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“Torno subito”: sulla chiusura dell’Officina dei Libri a Cagliari

11864813_10207550059297376_193111965482547388_oQuando chiude una libreria, spesso si ergono lamenti funebri che evocano scenari apocalittici tipo “la morte della cultura” o la “fine della civiltà”. E quando chiude una libreria bella, frutto dell’impegno e della passione e della straordinaria competenza di un libraio bravo – o “molto” bravo – ecco che a questo si aggiunge, spesso in ordine casuale, la ricerca delle colpe. Quando chiude una libreria non ci sono quasi mai cause. Ci sono colpe: il sistema; la crisi; la crisi epocale; la pressione fiscale; l’ignoranza del popolo illetterato/l’ignoranza degli editori da cassetta/l’ignoranza di autori contemporanei semplicemente scarsi (che se ci fosse ancora Moravia allora sì); gli ebook; Fabio Volo. Amazon.
Chiariamo: tutte queste colpe sono reali. Se tu sei di Cagliari, per esempio, e vai nella libreria di Patrizio Zurru e gli chiedi un consiglio per un libro e lui ti parla di Percival Everett e tu gli dici “ok, vediamo…” ma esci senza aver acquistato il libro di Percival Everett e a casa ti colleghi invece su Amazon Italia, che però fino a qualche mese fa aveva sede fiscale da un’altra parte, cerchi il libro di Percival Everett e non lo trovi o se lo trovi ti accorgi che sotto non c’è scritta nemmeno una recensione e così ripieghi sull’ultimo di Fabio Volo (o di Andrea Scanzi, questo lo aggiungo gratuitamente) perché ha tanti feed positivi e perché è proposto con uno sconto del 30% rispetto allo stesso libro di Fabio Volo (o Andrea Scanzi) che Patrizio Zurru teneva nel retrobottega, ecco che la filiera delle colpe è quasi al completo.
430642_3390494008028_1439952686_3152492_596559788_nPatrizio ha chiuso l’Officina dei Libri. Ma qui non gli scriveremo il coccodrillo. Perché Patrizio, con Mauri e Daniela – per tutto quello che hanno fatto in questi anni per Damian e soci, loro saranno evidentemente e per sempre Pesci Rossi ad honorem e i Pesci Rossi sono abituati da secoli a ricevere anche palate sui denti, come niente fosse – sono troppo intelligenti e troppo preparati e non è tempo di coccodrilli per chi è intelligente e preparato. E appassionato.
Quindi Patrizio farà qualcos’altro (in realtà lo sta già facendo) (anche qui). E lo farà con le medesime competenze e intraprendenza e lo stesso coraggio con cui ha fatto il libraio. La cultura non morirà. E nemmeno la letteratura. Al peggio rimarranno, semmai, nello stato agonizzante in cui versano anche adesso. Ma la chiusura dell’Officina non significherà per loro il distacco della spina.
Saranno invece i lettori – quelli superstiti – a rimanere più poveri di prima. Nella fattispecie quelli di Cagliari. Perché la chiusura di una libreria non è un colpo inferto alla cultura. La chiusura di una libreria indipendente – così come la chiusura di altre attività commerciali o spazi autonomi di creatività – è un colpo alla libertà di scelta. E quindi, stringi-stringi, all’idea stessa di democrazia. Non è un deficit culturale, quello cui si assiste. È un deficit politico, intendendo l’aggettivo non nel termine istituzionale, ma in senso aggregativo, cioè nella sua capacità di produrre e far circolare idee nuove a disposizione della collettività. Questo, secondo me, è il valore aggiunto che Patrizio ha messo dentro alla sua attività, al di là dei vari aspetti economici e contabili, e che non decade con la chiusura della libreria.
La chiusura di una libreria indipendente, quindi, rappresenta semmai una domanda diretta, che mi interroga non come lettore (e tanto meno come scrittorucolo da quattro soldi), ma come cittadino: è il mio, il nostro spazio democratico a rivelarsi depauperato e in pericolo. Prenderne coscienza e sensibilità significherebbe, con le ultime parole scritte da Pier Vittorio Tondelli, “riscoprire la partecipazione, l’impegno e, cosa ben più importante, la solidarietà”. E sarebbe il primo passo per far sì che “nonostante il sipario di ombre dell’estate, in fondo è possibile intravedere la luce”.

