Archivio della categoria: cartoline dai pesci rossi

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Libri sotto l’ombrellone? No, grazie!

Siate felici!
Fregatevene dei “consigli di lettura”.
Soprattutto dei consigli per i “libri sotto l’ombrellone”.
I “libri sotto l’ombrellone” sono il male. Sotto l’ombrellone ci devono stare la Gazzetta dello Sport, un certo grado di cazzeggio social, le chiacchiere con quelli che ci sono lì vicino, qualche bel pensiero in testa, i giochi dei bimbi, la meraviglia per quanto si è fortunati – nonostante tutto, NONOSTANTE TUTTO – a esserci, a essere lì.
Ma se proprio-proprio non ne potete fare a meno, se proprio-proprio non vi daranno poi fastidio le pagine piene di sabbia e le copertine scolorate e gli schermi dei device graffiati, allora io di consigli comunque non ne ho. Ma posso segnalare alcuni libri che ho letto e che mi sono piaciuti, ecco.

Fabio Geda, Marco MagnoneBerlin (Mondadori)
Questo, in effetti, non è un libro singolo, ma una saga. Quindi, se tra una paletta e un secchiello, tra la crema solare e la voglia di un mojito al bar, non avete timore nell’infilare nella borsa-mare sei-dico-sei libri, ecco che “Berlin” è ciò che fa per voi. “Berlin” racconta di un mondo dove gli adulti sono tutti morti per via di un misterioso virus che, di fatto, uccide al compimento più o meno della maggiore età e… Eh sì, lo so: non tirate subito fuori Ammanniti o “questo l’ho già sentito”, perché poi “Berlin” – che comunque è un progetto editoriale che si è snodato in tre anni – è qualcosa di estremamente raffinato. Certo, c’è del fantasy. Certo c’è – miodioooo! – del “young adults” (e certo, lo fa Mondadori in hard cover). Certo, ci sono tutte queste cose, compresi i brufoli e i “palpitamenti” di sentimenti adolsecenziali. Però avete presente quelle cose che fanno davvero battere il cuore? L’avventura! L’amore! Il rischio! La passione! Gira pagina, dai, gira, ancora una, una che voglio vedere come va a finire. Vi pare poco?

Nathan EnglanderUna cena al centro della terra (Einaudi)
Allora, qui dobbiamo parlare di quello che secondo me è tra i tre/quattro migliori scrittori viventi (la sparo un po’ grossa? Niente affatto). Il suo meglio Englander lo dà nella forma-racconto, ma già nel suo precedente “Il Ministero dei casi speciali” aveva dato prova di tenere benissimo la “lunghezza”. Questa è una spy story, mescolata a un sacco di altre cose (come sono poi tutte le spy story, no?). C’è un particolare di Englander che non vi ho ancora detto: quando leggete Englander capite che per scrivere – per scrivere bene intendo – non ci deve essere nemmeno una parola giù di posto. O inutile. E’ un po’ come riascoltare un vecchio album dei REM. Provare per credere.

Massimo MantelliniBassa risoluzione (Einaudi)
Qui, con questo libro, vi abbronzerete pochissimo. O forse moltissimo, dato che è breve. Ma ehi, volete sapere come ci stanno fregando? Anzi: come ci stiamo fregando da soli? Come e quando abbiamo accettato di declassare le nostre vite e accontentarci di sogni a bassa risoluzione, appunto? E di come l’abbiamo fatto proprio noi, che avevamo invece sogni di rock’n’roll? Un libro semplice, immediato, perfetto. E se queste frase vi suona un po’ come una fascetta, ok, che male c’è? Per una volta può anche starci.

Kent Haruf
TUTTO QUELLO CHE HA SCRITTO KENT HARUF (in Italia lo edita NN). Che sono poi quattro romanzi. Ma che ve lo dico affà?

Giobbe feat. DioIl Libro
Il male, il bene, il dolore e la ricompensa. Il senso delle cose, di tutte. Non abbiate timore di essere scambiati per Testimoni di Geova se vi portate in spiaggia il “Libro di Giobbe”. Non è che solo perché uno va in spiaggia deve per forza trasformarsi in un coglione laureato all’Università della Vita. Tra l’altro, dopo aver letto Giobbe provate a farvi un giro su Fb e vedrete sotto una luce nuova anche il post più odioso del personaggio che vi sta più antipatico, il vostro Scanzi personale. E sì – spoling – c’è un perché nel fatto che esistano queste persone, che scrivano certe cose, che voi vi arrabbiate e, insomma, nel succedersi dei fatti. Si chiama “vita”. Bisogna spiegarsela, in qualche modo.

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Altre due cose (+1) che devo aggiungere sui “libri per il 2017”

Il fatto è che non avevo finito. Cioè, quando avevo scritto quell’altro post, l’anno non era finito e io non avevo ancora terminato alcune cose. E quelle alcune cose ora le vorrei proprio far entrare tra ciò che mi porterò sicuramente dietro, nel nuovo anno, tra quelle che quando le riprenderò in mano, e beh, dirò “ah, il 2017, che ottima annata”.
Ci sono due libri e un podcast.
71nnuoja7lIl primo libro è “Nudi come siamo stati” e l’ha scritto Ivano Porpora. Allora, da quanto so (e leggo sui social, dov’è piuttosto attivo) Ivano Porpora abita a Viadana (Mantova) e tifa Milan e Parma, il che rappresenta una combo per me potenzialmente letale. Però, avete presente quando vien fuori qualcuno a dire “eh, ma la narrativa italiana è scialba, priva di nerbo, ombelicale, pensierodebolosa, blablabla…”? Avete presente? Bene. “Nudi come siamo stati” è l’esatto contrario. “Nudi come siamo stati” è una narrativa potente, profonda, densa, impegnativa e mai banale. Al che uno potrebbe pensare “vabbè, è un libro palloso”. E invece no, niente affatto. “Nudi come siamo stati” ha un plot vivo, che ti si pianta lì in mezzo, in testa, e magari mica subito, ma ti ci ritrovi a pensarci su anche dopo qualche settimana. Che è una delle caratteristiche principali dei libri davvero-davvero importanti.

