È il 4 gennaio 1988. Sopra San Candido – Innichen, come sottolinea sempre mia madre, che vorrebbe che mi abituassi già alle lingue straniere, e insiste, ed è persino feroce, per esempio, rispetto all’esatta toponomastica dei luoghi – è appena scesa una spolverata di neve leggera. L’ennesima.
Ho cinque anni. Senza interpellarmi, i miei hanno deciso che devo imparare a sciare. Per questo, siamo a San Candido già da tre giorni. Alloggiamo alla “Pension Ludwig”, una casa piccola, poco fuori dal centro storico, graziosa e ben curata, come peraltro sono graziose e ben curate tutte le case, piccole e grandi e poco fuori dal centro di San Candido (Innichen, Innichen, dannazione!). Sembra di stare nel villaggio incantato che c’è nel libro della Principessa dei Ghiacci, un libro con dentro una favola che un po’ mi fa sempre piangere, ma che ha dei disegni che mi piacciono moltissimo (e, infatti, me lo sono portato anche durante queste vacanze in montagna: partendo da casa ho pensato, infatti, che, in mezzo alla neve, chissà, avrei anche potuto incontrala di persona, la Principessa).
Finora, però, le cose non sono andate bene. Le piste, tutta quella luce, il bianco accecante, il freddo, che è sempre troppo freddo, sulla faccia, ecco… Non mi piace. Mio fratello Matteo, invece, che ha due anni più di me, è molto bravo. Sempre stato così, lui. Impara tutto quello che piace ai nostri genitori e lo fa molto bene. Se deve sciare, scia. Se bisogna gettare via i rotolini della carta igienica, lui prende, fa il giro delle stanze della casa e li raccoglie.
Mamma è entusiasta, perché adora Innichen e l’inverno. Papà, in compenso, non ha praticamente mai messo piede fuori dal bar della Pension, dove trascorre il tempo ad assaggiare la lista completa di ogni tipo di un certo liquore che si chiama bombardino aromatizzato.
Oggi, quindi, io sto salendo appesa allo skilift e, per la terza volta consecutiva, stacco il gancio in modo maldestro e cado. L’operatore è costretto a fermare l’impianto. Nessuno, tanto meno i bambini che sono in fila dietro di me, mi aiutano a rialzarmi. Si vede che ognuno deve pensare per sé, ed è già abbastanza così.
La giornata è bellissima, brilla il sole e tutti gli sciatori scendono disegnando precise curve armoniche, come se stessero danzando su tracciati perfettamente disegnati lungo il fianco della montagna.
Mentre provo, faticosamente, a rimettermi in piedi, un bambino mi allunga la mano.
Solo lui, in mezzo a tutti.
– Ciao – mi dice, togliendomi quel po’ di neve rimasta appiccicata alla mia giacca a vento biancorosa.
– Ciao – rispondo mentre controllo se la mia attrezzatura sia ancora tutta intera.
– Io mi chiamo Simone, ho cinque anni e abito molto lontano in un paese che ha un nome che fa un po’ ridere e che si chiama Correggio. E tu?
Io raccolgo da terra il mio berretto impermeabile, anch’esso biancorosa. Purtroppo, nel farlo cado di nuovo e questa volta a pancia in giù. Rotolo. Potrei anche non fermarmi mai più. Invece poi mi fermo. Mi giro sulla schiena, come mi hanno insegnato. Da quella posizione guardo prima il cielo e poi di fianco, verso le piste. Cerco la mamma. Oppure mio fratello. Oppure un certo Hans, il maestro di sci, e tutti gli altri bambini con lo stemma rosso sulla giacca, come il mio. Quelli con lo stemma rosso sono del mio gruppo. Gli altri, con lo stemma blu, invece sono i più grandi e più bravi. Non vedo la mamma. Non vedo Matteo. Non vedo nemmeno Hans. In effetti, non vedo nessuno di quelli che dovrei vedere. C’è solo questo bambino che continua a fissarmi dall’alto, esattamente sopra di me.
– Se non vuoi parlare, fa lo stesso.