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Di “Syntagma Square” (e del perché sarebbe bello sostenerlo)

syntagmasquareQuando siamo partiti, tre anni fa – insieme a Sophie Schulze, Alexis Pansélinos, Nuno Camarneiro, Mario Crespo, Ruxandra Cesereanu, Alan Monaghan, Inge Meyer-Dietrich ognuno di noi sapeva poche cose degli altri, se non che, a vario titolo e livello, a tutti piaceva scrivere. Io, poi, al Festival du Premier Roman di Chambery – il luogo dove è stata partorita questa idea – non c’ero nemmeno andato. Ero solamente unariserva. E quando mi hanno contattato chiedendomi di “scendere in campo” (al netto della valenza politica che in Italia ha preso questa forma locuzione), la prima cosa che ho pensato è che finalmente si rendeva giustizia al mio disciplinato uso di Google Translator (che da tempo mi aiuta a sembrare fico e poliglotta via mail).

Dunque, siamo partiti tre anni fa e avevamo due sole idee abbastanza chiare in testa: la prima è che, pur abitando in posti diversi, pur sembrando nominalmente i protagonisti di una barzelletta (“allora, ci sono un tedesco, uno scozzese e un italiano che…”), siamo tutti europei. La seconda è che, come per ogni cosa, anche l’Europa ha bisogno di una narrazione per esistere. Una narrazione che alla Banca Centrale non fanno per ovvie ragioni, ma che anche da Bruxelles spesso arriva in periferia distorta dall’ormai classico linguaggio burocratese europeo (“Quanto dev’essere lunga una zucchina? Ce lo chiede l’Europa!”, cose del genere).
Così è nato “Syntagma Square“, scrittura di romanzo corale europeo, il cui maggior pregio è sostanzialmente che altro progetto del genere. Ci sono due aspetti particolarmente interessanti in questa operazione: il primo è il tentativo di socializzare la traduzione. Gli otto capitoli di cui si compone il libro, cioè, sono ovviamente scritti nelle lingue degli otto scrittori. Come ci era stato indicato, avremmo potuto mettere una bella patina d’inglese sopra, a spalmare il tutto, ma non ci sembrava rispecchiare il senso del lavoro che avevamo intenzione di proporre (e il senso sarebbe che l’Europa è l’Europa che conosciamo – ed è affascinante anche per questo – proprio perché non ha una lingua comune). Da qui, la richiesta ai lettori delle varie nazionalità, e davvero plurilingue (non come il sottoscritto), di provare a contribuire alla traduzione.non esiste in circolazione un
Poi la connessione tra i vari capitoli. “Syntagma Square“, infatti, non è una raccolta di racconti slegati tra loro, ma ha un filo comune – e a volte questo filo comune lega una o più storie tra loro – che conduce al cuore dell’Europa di questi anni ‘Dieci: ci abbiamo pensato un po’, ci siamo detti vicendevolmente che Rom
a, Parigi, Londra, Berlino, Edimburgo, Lisbona, Madrid, Bucarest ecc… sono “il meglio” che esista sulla faccia della terra, ma poi siamo giunti alla conclusione che no, il futuro della nostra identità europea si sta giocando tutto dalle parti di Atene, in un “prodigioso duello” tra “civiltà” e “finanza”. Poi abbiamo incontrato Abeline Majorel che, tramite Chroniqu.es, ha dato forma alla nostra scrittura.
Ciò che ne è venuto fuori lo trovate finalmente pubblicato online (io ho una foto davanti alla libreria di casa, settore “Tondelli”, alle mie spalle). Fatelo a pezzi, nel senso di “lettura”. Perché è così che stiamo in Europa, a pezzi, stretti tra la necessità di coesione e l’irrazionalità dei populisti nazionalisti che stanno sempre più prendendo piede.
Ci sarebbe anche un’altra cosa da aggiungere: vi chiederemmo di sostenere il progetto anche sull’apposita pagina Ulule (e abbiamo pochissimi giorni per farlo). La cifra indicata per il crowdfunding è assolutamente estemporanea, quindi molto probabilmente non sarà mai raggiunta. Quel che ci importa è invece raggiungere un numero minimo di sostenitori: da un lato per permettere a Syntagma Square di continuare a vivere su Ulule e dall’altro per “farci belli” con le Istituzioni
(che sarebbero poi il naturale interlocutore di tale progetto). Quindi, davvero, il comune sentire europeo è talmente ai minimi livelli che mi sento tranquillo nel chiedere il vostro aiuto/supporto.
Grazie.