nzoPaciv Tuke” è stata invece qualcosa di inaspettato e bellissimo. Per me è andata così. Poco prima di Natale sono tornato in libreria perché avevo dimenticato un paio di cose. Lì, il libraio si era a sua volta dimenticato di dirmi che la mia amica e scrittrice Fabrizia Amaini – “Sopravvissi non so come alla notte“, fra gli altri – aveva lasciato per me un classico “libro sospeso”. Il libro era poi questo magnifico romanzo di Simona Fiori, che racconta le vicende del nano Ferdinand, della donna barbuta Gwenna, della ragazza Tania e dell’orsa Pia, zingari ad Auschwitz. “Paciv Tuke” è un romanzo durissimo e intenso. Che improvvisamente – e spesso in modo del tutto inaspettato – si squarcia di poesia. Luminosa. Per me è stata una straordinaria sorpresa. Non è vero che il tema del porrajmos – lo sterminio degli zingari nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale – non è mai stato trattato da nessuno, come si sente dire a volte. Lo hanno trattato in diversi autori. Simona Fiori però lo fa in modo magistrale.

Veleno“, infine, è un podcast, prodotto per Repubblica.it e realizzato da Pablo Trincia e Valeria Teodonio. Racconta una storia sconvolgente – nel vero e più proprio senso del termine – di cui è difficile anticipare qualcosa senza fare spoiling. Le vicende sono reali e sono in gran parte ambientate tra Massa Finalese e Finale Emilia. “Veleno” è un’inchiesta in sette puntate, ma è anche una narrazione pazzesca, dove non manca un aspetto assente invece in gran parte della produzione entertainment e mainstream attuale: la pietà. E dove risuona potente la voce di Guglielmo da Baskerville ne “Il nome della rosa“: “La sola prova dell’esistenza del diavolo è il nostro desiderio di vederlo all’opera”.

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Montarsi la testa

1.
Qualche giorno fa a Correggio è venuto Walter Veltroni a presentare il suo nuovo romanzo, “Quando“. Il nuovo romanzo di Walter Veltroni, “Quando”, è stato già ampiamente dibattuto dalla critica (per esempio, Christian Raimo ne parla qui, anche con un certo livore). Non credo che leggerò “Quando”, il nuovo romanzo di Walter Veltroni, esattamente come non ho mai letto alcunché della (secondo me sostanzialmente trascurabile) opera letteraria di questo autore. A dire il vero, non trovo alcuna ragione per cui si dovrebbe impiegare tempo a leggere un romanzo in cui Walter Veltroni spiega, con il suo modo walterveltronesco, gli ultimi 30 anni di storia italiana, come se per farlo non gli fossero stati sufficienti la politica, i ruoli ricoperti, le trasmissioni tv in cui è stato ospite, persino il cinema che ha fatto, i documentari, il giornalismo e qualsiasi altra cosa toccata dal multiforme ingegno di un artista così poliedrico in questi 30 anni. Lo spunto da cui prende le mosse la trama di “Quando” è poi semplicemente ridicola (metto uno in coma e quando si sveglia gli spiego cos’è successo nel frattempo), ma non è questo il punto. Il punto è che “quando” Walter Veltroni è venuto a presentare a Correggio il suo ultimo romanzo “Quando”, a Correggio la sala era pienissima. Di più. Walter Veltroni a Correggio ha fatto letteralmente il sold out. Ha sorriso, ha parlato, ha firmato le copie del libro (quindi in questo momento qualcuno avrà nella sua libreria una copia di “Quando” firmata dall’autore). Non è però un problema di Correggio. Credo sia così un po’ dovunque. Almeno lo auguro, sinceramente, a Walter Veltroni.

2.
amacheNel frattempo, con un’ardita operazione commerciale, la casa editrice Feltrinelli, giusto in tempo per il Natale, ha mandato in libreria un tomo – che è un qualcosa che sta a metà tra un oggetto contundente e un pezzo dal design minimalista – che raccoglie 25 (venticinque) anni di “Amache” di Michele Serra. Attenzione: non stiamo parlando qui di un dotto repechage di un autore meritevole ma misconosciuto. Perché in questi 25 anni, Michele Serra – che certo ha capacità di scrittura notevolissime e in sostanza è anche bravissimo – le sue “Amache” le ha pubblicate in prima pagina su “Repubblica” (e il tutto avviene mentre al cinema esce un film tratto dal precedente lavoro di Michele Serra – “Gli sdraiati”, diretto da Francesca Archibugi, con Claudio Bisio – in cui Michele Serra parla dei giovani).

