Per una lettura critica di “Karate Kid – Per vincere domani”

Un paio di sere fa in tv – esattamente su Sky Cinema Qualcosa – hanno trasmesso, credo per la 37esima volta nell’ultimo bimestre, “Karate Kid – Per vincere domani”. Io ero impegnato nel classico zapping da terza serata, ma nel momento in cui sono capitato su Sky Cinema Qualcosa mentre Sky Cinema Qualcosa trasmetteva “Karate Kid – Per vincere domani” mi sono fermato, ovviamente, perché è molto difficile resistere alla forza attrattiva di “Karate Kid – Per vincere domani”.
“Solo cinque minuti e poi vado”, mi sono detto.
Due ore dopo, com’era prevedibile, la terza serata aveva sconfinato in una quarta serata e io, chiaramente, il film l’ho visto fino alla fine.
Non ho mai fatto un calcolo preciso, ma quella dell’altra sera dovrebbe essere la quindicesima o sedicesima volta che ho guardato “Karate Kid – Per vincere domani” (e per quanto mi riguarda, solo il primo episodio di “Ritorno al futuro” vanta un numero superiore di visioni). A conti fatti, dunque, “Karate Kid – Per vincere domani” rappresenta per me una pietra miliare per quanto riguarda ciò che potremmo definire una “formazione culturale” (e certo, sta praticamente alla pari con altre cose tipo “I racconti di San Pietroburgo” oppure la quadrilogia di Indiana Jones o “Achtung baby“, cose alle quali non puoi mai dire di no, mai).
Solo che l’altra sera è successa una cosa diversa dal solito. Navigando in quarta serata, avevo l’obbligo di tenere il volume della televisione molto basso e anzi, a un certo punto, dal piano di sopra, visto che i bimbi sembravano ancora piuttosto vispi, si sono “lamentati”. Quindi ho guardato tutta una parte di “Karate Kid – Per vincere domani” completamente senza audio. Tanto le battute le conosco a memoria. Ma guardare “Karate Kid – Per vincere domani” senza audio, ci proietta in una situazione metafisica, in una dimensione inedita perché offre la possibilità di apprezzare certi piccolissimi particolari che mai, prima, erano venuti alla luce con tale evidenza. Per me si è trattato di un’esperienza luminosa e sconcertante allo stesso tempo.
Ovviamente, quando diciamo “Karate Kid – Per vincere domani” tutti sanno di cosa stiamo parlando. Per cui non aggiungerò molto a un breve riassunto che, in ogni caso, è necessario fare (ad uso e consumo solo dei più giovani).
Dunque, Daniel LaRusso (attenzione: “LaRusso” scritto proprio così, non La-staccato-Russo) è un sedicenne che, insieme alla madre, si è appena trasferito dal New Jersey al “Residence Reseda”, Los Angeles, California. Per chi si fosse sempre perso l’inizio del film, posso qui dire che, conoscendo poi l’evolversi successivo del drama, la scena iniziale dell’addio-amici – di quando cioè la malandata automobile dei LaRusso parte dalla piccola contrada e gli amichetti del giovane Daniel la rincorrono per gli ultimi saluti – è piuttosto straziante. Ma qual è il motivo del trasloco trasloco? Banalmente motivi di lavoro. Daniel LaRusso, però, mentre scarica gli scatoloni nella nuova casa, specifica a un tizio appena conosciuto in loco che la signora Lucille LaRusso sta per iniziare una nuova carriera in un’azienda che progetta nientepopodimeno che viaggi spaziali. Cioè, si presenta sparando una balla colossale al suo primo potenziale amico. Niente male. Nient’altro ci viene detto in merito al fu signor LaRusso, così come non sappiamo per quale motivo Daniel LaRusso abbia sedici anni ma ne dimostri dieci (anche se questo particolare rientra nel fascino ambiguo dell’attore Ralph Macchio, che lo impersona).
Tuttavia, la scena decisiva, quella che vista a volume zero cambia radicalmente la prospettiva critica sul film, sarà tra un po’. Per gli addetti ai lavori si tratta della “Scena della doccia”. Ci arriveremo tra poco. Per ora ci serve sapere che quando Daniel LaRusso, travestito da doccia (sic, avete capito bene), si presenta alla festa di Halloween della sua nuova scuola, in realtà sono già successe parecchie cose. Prima di tutto va detto che a questo punto Daniel LaRusso ha già incontrato – e, va da sé, ci ha già provato – Ali Mills, vale a dire una bellissima Elisabeth Shue. Qui aggiungiamo una piccola nota: se guardate Elisabeth Shue – “quella” Elisabeth Shue – con gli occhi di adesso, con occhi cioè rovinati da oltre 30 anni di stilemi modaioli anoressici, troverete Elisabeth Shue “grassoccia”. Invece Elisabeth Shue è bellissima, bellissima come sono le ragazze di sedici anni, bellissima com’era anche Kate Winslet a bordo del “Titanic”, per dire.iewxybs
Ma torniamo a noi.