P.S.
Ah già… Il mio capitolo – “the italian job” – è il quinto. Parla di una persona che non è chi o come vorrebbe essere. Ha una sua attualità, che tre anni fa, quando è stato scritto, non immaginavo nemmeno lontanamente: sono le cose strane che accadono a volte (portate pazienza).

Cinque libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti (più uno, bellissimo, che però devo ancora finire di leggere) (più un altro che non mi è piaciuto e vi dico perché) (più un altro parecchio brutto che però va letto anch’esso, secondo me)

Ogni anno faccio letture disordinate. Poi mi pento e mi dolgo e mi riprometto “ah, ma l’anno prossimo mi darò un metodo. E tutto sarà molto più bello”. Dopo, però, non la faccio mai, questa cosa del darmi un metodo. Così, di solito verso dicembre, cerco di mettere un po’ di ordine e son due o tre anni che ci sono persone che sembrano interessate a quello che ho letto io. “Anzi, perché non ti sbrighi a scriverle un po’ prima, queste cose, che così ci mettiamo avanti per i regali di Natale?”, mi hanno detto queste persone. Quindi, l’appuntamento con i “5 libri” è diventato una specie di incentivo al PIL. Quanto meno al PIL correggese. E chi sono io per non offrire il mio contributo alla causa del PIL? Così, ecco quelli che NON SONO i “cinque migliori libri del 2014”, ma, più modestamente, solo “i cinque migliori libri che ho letto IO nel 2014”. Più un altro paio di robette, che metto alla fine perché non c’entrano con il PIL.

Giorgio Fontana, “Morte di un uomo felice” (Sellerio)
“Morte di un uomo felice” è un libro di una bellezza talmente nitida, secondo me, e lucente, e a suo modo struggente, che ridurlo nelle poche righe di un commento non è nemmeno giusto. Ha vinto il Campiello, meritatissimo. Ma ancora di più. Nel mondo editoriale (e non solo in quello) passa tutto così in fretta e tutto viene catalogato in modo anche svilente alla voce “capolavoro”, salvo poi dimenticare tutto dopo un paio di mesi. Capolavori. Le librerie sono piene di “capolavori”, nelle fascette. Ecco, non posso dire se questo sia davvero un “capolavoro”. Posso sperare, invece, che questo sarà un libro che rimarrà. Perché ha lo stile, lo status, la grazia e la forza del “classico”. Il giudice Giacomo Colnaghi è un personaggio memorabile. E Giorgio Fontana è uno scrittore sopraffino.

Alice Munro, “Chi ti credi di essere” (Einaudi)
Commentare un’opera (verrebbe da dire “qualsiasi opera”) dell’Alice Munro è persino imbarazzante. Questo però è un libro perfetto e quindi me la cavo con poco e non devo aggiungere molto altro. La circolarità del meraviglioso impianto narrativo diventa, di volta in volta, poetica, comica, dolorosa e buffa. E l’autrice padroneggia magistralmente ogni tono narrativo, ogni piccola sfumatura. In tutto il testo non c’è traccia di una singola parola fuori posto o superflua o fine a se stessa. Gran nota di merito per la traduzione di Susanna Basso. Uno straordinario racconto femminile. Con tutto il plus che questo comporta.

