Ecografia (away we go)

Ovviamente ci chiamano dentro proprio nel momento in cui l’Annamaria è in bagno. Sento dire il nome da dentro la stanza. Allora mi alzo e l’infermiera esce dalla porta, guardando tutte le facce che ci sono lungo il corridoio. Io sono lì davanti. Dico: “È in bagno, un attimo”. Lei dice: “Immagino che non sia tu a dover fare l’ecografia”. Dico: “Immagino di no”. L’infermiera rientra e parla a voce alta. Comunica alla dottoressa, dentro, che là fuori c’è solo “il ragazzo” – adoooro che pensino che io sia un “ragazzo” – e che c’è un problema di toeletta.  Anche la dottoressa esce dall’ambulatorio e mi guarda con diffidenza. Io mi gratto in testa e sorrido e non so cosa fare. Dice: “Pensi che ne abbia per molto? Devo andare a vedere se mi hanno fatto ripartire la macchina che si è fermata in mezzo alla neve”. Dico: “Non lo so, secondo me no…”. Fortuna che l’Annamaria arriva presto a toglierci dall’imbarazzo.

Allora entriamo.

Seguono procedure che ormai conosco. Data dell’ultima mestruazione, si accomodi, alzi un po’ la maglia, ecco così, si stenda, comoda, prrrrrrruiiiitttttt (che è il rumore del gel che ti mettono prima di fare l’ecografia), sguish squosh, spegniamo la luce. Io rimango in piedi, in un angolo. Non mi tolgo nemmeno la giacca, tanto a me nessuno deve chiedermi di mettermi comodo. Però mi sistemo in una buona posizione, davanti al piccolo monitor che si sta accendendo. La dottoressa passa ripetutamente l’ecografo sulla pancia dell’Annamaria. A me sembra un pancione bello rotondo. La dottoressa la rassicura dicendo: “Ma tanto lei è una longilinea, vedrà che non avrà problemi”. Io cerco di seguire in silenzio questi discorsi tra donne, ma la mia attesa è tutta per il momento in cui quel costoso apparecchio elettromedicale si collegherà con l’interno della pancia, via satellite, non so, via qualcosa. Chiudo gli occhi per un attimo e quando li riapro… Beh, un po’ è come essere alla tv. La dottoressa si dà da fare a comunicare un sacco di misure e a dire che va tutto bene. Io subito sono confuso, come al solito faccio fatica all’inizio a capire dove sta il sopra e il sotto, il dietro e il davanti. Però mi piace che tutte sorridano tra di loro, che tutto sia così estremamente tranquillo e soffuso. Allora mi rilasso anche io e finalmente la vedo, là dentro, vedo la mia bambina che si muove e si scaravolta. Dicono: “Questa è la mano”. Penso: “Wow”. Dicono che ha anche i capelli e mostrano una strana lanugine sullo schermo, dietro quella che intuisco essere la nuca.

Allora è lì che penso, che mi viene in mente che sì, manca poco, lei sta proprio per arrivare. Mentre la dottoressa dice: “Femmina, al cento per cento. Ecco, vedete? Queste sono le grandi labbra…”, io mi dico che siamo in affitto e che la la nostra casa è piccola e che qualcosa bisognerà pur fare. Credo.

Poi però mi viene anche in mente la grandiosa scena finale del grandioso film “Away we go”, che mi commuove sempre un sacco – a dire la verità mi fa piangere, davvero, ma che ci volete fare? – quando c’è Alexi Murdoch che canta e loro, Verona e Burt, sono arrivati nella vecchia casa di lei, dopo un sacco di giri, e lei è al sesto mese, e Burt le dice: “Questo è il posto giusto per noi”, e Verona lo abbraccia, sta piangendo, e gli risponde: “Lo spero, lo spero davvero”. Ecco, è quel fatto lì, è il fatto che lei non gli risponda di sì, ma gli dica “speriamo”, che per me rende quella scena formidabile (d’altra parte il film lo hanno scritto quei due formidabili geni di Dave Eggers e di sua moglie, Vendela Vida). È la speranza che fa la differenza nella vita di coppia. Non esiste “sì” o “no”, esiste invece “speriamo”: questo è il posto giusto per noi, tutto il resto si risolverà. Speriamo.

Nel frattempo l’ecografia è finita. L’Annamaria si riveste e io invece non ne ho bisogno. Mancano due mesi. Poco prima che il monitor si spegnesse, ho salutato la bimba: avrei voluto farle “ciao”, o almeno dirglielo, ma mi sembrava superfluo, lì, in mezzo a tutti.

Usciamo. Ci sono ancora alcune pratiche da sbrigare, prossimi appuntamenti da fissare.

Io dico: “Lo spero, lo spero davvero”.