisabeth Shue – “quella” Elisabeth Shue – con gli occhi di adesso, con occhi cioè rovinati da oltre 30 anni di stilemi modaioli anoressici, troverete Elisabeth Shue “grassoccia”. Invece Elisabeth Shue è bellissima, bellissima come sono le ragazze di sedici anni, bellissima com’era anche Kate Winslet a bordo del “Titanic”, per dire.iewxybs
Ma torniamo a noi.
Dicevamo che Daniel LaRusso ha già incontrato Ali Mills e la cosa straordinaria è che, senza che abbia fatto assolutamente nulla di speciale, Ali Mills si mostra attratta da lui. E questo fa rientrare “Karate Kid – Per vincere domani” nella categoria “film socialisti”, dove cioè gli umili e gli oppressi sono portati alla ribalta. Gli umili e gli oppressi, esatto. Ma gli insignificanti? Che direbbe Lenin di fronte all’insignificanza di Daniel LaRusso? Se non fossimo in “Karate Kid – Per vincere domani”, cioè in un contesto di sospensione della realtà, tutto ciò potrebbe sembrare assurdo. Invece, ogni cosa è legata da un fio logico inoppugnabile. Ali Mills è la ragazza più figa del circondario. Inoltre è anche la più ricca e la più bionda e la più ammirata. E allora cosa ci trova Ali Mills in Daniel LaRusso (e questa, infatti, è la precisa domanda che le fanno tutte le sue amiche del cuore), vale a dire cosa ci trova in quel sedicenne immigrato con la faccia da decenne, millantatore da strapazzo, di basso ceto sociale e con scarsa per non dire nulla conoscenza dello ius soli locale? Ed eccola qui, la potenza della rivoluzione dei subalterni, dove tutto avviene per un non procrastinabile destino sociale e non per borghese capacità di censo. Perché, oltre tutto, Ali Mills – e qui veniamo al punto numero due – è l’ex fidanzata di Johnny Lawrence, ovvero William Zabka, ovvero uno che, dal punto di vista estetico, potrebbe essere lo zio del nostro Daniel LaRusso-Ralph Macchio. Per estrazione sociale, condizione economica e per un sacco di altre cose, Johnny Lawrence rappresenta l’esatta controparte maschile di Ali Mills. E infatti i due stavano insieme, con reciproca soddisfazione dei benestanti genitori, pronti ad accogliere presto, nelle loro rispettive ville in collina, un nugolo di nipotini biondi, belli e vincenti. Come loro. Solo che Ali ha mollato Johnny. Perché? Perché Johnny – grande promessa dal karate californiano – è un “violento”. 8e692db346570b0a01810ee7b076b027Non si sa quando Johnny sia diventato “violento” o quando Ali se ne sia accorta, dato che tutto lascia intendere che sia sempre stato così. Fatto sta che, prima della scena della doccia, Johnny Lawrence e la sua banda – vale la pena ricordarli perché tutti noi abbiamo incontrato gente simile alle scuole medie: Tommy (l’attore Rob Garrison), Jimmy (impersonato da Tony O’Dell), Darry Vidal, Dutch (Chad McQueen, figlio di Steve) e Bobby Brown (Ron Thomas), il più mite del gruppo, uno cioè che vorrebbe limitarsi a fare solo del male agli altri senza necessariamente ucciderli – hanno già pestato l’ottimo LaRusso in almeno due occasioni: la prima è stata perché Daniel si è stupidamente intromesso in un litigio in spiaggia tra Johnny e Ali (contravvenendo alla prima regola dell’immigrato che vuole essere aiutato a casa sua: non immischiarsi in affari che non lo riguardano); karate-kid-remake-4e09dbd1-140a-4859-bbf1-fa1c1a3983ddla seconda, invece, è stato quando hanno buttato Daniel in bicicletta giù per una scarpata, che, anche se stiracchiata, possiamo inserire alla voce “ragazzata” pur essendo stata del tutto gratuita (poi sì, c’è stato anche l’episodio della partita di calcio, sport nel quale per qualche oscuro motivo eccelle Daniel LaRusso forse in virtù del suo italico cognome, perché, per il resto, non si hanno agli atti testimonianze di campioni di soccer provenienti dal New Jersey: nell’occasione, Daniel LaRusso scarta tutti, avventurandosi in un dribbling che nemmeno Leo Messi, prima però di perdere completamente la brocca dopo aver subito un fallo provocatorio da uno della gang di Lawrence, finendo per essere allontanato dal campo di allenamento da parte dell’integerrimo professore di educazione fisica, e tutto questo sotto gli occhi amorevolmente preoccupati di Ali, qui nelle vesti di majorette).
A questo punto del film è già possibile tracciare un profilo psicosomatico di Daniel LaRusso: Daniel LaRusso non è bello (spiace Ralph, fattene una ragione), non è simpatico, è un attaccabrighe complessato e non è nemmeno scaltro. Ma possiede il grande pregio degli umili: la pazienza.
E qui arriviamo alla scena secondo me clou del film, quella che dà la svolta a tutto quanto. Andiamo con ordine.
