La neve a Gaza (a volte arriva davvero) (almeno là)

Il libro è piccolo, un centinaio di pagine all’incirca. Ma la storia invece no, la storia è grande, grande più o meno 2,51 milioni di chilometri quadrati, come l’estensione del Mediterraneo. Perché “La neve a Gaza”, esordio dello scrittore cagliaritano Vincenzo Soddu (Caracò Editore), secondo me parte con un sottotitolo sviante, “Una storia palestinese”. E invece non è “una storia palestinese”, ma “una storia mediterranea”. La vicenda segue un tratto di vita – un tratto dai contorni luminosi e ben definiti, proprio come sanno essere certe giornate su quel mare lì, da qualche parte – di Karim, in un viaggio andata/ritorno tra la Palestina, appunto, e Cagliari. C’è una rapina, evento intorno cui sembra in un primo momento ruotare la vicenda. E, soprattutto, c’è l’assemblaggio della pittoresca banda che compirà il furto, un variegato gruppo di persone che, al netto delle provenienze eterogenee, condivide umanità e sfighe di tratto monicelliano. Eppure “La neve a Gaza” non è un noir e neppure una storia “classica” dove il povero emarginato supera di slancio tutti i problemi che gli si parano davanti grazie alla propria volontà ferrea e al proprio ingegno. “La neve a Gaza” è invece un romanzo di formazione. E lo è quasi più per il lettore che per i personaggi, lettore che viene lentamente, ma con sempre più irrimediabilità, attratto dal baricentro della vicenda che Soddu mette in scena. Che è Gaza, la Palestina. Ma è anche Cagliari, la Sardegna. Il Mediterraneo, appunto, terra/mare di civiltà e terra/mare di gente e popoli sconfitti. Così, mentre ancora sembra impossibile non guardare al benessere e ai welfare del nord Europa come a un modello da imitare a tutti i costi, “La neve a Gaza”, storia di conflitti mai risolti e di soprusi quotidiani che non trovano la via della giustizia (e dunque della riconciliazione), ci riporta nell’utero della nostra civiltà, in quel mare che va “da lì a là in fondo”, in quel mare che dalla Grecia all’Africa ribolle oggi di idee e grida la propria voglia di esserci e di non essere calpestato. Perché è il Mediterraneo che ci accomuna tutti ed è nel Mediterraneo che, forse, sarà più possibile “restare umani”, che è poi il testamento di Vittorio Arrigoni (presente nel romanzo nel ruolo di se stesso) e il messaggio ultimo di un libro da leggere.

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