Michale Chabon, “Cronache di principi e viandanti” (Indiana)
Ottima annata, per me, fan incallito di Chabon, che me la sono goduta con ben due sue uscite. Ma se il romanzo-romanzo – “Telegraph Avenue” (Rizzoli) – pur con sprazzi di limpida genialità (al solito), non mi ha però convinto fino in fondo, questo più piccolo, e apparentemente modesto, racconto mi ha ricompensato di ogni cosa. L’avventura, signori e signori, l’avventura classica. Declinata nel miglior Chabon. Cito dalla postfazione: “E se trovate ancora buffa l’idea degli ebrei con le spade, guardatevi adesso: seduti al vostro posto su un aereo a reazione, mettiamo, con le scarpe in poliestere e neoprene di un arancione agghiacciante, mentre ascoltate musica digitale percorrendo il cielo da Charlotte a Las Vegas, con la speranza di perdervi – voi stessi, la casa, le certezze, i confini e le barriere della vita – grazie a un fascio di fogli di pasta di legno, cuciti, incollati e colorati con macchie di pigmento e resina. Gente con i libri. Cosa potrebbe esserci di più incongruo, al giorno d’oggi? Mi viene da ridere”.

Cristiano Cavina, “I frutti dimenticati” (marcos y marcos)
In realtà, il libro di quest’anno di Cavina sarebbe “Inutile Tentare Imprigionare Sogni”. Che è molto buono. Però, siccome quando Cavina è venuto a Correggio, all’inizio dell’anno, ho avuto il grande piacere di presentarlo e siccome di Cavina mi mancava da leggere questo suo precedente, per fare “bella figura” l’ho recuperato. Ed è stato un tuffo al cuore. Del tutto autobiografico – che poi uno si chiede come sia possibile mettersi a nudo in questo modo, solo i grandi autori riescono a farlo – la narrazione limpida del garbuglio che comporta l’essere contemporaneamente padre e figlio, marito/compagno e singola persona è di classe superiore.

Philip Roth, “La nostra gang” (Einaudi)
Non è certo il romanzo per eccellenza di Roth. Non stiamo parlando di “Pastorale americana”, per dire. E allora, perché un racconto scritto all’epoca di Nixon e che parla di Nixon e che mette alla berlina Nixon, è così attuale? Perché “La nostra gang” non è un romanzo su Nixon, ma un romanzo sulle “parole del potere”, sull’utilizzo del linguaggio che il potere adotta ed esercita, spesso per giustificare la propria autoconservazione. Memorabile il passaggio del libro in cui Nixon dichiara a reti unificate l’aggressione atomica alla Danimarca, accusata di essere una nazione pornografa. Nella parodia, non c’è una sola parola che non abbiamo sentito anche noi , in questi anni di “interventismi democratici”.

Bene.

Poi.

Il libro bellissimo che però devo ancora finire di leggere – e che quindi rimane senza giudizio definitivo – è “Il figlio”, di Philipp Meyer (Einaudi), il ritorno della Grande Avventura Americana (e le maiuscole non sono messe a caso).

Il libro che non mi è piaciuto è “Il desiderio di essere come TUTTI”, di Francesco Piccolo (Einaudi). Dentro ci sono molti passaggi interessanti, di quelli che una volta avrebbero dato vita a lunghi corsivi e carteggi sulle pagine culturali dei quotidiani e adesso, invece no, perché, appunto, dopo una settimana son già lì tutti a parlare d’altro. Il testo di Piccolo, tuttavia, Gronda, però, furbizia fabiofaziesca da ogni singola riga.

Infine.

Il libro parecchio brutto che però, secondo me, va ugualmente letto è “Frankenstein” di Mary Shalley (l’edizione Oscar Mondadori è un supplemento di bruttezza da non trascurare). Va letto perché è il libro più “attuale” che mi sia capitato tra le mani in questi anni. Il perché, però, adesso lo tengo per me, visto che su questo testo ci sto lavorando un po’ su, per una cosa mia.

