Cinque libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti (più uno, bellissimo, che però devo ancora finire di leggere) (più un altro che non mi è piaciuto e vi dico perché) (più un altro parecchio brutto che però va letto anch’esso, secondo me)

Ogni anno faccio letture disordinate. Poi mi pento e mi dolgo e mi riprometto “ah, ma l’anno prossimo mi darò un metodo. E tutto sarà molto più bello”. Dopo, però, non la faccio mai, questa cosa del darmi un metodo. Così, di solito verso dicembre, cerco di mettere un po’ di ordine e son due o tre anni che ci sono persone che sembrano interessate a quello che ho letto io. “Anzi, perché non ti sbrighi a scriverle un po’ prima, queste cose, che così ci mettiamo avanti per i regali di Natale?”, mi hanno detto queste persone. Quindi, l’appuntamento con i “5 libri” è diventato una specie di incentivo al PIL. Quanto meno al PIL correggese. E chi sono io per non offrire il mio contributo alla causa del PIL? Così, ecco quelli che NON SONO i “cinque migliori libri del 2014”, ma, più modestamente, solo “i cinque migliori libri che ho letto IO nel 2014”. Più un altro paio di robette, che metto alla fine perché non c’entrano con il PIL.

Giorgio Fontana, “Morte di un uomo felice” (Sellerio)
“Morte di un uomo felice” è un libro di una bellezza talmente nitida, secondo me, e lucente, e a suo modo struggente, che ridurlo nelle poche righe di un commento non è nemmeno giusto. Ha vinto il Campiello, meritatissimo. Ma ancora di più. Nel mondo editoriale (e non solo in quello) passa tutto così in fretta e tutto viene catalogato in modo anche svilente alla voce “capolavoro”, salvo poi dimenticare tutto dopo un paio di mesi. Capolavori. Le librerie sono piene di “capolavori”, nelle fascette. Ecco, non posso dire se questo sia davvero un “capolavoro”. Posso sperare, invece, che questo sarà un libro che rimarrà. Perché ha lo stile, lo status, la grazia e la forza del “classico”. Il giudice Giacomo Colnaghi è un personaggio memorabile. E Giorgio Fontana è uno scrittore sopraffino.

Alice Munro, “Chi ti credi di essere” (Einaudi)
Commentare un’opera (verrebbe da dire “qualsiasi opera”) dell’Alice Munro è persino imbarazzante. Questo però è un libro perfetto e quindi me la cavo con poco e non devo aggiungere molto altro. La circolarità del meraviglioso impianto narrativo diventa, di volta in volta, poetica, comica, dolorosa e buffa. E l’autrice padroneggia magistralmente ogni tono narrativo, ogni piccola sfumatura. In tutto il testo non c’è traccia di una singola parola fuori posto o superflua o fine a se stessa. Gran nota di merito per la traduzione di Susanna Basso. Uno straordinario racconto femminile. Con tutto il plus che questo comporta.

Michale Chabon, “Cronache di principi e viandanti” (Indiana)
Ottima annata, per me, fan incallito di Chabon, che me la sono goduta con ben due sue uscite. Ma se il romanzo-romanzo – “Telegraph Avenue” (Rizzoli) – pur con sprazzi di limpida genialità (al solito), non mi ha però convinto fino in fondo, questo più piccolo, e apparentemente modesto, racconto mi ha ricompensato di ogni cosa. L’avventura, signori e signori, l’avventura classica. Declinata nel miglior Chabon. Cito dalla postfazione: “E se trovate ancora buffa l’idea degli ebrei con le spade, guardatevi adesso: seduti al vostro posto su un aereo a reazione, mettiamo, con le scarpe in poliestere e neoprene di un arancione agghiacciante, mentre ascoltate musica digitale percorrendo il cielo da Charlotte a Las Vegas, con la speranza di perdervi – voi stessi, la casa, le certezze, i confini e le barriere della vita – grazie a un fascio di fogli di pasta di legno, cuciti, incollati e colorati con macchie di pigmento e resina. Gente con i libri. Cosa potrebbe esserci di più incongruo, al giorno d’oggi? Mi viene da ridere”.

Cristiano Cavina, “I frutti dimenticati” (marcos y marcos)
In realtà, il libro di quest’anno di Cavina sarebbe “Inutile Tentare Imprigionare Sogni”. Che è molto buono. Però, siccome quando Cavina è venuto a Correggio, all’inizio dell’anno, ho avuto il grande piacere di presentarlo e siccome di Cavina mi mancava da leggere questo suo precedente, per fare “bella figura” l’ho recuperato. Ed è stato un tuffo al cuore. Del tutto autobiografico – che poi uno si chiede come sia possibile mettersi a nudo in questo modo, solo i grandi autori riescono a farlo – la narrazione limpida del garbuglio che comporta l’essere contemporaneamente padre e figlio, marito/compagno e singola persona è di classe superiore.

Philip Roth, “La nostra gang” (Einaudi)
Non è certo il romanzo per eccellenza di Roth. Non stiamo parlando di “Pastorale americana”, per dire. E allora, perché un racconto scritto all’epoca di Nixon e che parla di Nixon e che mette alla berlina Nixon, è così attuale? Perché “La nostra gang” non è un romanzo su Nixon, ma un romanzo sulle “parole del potere”, sull’utilizzo del linguaggio che il potere adotta ed esercita, spesso per giustificare la propria autoconservazione. Memorabile il passaggio del libro in cui Nixon dichiara a reti unificate l’aggressione atomica alla Danimarca, accusata di essere una nazione pornografa. Nella parodia, non c’è una sola parola che non abbiamo sentito anche noi , in questi anni di “interventismi democratici”.

Bene.

Poi.

Il libro bellissimo che però devo ancora finire di leggere – e che quindi rimane senza giudizio definitivo – è “Il figlio”, di Philipp Meyer (Einaudi), il ritorno della Grande Avventura Americana (e le maiuscole non sono messe a caso).

Il libro che non mi è piaciuto è “Il desiderio di essere come TUTTI”, di Francesco Piccolo (Einaudi). Dentro ci sono molti passaggi interessanti, di quelli che una volta avrebbero dato vita a lunghi corsivi e carteggi sulle pagine culturali dei quotidiani e adesso, invece no, perché, appunto, dopo una settimana son già lì tutti a parlare d’altro. Il testo di Piccolo, tuttavia, Gronda, però, furbizia fabiofaziesca da ogni singola riga.

Infine.

Il libro parecchio brutto che però, secondo me, va ugualmente letto è “Frankenstein” di Mary Shalley (l’edizione Oscar Mondadori è un supplemento di bruttezza da non trascurare). Va letto perché è il libro più “attuale” che mi sia capitato tra le mani in questi anni. Il perché, però, adesso lo tengo per me, visto che su questo testo ci sto lavorando un po’ su, per una cosa mia.

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