Dicevamo che Daniel LaRusso ha già incontrato Ali Mills e la cosa straordinaria è che, senza che abbia fatto assolutamente nulla di speciale, Ali Mills si mostra attratta da lui. E questo fa rientrare “Karate Kid – Per vincere domani” nella categoria “film socialisti”, dove cioè gli umili e gli oppressi sono portati alla ribalta. Gli umili e gli oppressi, esatto. Ma gli insignificanti? Che direbbe Lenin di fronte all’insignificanza di Daniel LaRusso? Se non fossimo in “Karate Kid – Per vincere domani”, cioè in un contesto di sospensione della realtà, tutto ciò potrebbe sembrare assurdo. Invece, ogni cosa è legata da un fio logico inoppugnabile. Ali Mills è la ragazza più figa del circondario. Inoltre è anche la più ricca e la più bionda e la più ammirata. E allora cosa ci trova Ali Mills in Daniel LaRusso (e questa, infatti, è la precisa domanda che le fanno tutte le sue amiche del cuore), vale a dire cosa ci trova in quel sedicenne immigrato con la faccia da decenne, millantatore da strapazzo, di basso ceto sociale e con scarsa per non dire nulla conoscenza dello ius soli locale? Ed eccola qui, la potenza della rivoluzione dei subalterni, dove tutto avviene per un non procrastinabile destino sociale e non per borghese capacità di censo. Perché, oltre tutto, Ali Mills – e qui veniamo al punto numero due – è l’ex fidanzata di Johnny Lawrence, ovvero William Zabka, ovvero uno che, dal punto di vista estetico, potrebbe essere lo zio del nostro Daniel LaRusso-Ralph Macchio. Per estrazione sociale, condizione economica e per un sacco di altre cose, Johnny Lawrence rappresenta l’esatta controparte maschile di Ali Mills. E infatti i due stavano insieme, con reciproca soddisfazione dei benestanti genitori, pronti ad accogliere presto, nelle loro rispettive ville in collina, un nugolo di nipotini biondi, belli e vincenti. Come loro. Solo che Ali ha mollato Johnny. Perché? Perché Johnny – grande promessa dal karate californiano – è un “violento”. 8e692db346570b0a01810ee7b076b027Non si sa quando Johnny sia diventato “violento” o quando Ali se ne sia accorta, dato che tutto lascia intendere che sia sempre stato così. Fatto sta che, prima della scena della doccia, Johnny Lawrence e la sua banda – vale la pena ricordarli perché tutti noi abbiamo incontrato gente simile alle scuole medie: Tommy (l’attore Rob Garrison), Jimmy (impersonato da Tony O’Dell), Darry Vidal, Dutch (Chad McQueen, figlio di Steve) e Bobby Brown (Ron Thomas), il più mite del gruppo, uno cioè che vorrebbe limitarsi a fare solo del male agli altri senza necessariamente ucciderli – hanno già pestato l’ottimo LaRusso in almeno due occasioni: la prima è stata perché Daniel si è stupidamente intromesso in un litigio in spiaggia tra Johnny e Ali (contravvenendo alla prima regola dell’immigrato che vuole essere aiutato a casa sua: non immischiarsi in affari che non lo riguardano); karate-kid-remake-4e09dbd1-140a-4859-bbf1-fa1c1a3983ddla seconda, invece, è stato quando hanno buttato Daniel in bicicletta giù per una scarpata, che, anche se stiracchiata, possiamo inserire alla voce “ragazzata” pur essendo stata del tutto gratuita (poi sì, c’è stato anche l’episodio della partita di calcio, sport nel quale per qualche oscuro motivo eccelle Daniel LaRusso forse in virtù del suo italico cognome, perché, per il resto, non si hanno agli atti testimonianze di campioni di soccer provenienti dal New Jersey: nell’occasione, Daniel LaRusso scarta tutti, avventurandosi in un dribbling che nemmeno Leo Messi, prima però di perdere completamente la brocca dopo aver subito un fallo provocatorio da uno della gang di Lawrence, finendo per essere allontanato dal campo di allenamento da parte dell’integerrimo professore di educazione fisica, e tutto questo sotto gli occhi amorevolmente preoccupati di Ali, qui nelle vesti di majorette).
A questo punto del film è già possibile tracciare un profilo psicosomatico di Daniel LaRusso: Daniel LaRusso non è bello (spiace Ralph, fattene una ragione), non è simpatico, è un attaccabrighe complessato e non è nemmeno scaltro. Ma possiede il grande pregio degli umili: la pazienza.