Dunque.
Dunque la domanda è: ma, esattamente, a chi parla questa gente qua? A chi parlano i Serra, i Veltroni e tutti gli altri che hanno okkupato, a volte quasi militarmente, lo spazio culturale italiano proprio degli ultimi 25-30 anni (vale a dire gli anni di cui adesso scrivono, nuovamente loro)? Quante incredibili e straordinarie risorse impiega l’industria editoriale di casa nostra per editare, pubblicare, distribuire e diffondere libri che raccontano la storia di 30 anni scritta da chi l’ha già scritta in questi 30 anni? Quante ricchezze avrebbe potuto offrire, a noi lettori, la casa editrice Feltrinelli se invece di pubblicare 25 anni di cose già pubblicate in prima pagina su “Repubblica” avesse offerto la possibilità a qualcuno di dire qualcosa di nuovo?
E allora – nonostante le sale piene – il sospetto è che questa gente qua non parli nemmeno più al proprio pubblico (o a “un” pubblico), ma solo a se stessa, al proprio circolo intellettuale, dentro un recinto ben delimitato che va da “Repubblica” al salotto di Fazio, alla domenica sera, transitando per interventi su Micromega (per i più “colti”) o attraverso lo sdoganamento pop di qualsiasi altra cosa (tipo i programmi di Giletti).
Nel frattempo, in un frattempo che ci sembra persino bello addormentarci cullati dalle suadenti parole di Walter Veltroni e sognando Berlinguer, ecco, nel frattempo là fuori, là fuori dal recinto, là fuori nel mondo reale, la cultura la fanno Matteo Salvini e i naziskin.
Punto.
A capo.

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Un’ottima annata

img_0129Per una serie di fortunate coincidenze – treni presi, aerei in volo, viaggi, destinazioni, hotel, ostelli – quest’anno sono riuscito a leggere molto. Che meraviglia. E anzi, potrei dire tranquillamente “mammamia quanti libri belli ho avuto la fortuna di leggere”! Già, “mammamia”. Son tre mesi che mi dico che questa volta mi sarà impossibile fare il classico “podio” o “cinquina” di consigli, perché è stata davvero un’ottima annata e, come nelle migliori vendemmie, le “ottime annate” non si classificano. Si gustano. Quindi sì, certo, ho letto “Eccomi” di Jonathan Safran Foer, ho (già) letto il nuovo Zerocalcare (“Macerie prime“), ho letto alcuni classici e ho tappato dei buchi che avevo (tipo con “La famiglia Karnowski“), ho letto “Le otto montagne” – che manco vi devo linkare – e anche “Il giro del miele“. Ho letto ancora Jon Kallman Stefansson (“qualsiasi cosa”, ma che ve lo dico a fare, lui ormai è un “dovere”). Sono anche in pari con la saga di “Berlin“, di Fabio Geda e Marco Magnone.
Ma non sono questi libri che metterò qui di seguito.
E non metterò nemmeno il nuovo di Paul Auster – che pure devo ancora comprare.
Qui provo a segnalare alcuni libri che io, in persona, regalerei anche se uno li ha già, proprio per dire “guarda, ti voglio bene, ti regalo comunque qualcosa che te lo dimostra”. Sono frammenti di consigli sentimentali, se così si può dire.

Dunque, il primo è “Il caso Malaussène – Mi hanno mentito“. Perché? Perché fin dalle prime anticipazioni sull’uscita del libro, avevo scorto un certo pessimismo sulla “minestra riscaldata” di Daniel Pennac e invece no, invece no: ritrovare Belleville e la famiglia Malaussène ha avuto il sapore, come dire?, di “tornare a casa”, ecco. E pazienza per quel “continua” finale: io credo fermamente in Malaussène e non me la sono presa, tutt’altro. Quel “continua” è un augurio.

Con “Il Nix“, di Nathan Hill – accidenti a lui – mi è capitata una cosa che nella mia vita di lettore mi era successa solo in un’altra occasione. E quell’altra occasione era per “Le fantastiche avventure di Kavalier&Clay” – e ho detto tutto. E quella cosa, invece, è arrivare all’ultima pagina, chiudere il libro e dire “oh, ma quanto piacerebbe A ME saper scrivere una storia del genere, in questo modo!”. Tipo come quando da bambino vedevo Nicola Berti e provavo a fare uguale, ma riuscivo al massimo a somigliare ad Angelo Orlando. “Il Nix” è un libro super, che tiene le fila della storia, tra vari salti temporali e narrativi, sempre con grande maestria (e ottimamente tradotto da Alberto Cristofori, che dirlo non fa male).

Neve cane piede“, di Claudio Morandini, è un breve, bellissimo romanzo che:
punto numero uno si svolge in montagna;
punto numero due ha per protagonista un personaggio che non dimenticherete tanto facilmente;
punto numero tre sembra che parli di vita e invece parla di morte, ma invece parla di vita.

Il Regno” è stato uno dei tre libri di Emmanuel Carrère che ho letto quest’anno. Ora, facile dire “beh, ma bella scoperta…” perché, cacchio, me lo dico anche da solo, non infierite. Ora, “Il Regno” racconta, al modo di Carrère, la storia di una conversione. E poi di una controconversione. E poi racconta di San Paolo e di quel libro incredibile e misconosciuto che passa con il titolo “Atti degli Apostoli”. Esattamente a pagina 101 c’è la frase più bella che abbia letto quest’anno, in assoluto: “Ti abbandono, Signore. Tu non abbandonarmi”.

