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Gli “invisibili” di Vincenzo Soddu

img_0269Con “Invisibili” (Arkadia, 2018), Vincenzo Soddu scrive l’ennesimo libro sulla scuola. Ennesimo non suoni come un demerito perché lo dice lui stesso, nella nota al termine del romanzo, considerando l’universo-scuola appunto come un universo, sempre mutabile nei suoi apparentemente immutabili meccanismi. La scuola è talmente tanto un universo da essere, proprio come l’universo vero e proprio, in continua espansione (anche perché è soggetta a un ricambio costante di attori protagonisti). L’espansione, naturalmente, è il presupposto perché le storie non finiscano (potenzialmente) mai.
Dunque, in “Invisibili” non troverete un professor Keating. Non un Dewey Finn di “School of rock”. E nemmeno il professor Vivaldi, della scuola di Starnone (che pure è sicuramente uno degli autori presenti nell’immaginario e nella scrittura di Soddu). Troverete, invece, Alessandro, un insegnante cinquantenne, disilluso dalla professione e dalla vita, sull’orlo di un alcolismo conclamato. E, soprattutto, solo. Solo di una solitudine che si è sostanzialmente autoimposto, una condizione capace di ferire mortalmente. Ecco, Alessandro lo incontriamo in questo frangente: dopo tanti anni è stato trasferito dalla sua storica classe serale, dove ormai aveva consolidato una rassicurante per quanto inappagate routine, ad una di quindicenni. E quindi? Quindi cosa succede? Succede che in questo suo nuovo ruolo, Alessandro si trova improvvisamente di fronte i classici casi critici, quelli che ci sono in ogni classe di scuola superiore che si rispetti. Ma è a questo punto che il racconto di Vincenzo Soddu raccoglie a piene mani la tradizione di tutte le narrazioni sull’universo-scuola, per reinterpretarle in modo proprio e originale. Perché, in questo romanzo non è tanto Alessandro a “salvare” i casi critici, ma il contrario. Anzi, ancora meglio: sia Alessandro che i casi critici si salvano a vicenda, insieme, come marinai in una stessa nave, senza condottieri autoritari, ma semmai autorevoli.

I ragazzi erano e sono così, mi dissi, e si deve pensare con la loro testa, altrimenti si può anche rinunciare a capirli. Ci si deve guardare dentro e chiedersi ogni volta se si vuole conquistarli o accontentarsi di tenerli a distanza, se si vogliono demonizzare i loro feticci, o magari usarli per farli crescere. Così, per conquistarli, bisogna abbracciarli metaforicamente, avvicinarsi, anche fisicamente, respirare la stessa aria, non stare seduto in cattedra, ma passeggiare tra di loro, donargli il cuore, perché poi tornerà sempre indietro.

Con una narrazione che alterna riflessioni personali a una sorta di “diario di classe”, Alessandro/Vincenzo ci conducono dunque all’interno di un meccanismo di rinascita che coinvolge tanto i ragazzi quanto il protagonista, in una sorta di scrittura collettiva (anche se “fittizia”, trattandosi di un romanzo). La destinazione finale, per tutti, sono gli scrutini di luglio. Quell’altra destinazione finale, quella metanarrativa, sta invece dalle parti di Barbiana.

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