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La neve a Gaza (a volte arriva davvero) (almeno là)

Il libro è piccolo, un centinaio di pagine all’incirca. Ma la storia invece no, la storia è grande, grande più o meno 2,51 milioni di chilometri quadrati, come l’estensione del Mediterraneo. Perché “La neve a Gaza”, esordio dello scrittore cagliaritano Vincenzo Soddu (Caracò Editore), secondo me parte con un sottotitolo sviante, “Una storia palestinese”. E invece non è “una storia palestinese”, ma “una storia mediterranea”. La vicenda segue un tratto di vita – un tratto dai contorni luminosi e ben definiti, proprio come sanno essere certe giornate su quel mare lì, da qualche parte – di Karim, in un viaggio andata/ritorno tra la Palestina, appunto, e Cagliari. C’è una rapina, evento intorno cui sembra in un primo momento ruotare la vicenda. E, soprattutto, c’è l’assemblaggio della pittoresca banda che compirà il furto, un variegato gruppo di persone che, al netto delle provenienze eterogenee, condivide umanità e sfighe di tratto monicelliano. Eppure “La neve a Gaza” non è un noir e neppure una storia “classica” dove il povero emarginato supera di slancio tutti i problemi che gli si parano davanti grazie alla propria volontà ferrea e al proprio ingegno. “La neve a Gaza” è invece un romanzo di formazione. E lo è quasi più per il lettore che per i personaggi, lettore che viene lentamente, ma con sempre più irrimediabilità, attratto dal baricentro della vicenda che Soddu mette in scena. Che è Gaza, la Palestina. Ma è anche Cagliari, la Sardegna. Il Mediterraneo, appunto, terra/mare di civiltà e terra/mare di gente e popoli sconfitti. Così, mentre ancora sembra impossibile non guardare al benessere e ai welfare del nord Europa come a un modello da imitare a tutti i costi, “La neve a Gaza”, storia di conflitti mai risolti e di soprusi quotidiani che non trovano la via della giustizia (e dunque della riconciliazione), ci riporta nell’utero della nostra civiltà, in quel mare che va “da lì a là in fondo”, in quel mare che dalla Grecia all’Africa ribolle oggi di idee e grida la propria voglia di esserci e di non essere calpestato. Perché è il Mediterraneo che ci accomuna tutti ed è nel Mediterraneo che, forse, sarà più possibile “restare umani”, che è poi il testamento di Vittorio Arrigoni (presente nel romanzo nel ruolo di se stesso) e il messaggio ultimo di un libro da leggere.

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Cinque libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti (più uno che devo ancora leggere) (più un altro che ho letto e che consiglio anche se non mi è piaciuto e vi dico perché)

Ritorna, con questo aggiornamento 2013, il post che lo scorso anno ha gettato nel panico le librerie correggesi. Che nel periodo natalizio avrebbero già il loro bel daffare a districarsi tra i pacchi di Bruno Vespa e simili anche senza che ci si metta qualcuno ad arrivare lì a chiedere libri che non sono novità (e per non-essere una novità, basta essere stati editati da un paio di mesi).

Ma qui si insiste. Ecco. Mica per niente siamo pesci rossi.

Per cui…

 

Del romanzo di Marco Lazzarotto, Il ministero della bellezza (Indiana), avevamo già parlato qui e di conseguenza non mi ripeto (ah, la bellezza dei link!).

 

Shalom Auslander, Prove per un incendio (Guanda)