Non è così. Prima di parlare, vorrei solo recuperare una posizione eretta. Mi tiro su con tutta la forza che ho nelle braccia. Mi auguro che gli sci stiano fermi lì, su quella spiazzo di neve che sembra pianeggiante.
– Io mi chiamo Camilla, ho cinque anni, mio fratello Matteo è più grande e molto forte ed è qui, da qualche parte, fra un po’ mi viene a prendere… Aspe… Aspetta – dico, poi, reggendomi a stento sulle bacchette – anche tu abiti a Correggio?
– Correggio è un paese molto lontano da qui e si chiama solo Correggio, non ha due nomi, come questo. Ma tu non lo conosci, è impossibile che tu lo conosci…
– Non è vero.
– Non è vero?
– Lo conosco. Ci abito anche io.
– Allora vuol dire che ci abitiamo tutti e due.
– Esatto.
– Sì, però io non ti ho mai vista.
– Dove?
– A Correggio.
– Beh, neanche io ti ho mai visto.
– Io ci abito.
– Anche io.
– Io abito in via… In via Superman numero dodici.
– Ma và… Non esiste una strada che si chiama così.
– Sì, infatti… Me la sono inventata. La mia si chiama Lodovico Lodovici. E tu?
– Non vale inventarsi i nomi delle strade.
– E chi l’ha detto?
– La mia maestra.
– Come si chiama la tua maestra?
– La mia si chiama Luciana.
– La mia si chiama Suora.
– Suora e basta?
– No. Suora di nome. Paola di cognome.
– A me non piace andare a scuola.
– Sì, ma tutti devono andare a scuola.
– Noi piccoli non andiamo a scuola. Andiamo all’asilo.
– Anche io ci vado, all’asilo.
– Sì.
– Ma se non sai il nome della tua strada, come fai a ricordarti dove devi andare quando torni a casa?
– Infatti non mi ricordo.
– Ma se ti perdi?
– Io non mi perdo mai.
– Davvero?
– Davvero.
– Sì. Però adesso è meglio se ti togli di lì.
Il nastro trasportatore nero dello skilift si è rimesso in moto e sta scaricando un altro numero imprecisato di bambini. Pare abbiano tutta l’intenzione di venire a occupare esattamente il posto dove siamo noi. Tra loro ce ne sono due con lo stemma rosso. E anzi, poco distante appare – finalmente! – anche Hans.
– Allora ciao – dico a Simone. Mi sistemo gli occhiali da sole. Hanno le lenti scure e la scritta “Barbie” sulle stanghette. Simone, invece, non ha gli occhiali. Però, secondo me, vorrebbe averli anche lui. Va bene, probabilmente preferirebbe degli occhiali da maschio, perché i miei, rosa e con la scritta “Barbie”, no, non credo che gli piacerebbero. Tutti gli altri hanno gli occhiali.
– Tu sei senza occhiali?
– Li ho persi il primo giorno – dice. – Me ne compreranno degli altri perché se no, mentre scio, mi viene da piangere per il freddo e devo chiudere gli occhi e poi cado. Tu adesso dove vai?
– Con il mio gruppo. – Tiro fuori dalla tasca l’adesivo rosso, stacco l’etichetta e me lo sistemo sulla giacca.
– Io sono nel gruppo dei blu – dice lui, lasciandosi poi andare lungo una breve discesa che lo porta a unirsi al gruppo degli altri bambini blu.

Trascorro il resto della giornata facendo su e giù a spazzaneve, lungo i pochi metri di discesa che si chiama “Campo scuola”. Alcuni bambini del mio gruppi hanno imparato più in fretta e sono stati promossi tra i blu. Li vedo scendere, felici, nella pista a fianco. Tra loro c’è anche Simone. Mi sembra che sia piuttosto bravo. Tutti sembrano bravi, per la verità.
Eccetto me.
Alla sera dico alla mamma che non ho incontrato la Principessa, ma in compenso ho conosciuto un “bambino bravissimo a sciare”, capace anche di fare le curve.
– E anche lui abita a Correggio! – aggiungo, con un certo entusiasmo, mentre mamma mi infila il pigiama con i disegni di Biancaneve, il mio preferito.