E poi… Beh, e poi, ovviamente: MICHAEL CHABON, “Sognando la luna“. Scrivo il nome in maiuscolo, apposta. Il “mio” Autore. Chabon per me è come il no look con cui Pirlo smarca Fabio Grosso, è come un film di Steven Spielberg, è come un album degli U2. Non mi interessa la qualità, non sono obiettivo, MAI, con Chabon. Per me è e resta in assoluto il migliore. Ma “Sognando la luna” è davvero un piccolo capolavoro (il  “grande capolavoro” rimane Kavalier eccetera eccetera). Davvero il miglior Chabon, in grande forma.

A questo punto, dunque, potrei/dovrei aver finito.
Invece no.
Perché vorrei spendere qualche ulteriore consiglio per una serie di libri di amici. Ho alcuni amici che scrivono cose incredibili e per me sono “incredibili” non perché sono amici, ma proprio a livello oggettivo.
Di “Queste stanze vuote“, di Massimiliano Maestrello, avevo già parlato qui (dio salvi la Regina, sì, ma anche chi ha inventato i link).
Massimo Canuti se ne è uscito quest’anno con “Le coincidenze dell’estate“, che ha una copertina che mi convince poco – e lui lo sa – ma che è una piccola e deliziosa storia, dove alcuni macrotemi – la solitudine, la diversità, l’amicizia, la vecchiaia – vengono svolti in modo delicato e leggero e ironico, così tanto che alla fine ti lasciano felice di aver letto quella storia lì. Che non è poco. Comunque ne avevamo parlato qui.
Matteo De Benedittis quest’anno ha voluto esagerare e ha pubblicato due libri. In uno “Dinotrappole” ok, ci mette di mezzo i dinosauri e quindi vuole vincere facile. Ma nell’altro, “S.M.A.R.F.O.“, riesce a condensare alcuni temi di attualità, di pseudogiovinanza e di celato harrypotterismo (anche senza magia) che, insomma, a me in alcune parti ha persino commosso anche se lui voleva far sorridere.

P.S.
Ovviamente, non ve la sto qui a menare con “Sui confini“. Ehi, a proposito: apparte le belle parole e le pacche sulle spalle e i complimenti, ma poi “Sui confini” l’avete comprato/letto?

P.P.S.
Non vi ho ancora convinto? Bene, allora ecco la cartuccia finale. Un libro pazzesco, bellissimo: “Io non mi chiamo Miriam“, di Majgull Axelsson.

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There is no map: the new italian(s)

Questa è una breve storia che prima non mi andava tanto di raccontare e ora invece sì (forse qualcuno ricorderà che ne avevamo parlato qualche tempo fa).
Goldfish don’t live in puddles” è il titolo inglese dei nostri Pesci Rossi. Acquistato da un editore americano sarebbe dovuto uscire a febbraio (ma roba che proprio-proprio ci sono contratti firmati e anticipi incassati).
Poi a volte succede che di un progetto non se ne faccia niente (a me capita spesso, ma non è importante: questa era la parte che non volevo dire).
Fatto sta che invece, abbastanza improvvisamente, adesso, nel primo di settembre – annunciato da un semplice tweet qualche giorno fa – “Word without borders“, che un magazine online di letteratura internazionale fichissimo (di quelli che hai sempre pensato “ah, gli americani, ma quanto ci sanno fare su ‘sta cose”) decide di dedicare un numero monografico ai new italian(s)&migrations – “There is no map“, appunto – cioè letteratura e poesia italiana che affrontano i temi delle migrazioni e delle minoranze. Che è una cosa molto bella, secondo me, perché magari noi, presi come siamo a guardaci l’ombelico, non ci siamo neanche accorti che all’estero ci considerano – qualche volta – “un paese che sta cambiando”. E quindi interessante.
Bene, nella selezione di “There is no map” c’è anche un estratto del grande lavoro che aveva fatto André Naffis-Sahely, che un poeta, uno scrittore e un traduttore e che, appunto, aveva preparato l’edizione inglese dei Pesci Rossi.
E io adesso leggo questo primo capitolo per la prima volta.
Inizia così: “My father stopped being a gypsy in the spring of 1987. As for the hows and whys that led to his decision—or, according to his point of view, how this simply happened to him—we’ll get to that later. For the time being, all you need to know is that my father stopped being a gypsy when I was seven years old and he was thirty. Up to that point, we’d had a few things in common, one of them being that neither of us had ever been to school. This is an important fact to mention not so much for biographical reasons, but so as to realize what a crucial role compulsory education played at the exact moment when my father’s existential horizons—and, by extension, our family’s—were completely transformed“.
E adesso io sono anche emozionato.
Così volevo dirvelo, ecco.

A great news (cioè, vabbè, “great” per dire…)

Non so se davvero ci siano i pesci rossi nelle pozzanghere. A distanza di qualche anno non l’ho ancora capito. Forse sì. E sarebbe una scoperta che ha a che fare con i sogni (sogni “propri” o in condivisione con gli altri non è qui importante).

Però, adesso posso dire che tra un po’ ci saranno “goldfish in puddles”. Worldwide in lingua inglese.

Partiranno da qui, da New York per la precisione, e poi non so dove andranno a finire.

E, quindi, mentre resto in attesa di dar loro un seguito, in Italia, trovo abbastanza curiosa l’idea di accompagnare, intanto, Damian, Erik, Roman e compagnia bella in un viaggio così lungo, salendo con loro sul transatlantico che fermerà, quasi sicuramente, a Staten Island. Perché per loro non immagino altra fermata né altro modo di viaggiare. Siamo gente da “terza classe”, ma ne siamo orgogliosi (per dire, in terza classe ci stava anche DiCaprio).