Pur sorvolando sulla circostanza che mi ha visto fin dalle prime pagine del romanzo assai vicino a Kugel, il protagonista, per via della sua grandiosa ipocondria (circostanza che, in effetti, potrebbe condizionare il giudizio), secondo me, al netto di difettucci vari, questo è un romanzo che rimane per molti versi “geniale”. Lo è sicuramente perché tratta di argomenti impegnativi – il dolore, il senso di colpa, la trasmissione dei valori, il sentimento di appartenenza a una storia (famigliare e assoluta) vissuto come un dovere – e la fa per larghi tratti con sarcasmo. Non con ironia, proprio con sarcasmo. Che sarebbe una tecnica da maneggiare sempre con molta cura, dato che è sovente molto facile scendere il gradino e ritrovarsi nel grottesco (che a me poi non dispiacerebbe nemmeno, ma non è qui il luogo per affrontare questa discussione). Ora, non è tanto il fatto che Auslander osi dissacrare la Tragedia con la T maiuscola del ventesimo secolo, l’Olocausto – e lo fa, uditeudite, avendo il coraggio di ridicolizzare addirittura Anna Frank. Cioè, è poi anche quello dato che, mi chiedo per esempio, chi di noi avrebbe la forza di scherzare su Primo Levi. Ma il tentativo di Auslander è quello di provare a consegnare quella Tragedia, appunto, intatta e in tutta la sua reale portata, alla storia. E questo passaggio avviene, deve avvenire quasi per forza, portando in luce una certa banalità della “trasmissione del dolore”, quasi come se questo dovesse avvenire per genetica, come se l’Olocausto fosse diventato, negli anni e per buona parte della borghesia ebraica americana, che ne ha edificato e custodito le ortodosse fondamenta memoriali, non la Tragedia, appunto, ma il pretesto dietro il quale nascondere piccole beghe quotidiane. Svilendola. Magistrale, in questo senso, la figura della madre di Kugel, un’ebrea americana nata nel 1945 e che dunque non ha mai vissuto l’esperienza della Deportazione, ma che, a seguito dell’abbandono subito da parte del marito, ha cominciato a costruirsi una memoria falsa ad uso personale, fatta di torture e campi di concentramento, chiudendo ogni suo discorso sempre con quel “figli di puttana”, riferito immancabilmente ai tedeschi. Solo che il problema è che questa, questa memoria totalmente fasulla, lei ha cercato di trasmetterla ai suoi figli, generando appunto la situazione paradossale che Auslander descrive con sarcasmo. Inoltre: i dialoghi sono addirittura superlativi (oserei dire). E, insomma, forse non troviamo qui la pulizia di scrittura e l’eleganza stilistica di Nathan Englander (direi che siamo più dalle parti di Keret, giusto per avere un’idea, approssimando di molto, naturalmente), ma ce ne fossero di romanzi del genere. Magari anche qui, anche in Italia, dove esiste un problema di memoria condivisa grande come una casa.

 

Ian McEwan, Miele (Einaudi)

Allora, “Miele” non è il miglior romanzo di McEwan (a parte il fatto che un romanzo scarso di McEwan meriterebbe di stare comunque in un elenco dei cinque migliori libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti). Però l’ambientazione – siamo nella Londra dei primi anni Settanta – è davvero interessante, soprattutto perché in genere risulta poco battuta. Insomma, non so nell’immaginario comune, ma nel mio sicuramente (a meno che non siate granbritanni), Londra passa allegramente dai Beatles ai Sex Pistols (per intenderci), ignorando tutto “quello che sta in mezzo”. E “quello che sta in mezzo” è una lunga stagione buia, tra le bombe dell’Ira e la crisi petrolifera. McEwan è un maestro assoluto nel ricreare su carta le atmosfere giuste. Ok, siamo abbastanza lontani dai vertici di “Espiazione”, per dire. Ma là stavamo leggendo un capolavoro assoluto e qui invece ci accontentiamo di una storia che regge. Serena Frome, la protagonista, è una buona voce narrante, che tra i diversi meriti, riesce a coprire il giudizio su altri personaggi un po’ meno riusciti. Per cui in conclusione: “Miele” rimane comunque un’ottima lettura tanto che, pur non essendo inclini a giustificare certi “trucchetti” narrativi, tuttavia tenderemmo ad essere parecchio indulgenti sull’espediente finale. Che in questo romanzo non manca (ehi, avete l’acquolina in bocca adesso, sì o no?).

