Prima di noi

Mi sono sempre sentito attratto da questo genere di romanzi, dalle saghe familiari, dalle piccole storie che intrecciano la storia, quella “Grande”.
È stato quindi naturale approdare immediatamente – poco prima della pandemia – a “Prima di noi”, tanto più perché è opera di Giorgio Fontana, che secondo me, senza troppi giri di parole, è il miglior scrittore italiano della sua generazione (se mai valgano qualcosa queste classificazioni).
Dopodiché, detto questo, non è particolarmente brillante ridurre 886 pagine di un romanzo di questo tipo in un breve commento da social (o da blog), perché dentro a un’opera di questo genere è inevitabile che non ci sia solo la capacità di uno scrittore, ma parte della sua stessa vita. E questo sposta il discorso su un piano che non può essere solo quello del commento fine a se stesso.
Diciamo allora qualcosa sulla trama: “Prima di noi” racconta quattro generazioni della famiglia Sartori – da Maurizio, che incontriamo dalla parti di Caporetto, a Letizia e Dario, ragazzi degli anni Duemila. In mezzo, scorrono due guerre mondiali e il fascismo, il boom economico e gli anni di piombo, i sogni interrotti (o per qualche motivo spezzati), la ricerca di libertà, la fuga, i tradimenti degli ideali, le ideologie e il precariato.
Maestosi, sopra tutto, si alzano la lingua, la padronanza di scrittura, la pulizia dello stile di Fontana, i suoi dialoghi perfetti, le altrettanto perfette ed emozionali chiusure dei singoli capitoli, le riflessioni e la capacità – sempre e comunque – di tenere in mano la storia e la sue molteplici diramazioni.
Io però non sono d’accordo con la Durastanti – che in quarta di copertina scrive che “questo romanzo è un proiettile che entra nel Novecento italiano, passa la storia da parte a parte e fuoriesce dal presente trasformando il lettore” – perché, banalmente, alla fine del libro io non mi sono sentito (e non mi sento tuttora) affatto trasformato e queste mi sembrano le solite, inutili, iperboli da “fascetta”.
E non sono d’accordo nemmeno con Missiroli che, nella stessa quarta, scrive che in questo “Grande Romanzo Italiano c’è la forza del passato, l’avventura, ci sono gli amori che siamo stati: è il libro di questa nostra vita”, che invece è il solito commento abbastanza autoreferenziale cui siamo abituati in Italia.
“Prima di noi”, secondo me, è soprattutto un clamoroso e inattuale esercizio di stile, una sfida a molti canoni della letteratura contemporanea italiana, che Giorgio Fontana vince alla grande.
E dunque?
Per quanto riguarda il resto, prendete “La meglio gioventù” e ponetelo al fianco di “Novecento”: il sangue e l’odore dei campi e della merda, la forza e la brutalità e la passione che si trovano nel capolavoro di Bertolucci, nell’epopea di Giordana li ritroviamo in forma stilisticamente perfetta, ma “annacquata”. Ecco, “Prima di noi”, secondo me, è un po’ come “La meglio gioventù”: c’è tutto. Manca solo l’imperfezione.
Solo che è la vita a essere imperfetta.