“Ammericà”, trattameli bene i Pesciolini, mi raccomando. Sono persone delicate.

Esattamente come i pesci rossi, o goldfish, che dir si voglia, fragili come tutti quelli che vorrebbero “squagliare il ghiaccio che abbiamo nel cuore”.

Cinque libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti (più uno che devo ancora leggere) (più un altro che ho letto e che consiglio anche se non mi è piaciuto e vi dico perché)

Ritorna, con questo aggiornamento 2013, il post che lo scorso anno ha gettato nel panico le librerie correggesi. Che nel periodo natalizio avrebbero già il loro bel daffare a districarsi tra i pacchi di Bruno Vespa e simili anche senza che ci si metta qualcuno ad arrivare lì a chiedere libri che non sono novità (e per non-essere una novità, basta essere stati editati da un paio di mesi).

Ma qui si insiste. Ecco. Mica per niente siamo pesci rossi.

Per cui…

 

Del romanzo di Marco Lazzarotto, Il ministero della bellezza (Indiana), avevamo già parlato qui e di conseguenza non mi ripeto (ah, la bellezza dei link!).

 

Shalom Auslander, Prove per un incendio (Guanda)

Pur sorvolando sulla circostanza che mi ha visto fin dalle prime pagine del romanzo assai vicino a Kugel, il protagonista, per via della sua grandiosa ipocondria (circostanza che, in effetti, potrebbe condizionare il giudizio), secondo me, al netto di difettucci vari, questo è un romanzo che rimane per molti versi “geniale”. Lo è sicuramente perché tratta di argomenti impegnativi – il dolore, il senso di colpa, la trasmissione dei valori, il sentimento di appartenenza a una storia (famigliare e assoluta) vissuto come un dovere – e la fa per larghi tratti con sarcasmo. Non con ironia, proprio con sarcasmo. Che sarebbe una tecnica da maneggiare sempre con molta cura, dato che è sovente molto facile scendere il gradino e ritrovarsi nel grottesco (che a me poi non dispiacerebbe nemmeno, ma non è qui il luogo per affrontare questa discussione). Ora, non è tanto il fatto che Auslander osi dissacrare la Tragedia con la T maiuscola del ventesimo secolo, l’Olocausto – e lo fa, uditeudite, avendo il coraggio di ridicolizzare addirittura Anna Frank. Cioè, è poi anche quello dato che, mi chiedo per esempio, chi di noi avrebbe la forza di scherzare su Primo Levi. Ma il tentativo di Auslander è quello di provare a consegnare quella Tragedia, appunto, intatta e in tutta la sua reale portata, alla storia. E questo passaggio avviene, deve avvenire quasi per forza, portando in luce una certa banalità della “trasmissione del dolore”, quasi come se questo dovesse avvenire per genetica, come se l’Olocausto fosse diventato, negli anni e per buona parte della borghesia ebraica americana, che ne ha edificato e custodito le ortodosse fondamenta memoriali, non la Tragedia, appunto, ma il pretesto dietro il quale nascondere piccole beghe quotidiane. Svilendola. Magistrale, in questo senso, la figura della madre di Kugel, un’ebrea americana nata nel 1945 e che dunque non ha mai vissuto l’esperienza della Deportazione, ma che, a seguito dell’abbandono subito da parte del marito, ha cominciato a costruirsi una memoria falsa ad uso personale, fatta di torture e campi di concentramento, chiudendo ogni suo discorso sempre con quel “figli di puttana”, riferito immancabilmente ai tedeschi. Solo che il problema è che questa, questa memoria totalmente fasulla, lei ha cercato di trasmetterla ai suoi figli, generando appunto la situazione paradossale che Auslander descrive con sarcasmo. Inoltre: i dialoghi sono addirittura superlativi (oserei dire). E, insomma, forse non troviamo qui la pulizia di scrittura e l’eleganza stilistica di Nathan Englander (direi che siamo più dalle parti di Keret, giusto per avere un’idea, approssimando di molto, naturalmente), ma ce ne fossero di romanzi del genere. Magari anche qui, anche in Italia, dove esiste un problema di memoria condivisa grande come una casa.

 

Ian McEwan, Miele (Einaudi)

Allora, “Miele” non è il miglior romanzo di McEwan (a parte il fatto che un romanzo scarso di McEwan meriterebbe di stare comunque in un elenco dei cinque migliori libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti). Però l’ambientazione – siamo nella Londra dei primi anni Settanta – è davvero interessante, soprattutto perché in genere risulta poco battuta. Insomma, non so nell’immaginario comune, ma nel mio sicuramente (a meno che non siate granbritanni), Londra passa allegramente dai Beatles ai Sex Pistols (per intenderci), ignorando tutto “quello che sta in mezzo”. E “quello che sta in mezzo” è una lunga stagione buia, tra le bombe dell’Ira e la crisi petrolifera. McEwan è un maestro assoluto nel ricreare su carta le atmosfere giuste. Ok, siamo abbastanza lontani dai vertici di “Espiazione”, per dire. Ma là stavamo leggendo un capolavoro assoluto e qui invece ci accontentiamo di una storia che regge. Serena Frome, la protagonista, è una buona voce narrante, che tra i diversi meriti, riesce a coprire il giudizio su altri personaggi un po’ meno riusciti. Per cui in conclusione: “Miele” rimane comunque un’ottima lettura tanto che, pur non essendo inclini a giustificare certi “trucchetti” narrativi, tuttavia tenderemmo ad essere parecchio indulgenti sull’espediente finale. Che in questo romanzo non manca (ehi, avete l’acquolina in bocca adesso, sì o no?).