http-%2f%2fi-huffpost-com%2fgen%2f3417250%2fimages%2fn-karate-kid-628x31Daniel viene convinto dal Signor Miyagi – su questo non mi soffermo: se non sapete chi sia il Signor Miyagi-Pat Morita non conoscete la storia del cinema! – a partecipare alla già citata festa di Halloween. E questa è la scena che va vista senza audio per comprenderne al meglio la sua surreale potenza: dopo quasi tre quarti d’ora di film e svariate botte prese, infatti, Daniel LaRusso sembrerebbe aver capito come funzionano le cose da quelle parti e, giustamente, è un po’ riluttante al partecipare a una festa cui, con ogni probabilità, sarà nuovamente fatto oggetto di percosse violente. Nonostante ciò, si lascia convincere in modo assurdo dal Signor Miyagi (che lui, mostrando appunto tutti i suoi limiti, non riesce nemmeno a chiamare in modo giusto, storpiandone ripetutamente il nome in vari modi e, voglio dire, non sarebbe difficile, non si chiama Signor Rwananapatturstra, che ne dici Daniel?). Comunque, il piano che l’astuto Signor Miyagi gli propone è quello di presentarsi alla festa travestito da doccia. Per non farsi riconoscere. Dev’essere un’usanza di Okinawa – l’isola da cui proviene il Signor Miyagi – ma qui pare più che altro una trovata da Wile E. Coyote. Ma pazienza, procediamo perché stiamo per arrivare alla parte kantiana di tutta la faccenda. kk_misc17Daniel va dunque alla festa travestito da doccia e, ovviamente, Ali, che non lo vede da qualche giorno, casca subito tra le sue braccia (potrebbe essere diversamente solo in un film che non fosse dichiaratamente socialista, oppure nella realtà), mentre un tizio travestito da gallina si diverte a spiaccicare uova vere sulla testa della gente. Il che, tutto sommato, pare essere uno scherzo stupido persino nell’America reaganiana del 1984, dove l’asticella della stupidità era piuttosto bassa. Comunque, mentre Daniel LaRusso, nascosto dal telo a pois del suo astuto travestimento, già brama di limonare con Ali, il tizio camuffato da gallina gli smazza subito un uovo sulla testa, costringendolo ad andare in bagno – sempre travestito da doccia, ovvero “irriconoscibile – a pulirsi i capelli perché va bene tutto, va bene essere di larghe e democratiche e socialiste vedute, com’è appunto Ali, ma baciare un tizio che sa di frittata e di uova fresca non è il massimo.
Ci siamo.
Perché qui, nel bagno, Daniel LaRusso fa la cosa apparentemente più stupida e insensata che uno nella sua posizione possa anche solo progettare: dopo aver scoperto, infatti, che Johnny Lawrence, chiuso in un cesso, sta rollando delle canne per i suoi amici, il nostro Daniel pensa sia particolarmente furbo infilare una gomma dell’acqua sopra la testa dell’ignaro Lawrence e innaffiarlo da capo a piedi.
Poi Daniel LaRusso se la dà a gambe.
Tralasciamo il fatto che nel corso della fuga – inseguito da tutta la banda di simpatici allegroni (a loro volta travestiti da scheletri) – il buon LaRusso causi un incidente automobilistico multiplo di cui nessuno pare darsi troppa preoccupazione. E tralasciamo anche il fatto che per compiere il suo scherzetto, Daniel LaRusso si sia di fatto condannato a morte (perché se il Signor Miyagi non arrivasse a salvarlo dall’ira funesta di Johnny e dei suoi con un intervento alla Uomo Tigre ora staremmo qui a raccontare ovviamente tutta un’altra storia). Ecco, grazie al volume silenziato possiamo davvero tralasciare tutte queste cose ed entrare nella testa dei personaggi e nei meccanismi narrativi senza farci distrarre dalle parole per soffermiamoci sul fatto che questo snodo fondamentale – perché è da qui che prenderà il via tutta la menata del dai-la-cera/togli-la-cera e di ciò che renderà poi epico, insostituibile, clamorosamente educativo “Karate Kid – Per vincere domani” – avviene in virtù di una clamorosa boiata compiuta dal protagoosta dell’epica narrazione. Questo passaggio andrebbe rivisto più volte, sempre in rigoroso silenzio, e programmato in tutti i corsi contro il bullismo per dire che nella vita reale è vero, i bulli esistono, ma, attenzione, il Signor Miyagi no, il socialismo è ancora di là da venire e se proprio state cercando il riscatto personale e sociale, questo può avvenire senza necessariamente candidarsi alla mutilazione.
L’altro messaggio che il compianto John G. Avildsen – regista del film e di altri capolavori generazionali dell’epoca – ci lascia è questo ed è vagamente minaccioso: non serve affatto uno straccio di sceneggiatura decente per costruire un capolavoro narrativo.
karate_kidOltre ad essere un caposaldo d’epica contemporanea (grazie soprattutto a una seconda parte in cui il film lascia perdere tutte le stronzate precedenti per concentrarsi finalmente sull’unica cosa che conta e l’unica cosa che conta è La Mossa Finale) “Karate Kid – Per vincere domani” è dunque un film socialista nel pieno senso del termine, in quanto irrazionale e materialistico nello stesso tempo, e nemico giurato delle scuole di scrittura creativa.
E chi non è d’accordo si merita solo “Il ragazzo dal kimono d’oro“, che è una truffa.

