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Memoria di un “paesaggio fragile”

9788806228330_0_0_1547_75Il paesaggio fragile è quello spesso in ombra, segnato da antiche memorie relative al lavoro e all’abitare, che attraversa valichi alpini, vie di sale e di libri, architetture dimenticate di terra cruda e di orizzonti ormai senza storia.
Il paesaggio fragile – L’Italia vista dai margini” (Einaudi) è anche il titolo del lavoro di Antonella Tarpino, che fa seguito così a quel “Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro“, vincitore del Premio Bagutta nel 2013.
Si tratta di quattro itinerari, per lo più concentrati in un’area geografica piuttosto “ristretta”, tra Liguria e Piemonte, con escursioni in Lunigiana o nelle valli piacentine, oltre a una più dettagliata fotografia sulle costruzioni in terra che arriva fino alla Marche e in Calabria.
Il libro di Antonella Tarpino, tuttavia, non è una guida turistica e nemmeno una riflessione passatista sulle presunte meraviglie di un passato ora scomparso. Certo, gli itinerari sono segnati dalle descrizioni delle vite di chi quelle strade le ha vissute e di chi ha abitato quei borghi ora spesso desolati – viandanti, commercianti di sale, acciughe, libri, neve. Eppure nelle pagine del libro emerge che il “paesaggio fragile” per eccellenza è quello della memoria, vale a dire il paesaggio simbolo di ciò che sta al confine tra visibile e invisibile. Grazie a queste coordinate, la memoria non è qualcosa cui rifugiarsi vagheggiando un’eta dell’oro peraltro mai esistita e non è nemmeno quell’esito sincretico e balzano che induce a pensarla come stereotipo identitario ed escludente. Quello è fare falsa memoria ad uso improprio (a volta anche elettorale). La memoria, esattamente come i paesaggi – tanto più i paesaggi di confine – è invece qualcosa di fluido e che, tramite le tracce che ne costituiscono la trama incessante, determina la lettura di un luogo e, nel migliore, dei casi, anche la sua prospettiva di futuro. “Nello scarto violento che viviamo, con il globale che ridisegna lo spazio e i paesaggi desueti del nuovo che invecchia, gli antichi margini, fragili ma emersi, per così dire, al nostro sguardo, possono riaprirsi un varco nelle geografie mobili del contemporaneo. Come? Anzitutto con un movimento mentale, una torsione dello sguardo: un cambio di legenda (…) dispiegando, in via preliminare, la potenza che il linguaggio ha di rinominare ogni volta le cose in tal modo da prefigurare, per successivi scarti, nuovi orizzonti. Spetta anzitutto alle parole, corrette dalla memoria profonda dell’abitare, il compito di riparare il paesaggio fragile, guasto. Oltre lo sguardo, questo sì opaco (e troppo corto) del presente, con il suo lessico infranto, per poterlo riguardare, quel paesaggio, e insieme averne riguardo”.
Antonella Tarpino, dunque, attraverso le pagine del suo libro, non ci conduce alla scoperta di luoghi dimenticati (e, come troppo spesso capita, possibili prede di un turismo senza storia e senza rispetto), ma dispiega con estrema precisione l’importanza delle parole nella costruzione di una memoria che sia il più possibile (ri)condivisa. E questo è importante non tanto per una narrazione precisa di “come siamo stati”, quanto piuttosto per una rialfabetizzazione del paesaggio che diventa necessario non per un esercizio filologico, ma per dare un senso compiuto alla “torsione”, al “ritorno”, alla “salvaguardia”, alla cultura. All’opporsi a quel diventare “invisibili a se stessi” che rappresenta una delle principali forme di povertà immateriali dell’oggi.

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