E qui arriviamo alla scena secondo me clou del film, quella che dà la svolta a tutto quanto. Andiamo con ordine.
http-%2f%2fi-huffpost-com%2fgen%2f3417250%2fimages%2fn-karate-kid-628x31Daniel viene convinto dal Signor Miyagi – su questo non mi soffermo: se non sapete chi sia il Signor Miyagi-Pat Morita non conoscete la storia del cinema! – a partecipare alla già citata festa di Halloween. E questa è la scena che va vista senza audio per comprenderne al meglio la sua surreale potenza: dopo quasi tre quarti d’ora di film e svariate botte prese, infatti, Daniel LaRusso sembrerebbe aver capito come funzionano le cose da quelle parti e, giustamente, è un po’ riluttante al partecipare a una festa cui, con ogni probabilità, sarà nuovamente fatto oggetto di percosse violente. Nonostante ciò, si lascia convincere in modo assurdo dal Signor Miyagi (che lui, mostrando appunto tutti i suoi limiti, non riesce nemmeno a chiamare in modo giusto, storpiandone ripetutamente il nome in vari modi e, voglio dire, non sarebbe difficile, non si chiama Signor Rwananapatturstra, che ne dici Daniel?). Comunque, il piano che l’astuto Signor Miyagi gli propone è quello di presentarsi alla festa travestito da doccia. Per non farsi riconoscere. Dev’essere un’usanza di Okinawa – l’isola da cui proviene il Signor Miyagi – ma qui pare più che altro una trovata da Wile E. Coyote. Ma pazienza, procediamo perché stiamo per arrivare alla parte kantiana di tutta la faccenda. kk_misc17Daniel va dunque alla festa travestito da doccia e, ovviamente, Ali, che non lo vede da qualche giorno, casca subito tra le sue braccia (potrebbe essere diversamente solo in un film che non fosse dichiaratamente socialista, oppure nella realtà), mentre un tizio travestito da gallina si diverte a spiaccicare uova vere sulla testa della gente. Il che, tutto sommato, pare essere uno scherzo stupido persino nell’America reaganiana del 1984, dove l’asticella della stupidità era piuttosto bassa. Comunque, mentre Daniel LaRusso, nascosto dal telo a pois del suo astuto travestimento, già brama di limonare con Ali, il tizio camuffato da gallina gli smazza subito un uovo sulla testa, costringendolo ad andare in bagno – sempre travestito da doccia, ovvero “irriconoscibile – a pulirsi i capelli perché va bene tutto, va bene essere di larghe e democratiche e socialiste vedute, com’è appunto Ali, ma baciare un tizio che sa di frittata e di uova fresca non è il massimo.
Ci siamo.
Perché qui, nel bagno, Daniel LaRusso fa la cosa apparentemente più stupida e insensata che uno nella sua posizione possa anche solo progettare: dopo aver scoperto, infatti, che Johnny Lawrence, chiuso in un cesso, sta rollando delle canne per i suoi amici, il nostro Daniel pensa sia particolarmente furbo infilare una gomma dell’acqua sopra la testa dell’ignaro Lawrence e innaffiarlo da capo a piedi.
Poi Daniel LaRusso se la dà a gambe.
Tralasciamo il fatto che nel corso della fuga – inseguito da tutta la banda di simpatici allegroni (a loro volta travestiti da scheletri) – il buon LaRusso causi un incidente automobilistico multiplo di cui nessuno pare darsi troppa preoccupazione. E tralasciamo anche il fatto che per compiere il suo scherzetto, Daniel LaRusso si sia di fatto condannato a morte (perché se il Signor Miyagi non arrivasse a salvarlo dall’ira funesta di Johnny e dei suoi con un intervento alla Uomo Tigre ora staremmo qui a raccontare ovviamente tutta un’altra storia). Ecco, grazie al volume silenziato possiamo davvero tralasciare tutte queste cose ed entrare nella testa dei personaggi e nei meccanismi narrativi senza farci distrarre dalle parole per soffermiamoci sul fatto che questo snodo fondamentale – perché è da qui che prenderà il via tutta la menata del dai-la-cera/togli-la-cera e di ciò che renderà poi epico, insostituibile, clamorosamente educativo “Karate Kid – Per vincere domani” – avviene in virtù di una clamorosa boiata compiuta dal protagoosta dell’epica narrazione. Questo passaggio andrebbe rivisto più volte, sempre in rigoroso silenzio, e programmato in tutti i corsi contro il bullismo per dire che nella vita reale è vero, i bulli esistono, ma, attenzione, il Signor Miyagi no, il socialismo è ancora di là da venire e se proprio state cercando il riscatto personale e sociale, questo può avvenire senza necessariamente candidarsi alla mutilazione.
L’altro messaggio che il compianto John G. Avildsen – regista del film e di altri capolavori generazionali dell’epoca – ci lascia è questo ed è vagamente minaccioso: non serve affatto uno straccio di sceneggiatura decente per costruire un capolavoro narrativo.
karate_kidOltre ad essere un caposaldo d’epica contemporanea (grazie soprattutto a una seconda parte in cui il film lascia perdere tutte le stronzate precedenti per concentrarsi finalmente sull’unica cosa che conta e l’unica cosa che conta è La Mossa Finale) “Karate Kid – Per vincere domani” è dunque un film socialista nel pieno senso del termine, in quanto irrazionale e materialistico nello stesso tempo, e nemico giurato delle scuole di scrittura creativa.
E chi non è d’accordo si merita solo “Il ragazzo dal kimono d’oro“, che è una truffa.