Libreria

Tre libri per l’estate (+1)

Piccola puntata estiva per alcuni “consigli” – che poi, “consigli” è una parola fin troppo importante: diciamo, allora, suggerimenti nel caso vi trovaste in una libreria, in procinto di partire, cercando qualcosa da portare con voi (o semplicemente da sfogliare mentre siete lì e fuori picchiano 41 gradi e la libreria ha l’aria condizionata e la libraia è carina e sperate di fare colpo su di lei e, insomma, niente, “suggerimenti”, allora, tanto per scrivere qualcosa).

P.S.
Non sono libri che troverete in autogrill, quindi, se siete interessati, muovetevi per tempo.

Gianluca Serra, “Salam è tornata” (Exòrma)
salamProvate a immaginare di trovarvi in un posto dove sembra non succeda nulla, poco prima però che in quel posto accada “tutto”. Provate a immaginarvi se quel posto fosse per esempio la Siria – quando ancora la Siria era “quel luogo, ma sì dai, quello Stato dove c’è quella regina, tanto caruccia…”. Provate a immaginarvi, dunque, di essere in Siria, sulle tracce – e poi in difesa – di un uccello, un uccello sacro agli egiziani, un uccello che si riteneva estinto da almeno settant’anni. Provate così a raccontare la catastrofe prima della catastrofe, un attimo prima, che è poi quello in cui tutto diventa chiaro, l’attimo perfetto in cui è possibile ancora raccontare ciò che subito dopo non lo sarà più, la Siria, appena prima dello scoppio della guerra civile, con i beduini, i servizi segreti, la corruzione, il potere sfarzoso, i deserti, la cooperazione internazionale. Provate a immaginare di scattare questa fotografia, fare click, salvarla sulla memory card e poi riguardarla, dopo, dopo che tutto è successo e che tutti hanno parlato, e capire che il “tutto” era già lì. Un istante prima della catastrofe.
Ecco, questo è “Salam è tornata”.
Un libro dove – e so che sembra impossibile, ma è così – si ride anche molto.

Massimo Canuti, “Le coincidenze dell’estate” (e/o)
cover_9788866328377_1930_600C’è Milano e c’è l’estate (binomio raramente “vincente”). Poi ci sono un adolescente, Vincenzo, un tizio che recentemente è diventato un barbone, Italo, e una serie di altri personaggi, soprattutto anziani, tra cui spicca Evelina, ex parrucchiera dei divi di Cinecittà.
“Le coincidenze dell’estate” è un romanza che parla di un sacco di cose che, secondo me, si possono tutte riassumere nella voglia di “reset”: non importa che tu abbia 15 o 90 anni, esiste sempre un momento in cui la necessità è quella di resettare tutto, fare silenzio e ricominciare qualcosa di nuovo e magico e avventuroso. E la tua “isola del tesoro” potrà anche essere la scoperta dell’identità sessuale, il ritrovare una famiglia che pareva irrimediabilmente perduta o, più semplicemente, recuperare il senso di umanità che conduce a quel gesto, così semplice e così difficile, che è il “fare compagnia”.
Massimo Canuti ha scritto un romanzo “pulito” senza cadere nella smanceria, in una narrazione estremamente cinematografica, come ritmi e cadenze. Inoltre si dimostra uno scrittore coraggioso, perché porta felicemente in scena personaggi con età drammaticamente difficili da rappresentare: adolescenti e anziani, categorie cui molti autori opporrebbero facilmente un salvifico “vade retro”.

Jonas Hassen Khemiri, “Tutto quello che non ricordo” (Iperborea)
20161118150714_tutto_quello_che_non_ricordoSamuel, il protagonista di questo stupendo romanzo, è morto. Questo non è spoling di bassa categoria. È proprio così. Com’è morto Samuel? Un incidente, parrebbe. Ma forse qualcos’altro, un incidente in qualche modo voluto. Come sono andate le cose? Prova dunque a ricostruire la vita di Samuel uno scrittore, che va a raccogliere le testimonianze di amici, fidanzate, compagni, coinquilini, componendo una narrazione che parte dal gioco del “what if” – che cosa sarebbe successo se quello che è successo non fosse successo – ma arriva alla conclusione che ciò che resta di noi, resta nelle parole di chi ci racconta e che raccontare una persona significa raccontare un tempo e che tutto, nel racconto, è comunque e sempre vivo. E che questo, però, potrebbe essere solo un’illusione. Potrebbe.

Il +1
In precedenza, mi era accaduto una volta sola di pensare “accidenti, questo romanzo mi sarebbe piaciuto scriverlo io, se solo ne avessi le capacità…”. Era stato per “Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay”, di Michael Chabon (no, non è vero, era successo anche per “Ogni cose è illuminata”).
Beh, comunque sia, è successo di nuovo per “Il Nix” di Nathan Hill (Rizzoli).