 

Massimo Canuti, Contro i cattivi funziona (Instar)

Magari qualcuno potrà dire “ah, vabbè, metti questo libro solo perché dentro al libro medesimo c’è il segnalibro promo del tuo libro”. Oppure ci saranno i complottisti che grideranno appunto al complotto di scuderia (“guarda un po’, questi Instar, che si danno una mano a vicenda”). Ah ahhh, miei cari, niente di tutto ciò. Pensate un po’, invece, che la prima volta che ho letto il libro di Massimo Canuti non mi era piaciuto perché pensavo che ci fosse una gran quantità di dialogo, troppo, tipo sceneggiatura, che andava a scapito della costruzione complessiva. Poi, però, l’ho letto una seconda volta (te lo puoi permettere, non è lunghissimo). E lì è scoccato l’amore. Perché io subito non l’avevo mica capito. Non avevo mica capito, cioè, che la straordinaria forza di questo romanzo è proprio nella sua (apparente) semplicità. Con una grande attenzione alla ricetta basilare di ogni narrazione: personaggi che ti entrano nel cuore e di cui ben difficilmente ti dimenticherai. Una storia che procede in senso lineare, ma che va a dimostrare che c’è della bellezza nel mondo e che questa bellezza spesso ha a che fare con l’adolescenza perché è lì, è a quel punto della vita, che le cose hanno una nitidezza e una luminosità e un’intransigenza uniche, lì e forse mai più, lì perché sono (quasi) sempre accompagnate dal candore assoluto.

 

Zerocalcare, La profezia dell’armadillo (Bao)

Allora, Zerocalcare è un genio. Ma mica lo dico io. Mo’ adesso lo stanno dicendo un po’ tutti. Ecco, prendete questa vignetta, così, come aperitivo, come spriz. Io qui ho messo “La profezia dell’armadillo”, perché ora ho letto questo (grazie, grazie, grazie Ivano per il consiglio), ma sapete cosa vi dico? Prendete questa lista di libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti, stampatela e appallottolatela (o buttate nel cesso il foglio A4). Davvero. Non vi porterò rancore se lo farete. Ma per favore, vi prego, leggete una qualsiasi cosa di Zerocalcare. Vi spaccherete dalle risate e in più, gratis, ci scapperanno anche riflessioni serie, poesia pura, manualistica di sopravvivenza e varie altre cose. Leggete Zerocalcare anche se vi fanno schifo i fumetti. Diventerete persone migliori.

Zerocalcare

Zerocalcare

 

P.S.1

Ed ecco qui il libro che a me non è piaciuto, ma che per un sacco di motivi consiglio ugualmente di leggere. Perché è uno di quei libri che ne vale la pena, vada come vada.

Giovanni Cocco, La caduta (Nutrimenti)

Finalmente, un romanzo di un autore italiano il cui intento non è parlare del proprio ombelico. Scrittura potente (già lo hanno detto molti altri), struttura potente, intreccio potente e lingua potente (però, ecco, io DeLillo lo lascerei fuori dai paragoni importanti che sono stati spesi per il romanzo). Sappiamo anche che “La caduta” – e lo sappiamo dalle note dell’autore a corredo dell’edizione, note che tuttavia lasciano trasparire un po’ di fastidiosa (parere personale) supponenza – è solo parte di un’impresa narrativa più vasta e ambiziosa. E dunque cosa c’è che non va? Niente, in effetti. Eppure, la sensazione che lascia alla fine quest’opera è quella di una narrazione fredda e in alcuni casi persino un po’ artefatta, qualcosa tra il nozionismo wikipediano e l’abilità, indubbia, di costruire storie all’interno di un quadro narrativo già delineato dalla realtà dei fatti. Pregevole l’intenzione di ricollegare tutti i fili delle varie storie, ma la “cupezza” di fondo, che secondo me poi non c’entra granché nemmeno con l’Apocalisse tanto citato in esergo dei vari capitoli, è un escamotage furbesco: perché è anche abbastanza facile suscitare l’emozione nel lettore così, narrando da un punto di vista personale episodi che hanno segnato tragicamente e collettivamente gli ultimi anni (dagli attentati londinesi alla strage di Utoya, per esempio). Eppure sembra non esserci alcuna “com-passione” in Cocco, quasi che l’autore si sia sforzato, persino esplicitamente a volte, di mostrarsi distaccato dalla propria narrazione e dai propri personaggi. Tecnica narrativa nella quale Cocco eccelle, ma che ha la capacità d’emozionare di una bistecca fredda (a meno che uno non sia in stato di grazia come il Truman Capote di “In cold blood”). Inoltre, anche dal punto di vista meramente “ideologico”, la lettura della presunta caduta dell’Occidente, mi sembra persino forzatamente millenaristica, volta più che altro a cogliere, giustamente, i segni dell’orrore, ignorando però deliberatamente tutti gli agenti positivi in azione in questo scorcio di inizio millennio (che ci sono, ci sono, mai perdere la fiducia).

