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Ho visto il futuro della sinistra ed (il futuro) somigliava a Don Matteo 11

Alcuni pensano che le elezioni dello scorso 4 marzo abbiano segnato la fine per certi partiti eredi di quegli ideali e di quei valori di una storia novecentesca, una storia fatta di passioni e di errori, una storia di riscatto e di cadute. Una storia comunque importante. Una storia di sinistra.
Io adesso ricordo che lunedì 5 marzo – il giorno precedente ero al seggio e come tutti quelli che erano al seggio anche io ho fatto notte là dentro, contando uno-a-uno la fine di quella storia, che cadeva sulla dita dei polpastrelli ad ogni chiamata avversa, lasciando traccia dell’inchiostro mefistofelico prodotto dalla Maggioli – ecco, io ricordo che lunedì 5 marzo sono tornato a casa che già sui social si celebrava il funerale degli sconfitti, un funerale elettorale, ideologico e, soprattutto, culturale. Tuttavia questa festa mesta non teneva conto dell’ultimo baluardo intellettuale del socialismo. E l’ultimo baluardo intellettuale del socialismo non è Nanni Moretti. E nemmeno Walter Veltroni. No. L’ultima roccaforte rossa da undici anni va in onda su RaiUno, quest’anno al giovedì sera. E ha occhi celesti, che un tempo appartenevano a Trinità.

Con colpevole ritardo – così come molti dei saputelli che si autodefiniscono intellighenzia solo per aver letto qualche libro di David Foster Wallace – con colpevolissimo ritardo, dicevo, mi sono accostato alla fiction più smaccatamente socialista mai andata in onda in prima serata sui canali Rai solo all’undicesima stagione. E solo perché nel cast è presente Andrea Libero Gherpelli. Che è un bravissimo attore, ma che, soprattutto, è di Correggio.

marisa-lauritoPiccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 1: gli spot
L’esperienza popolare della visione di “Don Matteo 11” al giovedì sera inizia qualche minuto prima dell’effettiva messa in onda. Per chi, come me (vedi alla voce “saputello”), proviene da anni di Sky o di Netflix o di altre cose che sembrano fighe solo perché sono a pagamento, ecco che già il trovarsi di fronte allo schermo di Rai1 ha un po’ quel sapore di cucina genuina, quella che ti porta improvvisamente a pensare che l’olezzo di McDonald’s che caratterizza l’uscita della Stazione centrale di Bologna, per esempio, è pura merda. Nella cucina di Rai1 si entra per merito degli spot.
Gli spot programmati prima di “Don Matteo 11” sono evidentemente pensati per comunicare prodotti tranquillizzanti. Vi si ritrovano marchi tipo il Mulino Bianco, la pasta Voiello o il caffè Kimbo, il cerotto Voltaren contro il mal di schiena e l’Omino Bianco, tutte cose che sul satellite non ci sono mai, schiacciate da agenzie di scommesse (pubblicizzate da chi era di sinistra perché presentava il Concerto del Primo Maggio), auto aggressive, donne profumate e tutta la telefonia del mondo. Per essere chiari: gli spot che vanno in onda prima di “Don Matteo 11” sono spot che vorrebbero parlare esattamente alla classe media, al ceto popolare, quelli che in questi anni sono stati devastati dal turbocapitalismo liberista del nuovo millennio e che sarebbero anche naturalmente orientati a sinistra, ma che adesso no, adesso votano da altre parti perché pure le confezioni si Saccottini cominciano a pesare troppo sul bilancio famigliare.
Per quanto riguarda i reduci da Sky Cinema 1, per capirci, l’effetto è simile al ritrovarsi improvvisamente in salotto con Marisa Laurito e poterla finalmente abbracciare, Marisa Laurito e i suoi seni burrosi, con lei che ti conforta facendoti vedere che gli spot per te, almeno quelli, ci sono ancora, li fanno ancora.
Inciso: per chi ha sempre dichiarato di votare Marisa Laurito?

Piccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 2: il preambolo
In “Don Matteo 11”, le due puntate del giovedì sera sono anticipate da un preludio.
Nel preludio, Nino Frassica/Maresciallo Cecchini (spesso è lui, ma non solo lui) racconta una favola a Federico Ielapi/Cosimo, il più piccolo attore della serie. Le favole non sono lette da un tablet, ma bisogna aprire un grande libro con copertina di cuoio, davanti al camino scoppiettante. Sostanzialmente si tratta di rivisitazioni di fiabe classiche interpretate però dai personaggi di “Don Matteo 11” con il dichiarato intento di promuovere le bellezze di Spoleto e dell’Umbria in generale (l’Umbria è dove è stata girata la serie di Don Matteo, fin dalla prima stagione). Come sappiamo, quella è una terra bellissima, che però ha pagato un prezzo molto alto all’ultimo terremoto. Dunque, il preludio fiabesco in “Don Matteo 11”, gli stessi personaggi di “Don Matteo 11”, l’intera produzione di “Don Matteo 11” si pongono fin dall’inizio a fianco della gente, delle piccole attività e imprese del territorio, di quelle persone che faticosamente stanno ricominciando, fondando una buona parte del loro reddito sul turismo. Sono immagini di posti bellissimi, letti attraverso una fiaba e raccontano, con le immagini, qualcosa che verosimilmente potremmo definire solidarietà.
Di classe.

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La sigla di Don Matteo

Piccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 3: la sigla
La sigla di “Don Matteo 11” è bellissima. Talmente bella e innovativa che infatti i fan storici pare siano in rivolta perché affezionati all’insulsa musichetta delle precedenti 10 stagioni, composta alla pianola Bontempi da quella vecchia volpe di Pino Donaggio. I cambiamenti, si sa, hanno bisogno di tempo e il popolo va educato. Comunque Il tempo dirà – Believing again, interpretata da Nicole Cross, è il tema di una sigla in cui si vede Don Matteo (la controfigura di Don Matteo) pedalare tra i colori della Fioritura di Castelluccio di Norcia, in luoghi generalmente non accessibili (almeno non accessibili in bicicletta). Siamo nel cuore dell’Umbria più spettacolare e nello stesso tempo piegata dal terremoto. Don Matteo l’attraversa nella parte superiore dello schermo, mentre in quella inferiore, divisa da un elegante bordo bianco, scorrono le immagini dei protagonisti del cast della fiction.
“Il tempo dirà” è qualcosa di qoelettiano, perché vuol dire che c’è stato un tempo per piangere, ma ora c’è un tempo per rifiorire e per credere di nuovo all’avvenire.
E così si entra nella serie, già dalla parte giusta.

Piccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 4: l’abbigliamento di Don Matteo
Prima di entrare nel merito, è necessario tuttavia soffermarsi sull’abbigliamento di Don Matteo. Nel corso della serie – almeno in questa stagione – Don Matteo non fa praticamente mai “qualcosa da prete”. Cioè, non lo vediamo mai officiare delle funzioni. Svolge invece una gran quantità di attività laicali, dalla gestione del mercatino missionario all’insegnamento in una scuola in cui la preside è nientepopodimeno che Sidney Rome! Detto questo, il suo abbigliamento non è quello dei preti cosiddetti moderni. Nella maggior parte delle situazioni, infatti, Don Matteo indossa una lisa e impolverata tonaca nera, tirata fuori di peso dall’armadio di Don Camillo (forse Terence Hill ne aveva ancora un paio, nascoste da qualche parte in casa sua), più un basco alla Ernesto Che Guevara. Qui il messaggio è evidentissimo: non è l’abito a fare il monaco. Ciò che è richiesto per andare al cuore delle situazioni è saper guardare al di là delle apparenze (e qui siamo già delle parti di quando Fausto Bertinotti, prima di diventare Fausto-Bertinotti-Quello-Di-Cielle, sapeva citare a memoria le Lettere di San Paolo).

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L’avvocato Giovanni e la Capitana Anna Olivieri

Piccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 5: svolgimento
Le puntate di “Don Matteo 11” sono scritte molto bene. Non fidatevi di chi ne parla banalizzandole, perché non è affatto così e non rende merito ad autori che da un decennio sfornano un prodotto che sbriciola costantemente ogni record di ascolti. Occorre rispetto, prima di tutto, per parlare di “Don Matteo 11”. Rispetto, do you know? Era un altro dei valori di sinistra, vero?
Dunque, ogni giovedì vanno in onda due puntate. L’intera serie è costruita da varie sottotrame, di cui almeno due principali:
1. c’è il caso da risolvere – giunti a questo punto, non dimenticate che “Don Matteo 11” è comunque un poliziesco televisivo – e
2. c’è il plot di continuità, cioè la saga che lega le storie di tutta la serie e che prosegue di puntata in puntata.
Dal punto di vista puramente narrativo, la trama 1 ripete un canovaccio consolidato, che possiamo riassumere così: nella ridente cittadina umbra di Spoleto abbiamo un morto ammazzato oppure un ferito grave. Nella maggior parte dei casi, il morto ammazzato o il ferito grave vengono rinvenuti da Don Matteo, per una qualsiasi ragione necessaria (si va dal semplice “passavo di qua” al “dovevamo incontrarci per un’offerta alla parrocchia”). Scoperto il problema, Don Matteo fa sostanzialmente due cose: prima di tutto verifica se il corpo rinvenuto è vivo o morto – nel primo caso chiama il 118, nel secondo impartisce l’estrema unzione – e poi avverte i Carabinieri. Se la vittima è ferita, questa viene trasportata al nosocomio “San Matteo degli Infermi” – che è il vero ospedale di Spoleto – dove la prognosi è sempre la stessa, “coma farmacologico”, e la cura la medesima, un turbante di garze in testa e l’intubamento a vari macchinari in una sala cui è vietato l’accesso anche ai parenti più prossimi. Sappiamo che i medici del “San Matteo degli Infermi” si preoccupano di informare i famigliari secondo modalità di comunicazione standard, “è in pericolo”, “dobbiamo attendere”, “sta migliorando”, “risponde alle cure”. Non è ben chiara, invece, la funzione della fasciatura con rete alla testa, anche nei casi di accoltellamento alla schiena, ma nella maggior parte dei casi è un trattamento che sembra funzionare. E comunque “Don Matteo 11” non è un medical drama e quindi, alla fine, chi se ne frega. L’importante è sapere che esiste una sanità pubblica efficiente, che si prende cura delle persone al di là del loro status sociale o dell’AUSL di provenienza. E questa considerazione gronda di stato sociale.
Sia che la vittima sia defunta, sia che si trovi a combattere tra la morte e la vita, le indagini comunque prendono il via. E Don Matteo naturalmente vi partecipa attivamente, soprattutto dando buoni suggerimenti al Maresciallo Cecchini, suo fedele amico e compagno di partite a scacchi. Il quale Maresciallo Cecchini nella serie ha un duplice funzione: quando Nino Frassica interpreta il Maresciallo Cecchini, il Maresciallo Cecchini riporta le intuizioni di Don Matteo e fa procedere attivamente le indagini; quando invece è il Maresciallo Cecchini a interpretare Nino Frassica, si dà il via alla più classica e frassichiana comicità non-sense in cui il comico siciliano eccelle, alleggerendo la tensione.

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Nino Frassica è il Maresciallo Cecchini

Sappiamo che i polizieschi tv si dividono in due fondamentali categorie: quelli nei quali lo spettatore sa già il nome e il volto del colpevole e l’interesse è più che altro rivolto all’ingegnoso modo in cui il poliziotto in questione risolverà l’intrico (archetipo: il Tenente Colombo) e quelli dove, invece, non si conosce il responsabile, ma si dispone di una serie di indizi che possono portare alla colpevolezza di tre o quattro presunti indagati (archetipo: Jessica Fletcher). “Don Matteo 11” fa parte di quest’ultima categoria. Nel corso delle indagini, infatti, prima della felice conclusione del caso vengono presi in considerazione i moventi e gli alibi di diversi indiziati, convocati di volta in volta nell’ufficio della Capitana Anna Olivieri, e qui sottoposti a pressanti interrogatori alla presenza del PM, Marco Nardi, che, sulla base di quanto dichiarato dai sospettati, ne dispone le sorti (che nel 90% dei casi hanno a che fare con questa formula: “Mi dispiace, ma lei è in stato di arresto”). Particolare non secondario: gli interrogatori si svolgono nella più completa assenza di avvocati. I sospettati vengono fermati o convocati in caserma, interrogati e messi in arresto così, senza alcuna controparte a loro difesa. Non esistono avvocati in “Don Matteo 11”. L’unico avvocato presente è Cristiano Caccamo/Giovanni, un tizio che ha una tormentata storia d’amore con la Capitana Anna Olivieri, ma che poi si fa da parte per entrare in seminario (nel momento in cui scrivo non si ancora bene come andrà a finire la loro vicenda). Questo aspetto degli avvocati mi pare interessante: l’innocenza di una persona non è qui affidata alle prezzolate spalle di un azzeccagarbugli – cioè a uno di quei professionisti che le cronache ci rimandano spesso come in grado di far passare il male per il bene e viceversa – quanto al successivo colloquio che Don Matteo ha in carcere con il presunto colpevole. Questa scena c’è in tutte le puntate di “Don Matteo 11” e si svolge nel (bellissimo) parlatorio del (bellissimo) carcere di (presumibilmente) Spoleto: da una parte c’è Don Matteo, dall’altra l’ingiusto carcerato e in mezzo un sobrio tavolino Ikea. È qui che Don Matteo si convince definitivamente che l’arrestato non sia in realtà il vero colpevole o che, nella peggiore delle ipotesi, sia colpevole di qualcosa, ma non del reato maggiore, quello al centro della puntata. Il bene da una parte. Il male dall’altra. La certezza della pena (questa suona un po’ alla “Marco Minniti”, ma comunque anche la giustizia sarebbe un tema di sinistra).

Piccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 6: il sol dell’Avvenire
Alla fine di ogni puntata il vero colpevole viene comunque assicurato alla giustizia. Ed è qui che si disvela il socialismo della serie “Don Matteo 11”. Don Matteo e i Carabinieri arrivano alla soluzione del caso per vie diverse: gli indizi e le analisi della Scientifica per l’Arma; il cuore, la psicologia e la conoscenza degli uomini per quanto riguarda il sacerdote. Il tutto è costruito per arrivare al climax della scena finale e nella scena finale cosa troviamo? Nella scena finale c’è Don Matteo che arriva a colloquio con il colpevole, lo smaschera e lo porta a confessare il proprio delitto. Ma non lo giudica. Lo abbraccia. Ci sono vari motivi per cui i colpevoli in “Don Matteo 11” sono tali, ma in tutti i casi il sorriso di Don Matteo, le parole di conforto di Don Matteo – peraltro teologicamente super-ferrate – sono di castigo per le azioni commesse, ma sempre di misericordia per l’uomo o la donna che le ha commesse. Don Matteo giudica il peccato e mai il peccatore. Perché il tema di fondo di “Don Matteo 11” è l’umanesimo, che può anche essere condito in salsa cattolica, ma che comunque pone al centro dell’attenzione l’uomo, le sue fragilità, le sue cadute, ma anche la sua capacità di riscatto persino dal più profondo degli abissi in cui è precipitato. Quando arrivano i Carabinieri, e cioè lo Stato, si capisce che il loro dovere è di far rispettare la legge e di consegnare alla giustizia i colpevoli. Ma, guidati dalle intuizioni di Don Matteo (e dalla struggente musica di sottofondo), anche loro sanno che nel cuore delle persone albergano fondamentalmente dei buoni sentimenti e che sono le circostanze, troppo spesso, a rovinare le cose – la perdita del lavoro, le difficoltà economiche, il maldestro tentativo di farsi giustizia da soli, vendette, rancori del passato. Il cattivo in “Don Matteo 11” non lo è quasi mai per natura, ma solo spinto dalle difficoltà. Gli aridi di cuore, i veri malvagi, sono spesso tratteggiati nei panni di imprenditori senza scrupoli, industriali assetati di denaro, uomini di successo a loro volta vittime di vizi vari, categorie umane verso le quali Don Matteo non mostra mai particolare empatia. Gente che ha instaurato e ha approfittato dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Se non è marxismo questo, non so cos’altro lo possa essere.

In definitiva, dunque, e per riassumere: ho visto il futuro della sinistra e quel futuro potrebbe anche avere la tonaca consunta di Don Matteo 11 e dei suoi 15 milioni di audience.
Forse allora non sono tanto le idee, ma le categorie ideologiche ad essere tramontate. Eppure c’è una narrazione che ancora resiste e ancora pone l’uomo al centro del proprio racconto e le masse come destinatari di un messaggio di speranza e di riscatto.
E no, questa narrazione non la fa Eugenio Scalfari su Repubblica. La fa “Don Matteo 11” su Rai1, al giovedì sera.

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