Il mondo di Gianni Mura

Non credo troppo nelle “coincidenze”. Certamente, tuttavia, lo è stato terminare la lettura di questo libro – per il quale Carlo Verdelli firma una bella prefazione – proprio nel giorno in cui lo stesso ex direttore di Repubblica veniva “sollevato dall’incarico”, come si direbbe con un gergo calcistico, al momento dell’esonero dell’allenatore.
Dice Verdelli che “Gianni Mura era a tal punto una firma che non c’era bisogno della sua firma” ed è stato vero, fino alla fine. Gianni Mura se n’è andato in tempo di Covid, ma non per il Covid, quasi per un ennesimo e ultimo gesto di quell’umanità, ironia e originalità che hanno caratterizzato il suo stile.
Da tempo ho smesso di leggere Repubblica – di cui peraltro non ho mai apprezzato per niente la redazione sportiva – facendo tuttavia eccezione per Gianni Mura, di cui non sto qui a ripetere, ennesimo tra gli ennesimi, la bravura, la competenza, l’eredità di Brera, eccetera eccetera.

Il libro, in sé, è una specie di bignami al “giannimurismo”, a cura di Giuseppe Smorto e Angelo Carotenuto: le operazioni editoriali fatte su così, in modo frettoloso, spesso risultano ingannevoli, a volte persino fastidiose per chi ha amato un tal autore. Non è questo il caso. Vero che “Il mondo di Gianni Mura” del vero mondo di Gianni Mura racconta necessariamente solo un pezzo – e non poteva che essere diversamente. Però da queste 300 pagine emerge un tratto fodamentale e cioè che Gianni Mura, nella sua carriera, non ha parlato di Tour de France e Mondiali di calcio, non di campionati o di gastronomia, ma sempre e solo di persone. Esempio: Marco Pantani che demolisce Ullrich a Les Deux Alpes è lo stesso identico Marco Pantani di cui Mura piange la morte, nemmeno sei anni dopo: nei due articoli non c’è il “campione osannato” prima e il “l’ex campione finito male” dopo, ma solo il tratto comune che lo stesso Pantani aveva confessato a Mura – “Perché vado così forte in salita? Per abbreviare la mia agonia”.
Non era scontato che un libro uscito a nemmeno un mese dalla morte dell’autore riuscisse a raccontarlo così bene.

Compito del giornalismo, soprattutto di quello sportivo, sarebbe “de-mitizzare” coloro che vengono dipinti come supereroi all’apice delle carriere (per poi essere triturati alla prima sconfitta), altrimenti ciò che rimane a noi lettori è il “niente”: ecco, le cose non stanno andando esattamente in questo modo e, infatti, molto spesso è proprio il “niente” ciò che resta di eventi, grandi eventi, super grandi eventi, che si susseguono uno dopo l’altro, tra un main sponsor e una soubrette, senza nessuno che sappia raccontarli. 
Gianni Mura sapeva farlo.
“Il mondo di Gianni Mura” ci restituisce questo suo tratto fondamentale.