 

P.S.2

E proprio poco fa, è uscito “La neve a Gaza” (Caracò), di Vincenzo Soddu. Siccome è appena stato pubblicato io non l’ho ancora letto. Ma vi posso dire che se il libro rivelerà solo una minima parte della sensibilità, della cultura, dell’amore per i suoi studenti e della profondità del suo autore, beh, ogni cosa sarà illuminata e questo sarà sicuramente un grande romanzo.

 

P.S. 3

Ci sarebbe poi da dire anche un’altra cosa… Che in questo 2013 ho poi letto e riletto e ririletto e riririletto anche un certo manoscritto, che mi auguro che diventi poi libro nel 2014. Ma di quello, semmai, faremo sempre in tempo a parlare.

Stay tuned e buone feste!

Foto libri per post

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Sa gente arrubia (part two)

A un certo punto del pomeriggio, verso la fine della seconda trasferta sarda dei Pesci Rossi, con il sole e il caldo della primavera ormai esplosi definitivamente, Maurizio mi porta su, a fare un giro dalle parti del Castello, prima di scarrozzarmi a Elmas per tornare a casa. Parliamo del più e del meno (in realtà, molto del “più” e poco del “meno”) fino a quando non arriviamo a una delle tante terrazze che da quel lato si affacciano sulla città. Ed ecco, allora, là il vecchio e glorioso stadio Sant’Elia, ora inutilizzato per via della questione Is Arenas, e laggiù i locali dismessi dell’università, e più in là ancora capannoni di vecchie fabbriche di cui si fatica anche a ricordare l’utilizzo, e là, là davanti, Sarroch, con tutto ciò che Sarroch significa. E poi il mare, che in fondo resta lì e se ne frega, delle nostre preoccupazioni, delle nostre ansie, dei nostri dubbi.

Così è da lì, dall’alto di questa città che ormai sento un po’ mia, che provo a farmi un’idea precisa della meraviglia di questa terra stupenda e in parte stuprata, almeno per quel che ne posso capire io, semplice terricolo emiliano. Eppure Cagliari ci prova ancora, davvero, è capace di reinventarsi nuove opportunità (e su questo discorso torneremo perché è un po’ il filo rosso che lega le esperienze di questi giorni), magari non subito, magari sottotraccia, magari aggrappandosi unicamente alla speranza. E il suo stesso ridiscendere, con i suoi tanti e misteriosi vicoli, proprio verso il mare, verso l’orizzonte, verso qualcosa che per definizione è “un po’ più in là”, sembra lasciar intendere che, nonostante tutto, nonostante tutto, ejà, siamo qui, siamo ancora qui, con orgoglio e coraggio e tenacia e tutte quelle altre qualità da frasi fatte che si dicono sulla Sardegna e sui suoi abitanti, ma che, nelle migliori accezioni, corrispondono anche alla verità. La città, cioè, mi mostra esattamente ciò che Maurizio mi sta dicendo con le parole.

Ancora una volta sono ospite di Patrizio e Daniela che, con Maurizio (appunto), sono i magnifici librai di Piazza Repubblica (ora corso Vittorio Emanuele), una delle migliori librerie d’Italia, tanto per intenderci. Ora, quindi, potrei tediarvi con un bel pistolotto sull’importanza delle librerie indy, sulle loro difficoltà (tipo che in Italia ne chiudono due a settimana), sul loro ruolo insostituibile per il tessuto sociale e culturale di una città. Oppure dire qualcosa a proposito delle piccole case editrici di qualità (e non penso solo alla mia deliziosa Instar, ovviamente) che, pur strette nella morsa della grande distribuzione e di certe truffaldine operazioni di self publishing, invece di indietreggiare, con orgoglio rivendicano il ruolo del mestiere più bello, affascinante, avventuroso, picaresco, pericoloso, ricco, disperato e luminoso del mondo (che è poi quello dell’editore). Oppure potrei anticipare certi grandiosi fatti che avverranno nel corso dell’edizione 2013 di “Letti di notte” (ma in questo caso tenete d’occhio il sito, che presto si aggiornerà, e soprattutto la data: 21 giugno 2013).

Tuttavia va bene, non scriverò invece nulla di tutto ciò. Perché ci sono altri, più importanti e più titolati di me, che lo sanno fare meglio e con più argomenti e con più maestria.

Dirò invece qualcosa – e molto volentieri – sui ragazzi del Liceo Giua di Cagliari, che mi hanno ospitato nel corso della loro gara di lettura (centrata proprio sui Pesci Rossi) e che, al di là di chi ha vinto e di chi ha perso, sono stati straordinari e ospitali: e insomma, ho già avuto modo di scriverlo da qualche parte, ma chi non mostra fiducia in questi ragazzi non ha capito nulla perché in loro c’è una tale forza, una tale potenziale bellezza, che mandarla dispersa sarebbe un delitto, tra i peggiori.

E, infatti, uno che questo patrimonio non intende affatto banalizzarlo nelle pieghe scontate da “tre metri sopra il cielo” è Vincenzo Soddu, scrittore, blogger e professore, che si è preso la briga di organizzare il tutto. Vincenzo è poi uno di quegli insegnanti che provano davvero a mettere in pratica quel troppo spesso dimenticato I care per i propri studenti, perché, appunto, si preoccupa per loro, per la loro formazione, per la loro crescita non solo scolastica (e, va da sé, è anche uno di quegli insegnanti per i quali la scarsa considerazione in cui è tenuta la scuola italiana ti farebbe gridare vendetta).