– Davvero? – chiede lei. – Hai sentito? – grida.
– Sentito cosa? – risponde papà dall’altra stanza. Sta giocando a carte con Matteo, sorseggiando la grappa al ginepro gentilmente offerta da Ludwig, il proprietario dell’omonima pensione.
– Camilla dice che ha conosciuto un bambino di Correggio – continua a urlare mamma. Non la sopporto quando fa così. – Come hai detto che si chiama?
– Simone.
– Dice che si chiama Simone. Conosci qualcuno dei tuoi amici che ha un figlio che si chiama Simone?
– No – risponde secco papà.
– Dice che anche lui va all’asilo – specifico.
– Secondo me è il figlio dell’avvocato Ferretti – dice mamma, senza ascoltarmi. – Ti ha detto anche dove abita?
– In via Superman.
– Tesoro, ma via Superman non esiste.
– Lo so. Comunque poi mi ha detto via Ludovico qualcosa…
– Comunque è sicuramente il figlio dell’avvocato Ferretti – ripete. – Adesso vai a lavarti i denti.
Mi avvio, triste, in bagno. Non mi piace lavarmi i denti perché il dentifricio ha un sapore troppo forte di fragola e lo so che a tutti i bambini piace la fragola, ma a me no. Comunque, anche se non mi piace, mi passo per bene lo spazzolino sui denti perché poi non voglio che rimandino indietro un’altra volta a rifare tutto. Un giorno mio fratello mi ha detto che dentro al dentifricio ci mettono una sostanza velenosa che serve per pulire i denti, ma che una volta un bambino, uno che conosce lui, è morto per aver mandato giù troppo dentifricio alla fragola. Se è morto, non so come faccia a conoscerlo. Ma sarà comunque così. Mio fratello non dice bugie.
– Hai sentito? Ci sono i Ferretti qui, a San… A Innichen. Infatti mi era proprio sembrato di vederli, l’altro giorno, giù al parcheggio delle piste. Tu no?
– No – ripete papà.
Forse è vero che non ha visto l’avvocato Ferretti. Secondo me, però, direbbe di no in ogni caso. Una volta l’ho sentito dire che l’avvocato Ferretti gli è antipatico, perché è uno di quelli che sanno sempre le cose che devono essere fatte e come devono essere fatte. Papà dice che per l’avvocato Ferretti – che ha la sua stessa età – è sempre stato tutto facile, perché è nato ricco. Mio papà, invece, sostiene che lui ha dovuto sempre arrangiarsi. E adesso che il nostro negozio di salumi ha preso piede, non intende comunque offrire l’occasione a mamma perché lei organizzi una serata in compagnia della famiglia dell’avvocato Ferretti, solo perché sono tutti lì. Lei lo farebbe di sicuro.
Io, però, questa sera non mi sento bene. Ho tutte le ossa rotte e ho anche i brividi lungo tutto il corpo.

Poi mi è venuta la febbre a 39. Dev’essere stata colpa del dentifricio alla fragola. Lo sapevo.
Ho trascorso il resto della settimana chiusa in camera, insieme a mio padre. Lui, però, ha sempre letto il giornale. Io, la storia della Principessa, invece, l’ho finita subito. Non mi hanno comprato un altro libro. La Befana mi ha portato degli ovetti Kinder. Le sorprese che c’erano dentro fanno schifo. Mamma e Matteo sono andati a sciare tutti i giorni. In compenso, io ho potuto guardare un sacco di cartoni animati e la cosa non mi è dispiaciuta. Sempre meglio che stare là fuori, al freddo, con il maestro Hans e gli altri bambini del gruppo dei rossi.
Ogni sera, mamma ha rimproverato papà, dicendogli che secondo lei ha bevuto un po’ troppo e che non ha fatto nulla per farsi invitare – dove? quando? – dall’avvocato Ferretti. Lui scrolla le spalle e risponde che non è vero.
Mentre sistemiamo le valigie nel baule della macchina – che la nostra vacanza è finita – rivedo Simone.
– Senti, ma tuo padre è l’Avvocato Ferretti? – gli chiedo.
– Non so – dice lui. Mio papà si chiama solo Giovanni.