 

Massimo Canuti, Contro i cattivi funziona (Instar)

Magari qualcuno potrà dire “ah, vabbè, metti questo libro solo perché dentro al libro medesimo c’è il segnalibro promo del tuo libro”. Oppure ci saranno i complottisti che grideranno appunto al complotto di scuderia (“guarda un po’, questi Instar, che si danno una mano a vicenda”). Ah ahhh, miei cari, niente di tutto ciò. Pensate un po’, invece, che la prima volta che ho letto il libro di Massimo Canuti non mi era piaciuto perché pensavo che ci fosse una gran quantità di dialogo, troppo, tipo sceneggiatura, che andava a scapito della costruzione complessiva. Poi, però, l’ho letto una seconda volta (te lo puoi permettere, non è lunghissimo). E lì è scoccato l’amore. Perché io subito non l’avevo mica capito. Non avevo mica capito, cioè, che la straordinaria forza di questo romanzo è proprio nella sua (apparente) semplicità. Con una grande attenzione alla ricetta basilare di ogni narrazione: personaggi che ti entrano nel cuore e di cui ben difficilmente ti dimenticherai. Una storia che procede in senso lineare, ma che va a dimostrare che c’è della bellezza nel mondo e che questa bellezza spesso ha a che fare con l’adolescenza perché è lì, è a quel punto della vita, che le cose hanno una nitidezza e una luminosità e un’intransigenza uniche, lì e forse mai più, lì perché sono (quasi) sempre accompagnate dal candore assoluto.

 

Zerocalcare, La profezia dell’armadillo (Bao)

Allora, Zerocalcare è un genio. Ma mica lo dico io. Mo’ adesso lo stanno dicendo un po’ tutti. Ecco, prendete questa vignetta, così, come aperitivo, come spriz. Io qui ho messo “La profezia dell’armadillo”, perché ora ho letto questo (grazie, grazie, grazie Ivano per il consiglio), ma sapete cosa vi dico? Prendete questa lista di libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti, stampatela e appallottolatela (o buttate nel cesso il foglio A4). Davvero. Non vi porterò rancore se lo farete. Ma per favore, vi prego, leggete una qualsiasi cosa di Zerocalcare. Vi spaccherete dalle risate e in più, gratis, ci scapperanno anche riflessioni serie, poesia pura, manualistica di sopravvivenza e varie altre cose. Leggete Zerocalcare anche se vi fanno schifo i fumetti. Diventerete persone migliori.

Zerocalcare

Zerocalcare

 

P.S.1

Ed ecco qui il libro che a me non è piaciuto, ma che per un sacco di motivi consiglio ugualmente di leggere. Perché è uno di quei libri che ne vale la pena, vada come vada.

Giovanni Cocco, La caduta (Nutrimenti)

Finalmente, un romanzo di un autore italiano il cui intento non è parlare del proprio ombelico. Scrittura potente (già lo hanno detto molti altri), struttura potente, intreccio potente e lingua potente (però, ecco, io DeLillo lo lascerei fuori dai paragoni importanti che sono stati spesi per il romanzo). Sappiamo anche che “La caduta” – e lo sappiamo dalle note dell’autore a corredo dell’edizione, note che tuttavia lasciano trasparire un po’ di fastidiosa (parere personale) supponenza – è solo parte di un’impresa narrativa più vasta e ambiziosa. E dunque cosa c’è che non va? Niente, in effetti. Eppure, la sensazione che lascia alla fine quest’opera è quella di una narrazione fredda e in alcuni casi persino un po’ artefatta, qualcosa tra il nozionismo wikipediano e l’abilità, indubbia, di costruire storie all’interno di un quadro narrativo già delineato dalla realtà dei fatti. Pregevole l’intenzione di ricollegare tutti i fili delle varie storie, ma la “cupezza” di fondo, che secondo me poi non c’entra granché nemmeno con l’Apocalisse tanto citato in esergo dei vari capitoli, è un escamotage furbesco: perché è anche abbastanza facile suscitare l’emozione nel lettore così, narrando da un punto di vista personale episodi che hanno segnato tragicamente e collettivamente gli ultimi anni (dagli attentati londinesi alla strage di Utoya, per esempio). Eppure sembra non esserci alcuna “com-passione” in Cocco, quasi che l’autore si sia sforzato, persino esplicitamente a volte, di mostrarsi distaccato dalla propria narrazione e dai propri personaggi. Tecnica narrativa nella quale Cocco eccelle, ma che ha la capacità d’emozionare di una bistecca fredda (a meno che uno non sia in stato di grazia come il Truman Capote di “In cold blood”). Inoltre, anche dal punto di vista meramente “ideologico”, la lettura della presunta caduta dell’Occidente, mi sembra persino forzatamente millenaristica, volta più che altro a cogliere, giustamente, i segni dell’orrore, ignorando però deliberatamente tutti gli agenti positivi in azione in questo scorcio di inizio millennio (che ci sono, ci sono, mai perdere la fiducia).