Dirò anche di alcuni fatti semplici che mi sono capitati, un pranzo a casa di Daniela e Patrizio, la meravigliosa cena da Mauri, Ichnusa nel bicchiere e rock nelle orecchie alle prove degli Emotionz (ehi, bimbo in arrivo: ovviamente mascotte assicurata)… Beh, ci sono cose che non si possono dire o scrivere così, tanto per fare, perché, strano a dirsi per chi vorrebbe abituarsi a metter giù parole, ma le parole, sì, le parole hanno anche loro dei limiti, e io non vorrei qui banalizzare il significato dell’amicizia con frasi a sproposito (ma loro, gli interessati, sanno a cosa mi riferisco): grazie ragazzi, grazie di tutto.

Infine, dirò anche dell’emozione – lo so che “emozione” è un termine che fa tanto romanzo d’appendice, ma oh, è successo proprio così – provata alla Casa Emmaus (Iglesias), dove gli ospiti della comunità di recupero stanno mettendo in piedi uno spettacolo teatrale tratto dai Pesci Rossi e da “Mistery shopper” di Antonio Bachis. A Casa Emmaus ci sono persone per le quali la vita ha preso una strada tutta particolare e che però mi hanno spiegato una cosa importante: che una seconda o una terza o una quarta occasione va concessa a tutti e questa concessione deve nascere prima di tutto da se stessi. Loro nella vicenda di Damian hanno visto proprio questa possibilità (che è poi il motivo per cui hanno scelto il libro). Come scenografia stanno (ri)costruendo un campo nomadi, dove si può spuntare e affacciarsi verso il pubblico da ogni parte, dalla finestra di una kampina, all’oblò di una lavatrice abbandonata. Quando l’ho vista, considerando anche il modo in cui mi hanno accolto, ho pensato… Dunque, ho pensato che a volte basta pochissimo, un’inezia, un piccolo particolare, per decidere chi è fuori e chi è dentro, per giudicare il bello e il brutto, il giusto o lo sbagliato, per indirizzare la propria esistenza da una parte o dall’altra, ma la natura delle persone è invece straordinaria sempre e sì, quello che conta è non perdere mai il coraggio di darsela questa nuova possibilità, ogni giorno, nonostante tutto. Così, a Casa Emmaus andranno in scena il 25 Aprile, giorno della Liberazione. Non c’è giorno migliore. E vale per tutti. Per tutti.

Così, questa volta, sa gente arrubia, la “gente rosa”, la “gente bella” di cui abbiamo già parlato anche qui, sono loro, sono tutte le persone incontrate in questi tre giorni, intendendo il rosa come colore della primavera e, quindi, per l’appunto, della nuova occasione che possiamo concederci.

Lo penso e lo scrivo qui, con tutta la convinzione di cui sono capace.

Stay tuned 🙂

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Intanto nel febbraio ZeroTredici

Intanto sabato scorso ho avuto la fortuna (grazie, grazie mille alla biblioteca “Giulio Einaudi” di Correggio che ha organizzato e promosso e messo in piedi la cosa) di presentare Marco Malvaldi a Correggio e c’erano tantissime persone e Marco Malvaldi è stato molto bravo e (soprattutto) (cosa non scontata) ha dato l’idea di essere proprio una bella persona. Il che non guasta mai.

Intanto Marco Mengoni ha vinto Sanremo. E sì, doveva trionfare Elio, va bene, ma Daniele Silvestri è di un’altra e superiore razza.

Intanto accadono cose belle e impensate e gratificanti.

Intanto qualcosa cambierà.

Intanto sarà un anno che… Wow, che anno! (speriamo bene, speriamolo per tutti!).

Intanto torneremo presto anche a Cagliari.

Intanto Roma con il sole è bellissima. Ma anche Correggio, con il sole. Ma pure con la neve non scherza perché anche la neve è meravigliosa. E infatti la settimana scorsa io e Lo abbiamo fatto un ottimo pupazzo (nella foto, uno scatto “rubato”) e lo abbiamo chiamato “Magrone” (l’ha deciso lui, in realtà) perché sì, è venuto su un po’ così.

Intanto poi c’è una differenza sostanziale tra l’okite e la kerlite, per dire. E il laminato? Beh, quello costa meno.

Intanto siamo ancora in inverno anche se domenica si va a votare. Qui non si fa politica e il voto è segreto, ma ci sono persone che si sono ripresentate e queste persone che si sono ripresentate fanno “schifo”. Che è un brutto ed inelegante termine, ma rende l’idea molto meglio di altre più complesse disamine.

Intanto uscirà presto un romanzo nuovo che però no, non avrà a che fare con i Pesci Rossi.

Intanto ci saranno molte altre novità.

Intanto occorre pianificare un po’ di cose per un po’ di tempo, diciamo da qui fino a novembre, estate compresa. E solo per avere una chance di uscirne intatti.

Intanto un mio amico si sposa a settembre e in un colpo solo ci fa sentire tutti più giovani. E questo è un gran regalo che lui fa a noi.

E intanto, mentre cadono meteoriti e tu rimani lì, come un tirannosauro o un triceratopo, a sperare che non ti piovano dritti sulla testa (certo, augurandosi in questo senso di essere più fortunati di quanto lo furono a loro tempo tirannosauri e triceratopi), cerchiamo di vivere serenamente e con felicità in questo febbraio ZeroTredici.

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