 

P.S.2

E proprio poco fa, è uscito “La neve a Gaza” (Caracò), di Vincenzo Soddu. Siccome è appena stato pubblicato io non l’ho ancora letto. Ma vi posso dire che se il libro rivelerà solo una minima parte della sensibilità, della cultura, dell’amore per i suoi studenti e della profondità del suo autore, beh, ogni cosa sarà illuminata e questo sarà sicuramente un grande romanzo.

 

P.S. 3

Ci sarebbe poi da dire anche un’altra cosa… Che in questo 2013 ho poi letto e riletto e ririletto e riririletto anche un certo manoscritto, che mi auguro che diventi poi libro nel 2014. Ma di quello, semmai, faremo sempre in tempo a parlare.

Stay tuned e buone feste!

Foto libri per post

Foto libri per post

 

Si riapre con “L’innocente evasione”

L’innocente evasione”, esordio narrativo di Alberto Pighini, è un romanzo che parla di colpa, delitto, castigo, redenzione, amore, vita, morte, incontri, felicità, desiderio, vertigini, fede.

Poi parla anche di montagna (l’ambientazione è l’Appennino reggiano), di acqua minerale gassata e di bar di secondo o terzo ordine.
Infine, parla di emozioni, sentimenti e tempo (non il meteo, quell’altro, quello che scorre).
Tutto questo condensato in pagine che corrono via velocemente, con una trama avvincente, salti temporali, dialoghi e flussi di coscienza e riflessioni “dense”.
Ho dunque il grande piacere (e anche un po’ l’emozione) (e, come mi capita sempre, anche l’inadeguatezza) di presentare il romanzo di Alberto, sabato 14 settembre, a Correggio, alla biblioteca comunale “Giulio Einaudi”, alle ore 16,30.
Ora, se qualcuno verrà a dirci che in un sabato pomeriggio di metà settembre ha argomenti più importanti da affrontare rispetto a colpa, delitto, castigo, redenzione, amore, vita, morte, incontri, felicità, desiderio, vertigini, fede, montagna, acqua minerale gassata, bar di secondo o terzo ordine, emozioni, sentimenti e tempo che scorre, beh, ok, se c’è davvero qualcuno così, gli offriamo da bere. Promesso (Alberto non lo sa ancora, ma sarà d’accordo anche lui, ne sono sicuro).

Quindi vi aspettiamo.

P.S.
Ovviamente, anche Inter-Juventus (in programma sabato, sì, ma alle ore 18) racchiude in sé molte delle cose di cui abbiamo qui accennato. Ma non tutte. L’acqua gassata, per esempio, a San Siro non ci sarà (l’Inter va di Gatorade, quegli altri non si è mai capito bene) 🙂

P.P.S.
E non pensiate che “tanto finiranno prima” perché non è vero.

P.P.P.S.
E con questa news i Pesci Rossi riaprono allegramente il blog. E contano, quanto prima, di aggiornarvi anche in merito alla loro situazione personale in termini di “scrittura”.

Come sempre, stay tuned!

Innocente evasione

 

“Il Ministero della bellezza” (un libro proprio da leggere)

Una scrittura colta, ironica, leggera senza essere mai banale, piena di trovate capaci di scaldare il cuore e illuminare la mente. Stiamo ovviamente parlando di “Come miele colato su un tomino”, folgorante opera prima del giovane Adriano Cassandro, un nome sul quale, non facendoci difetto l’esperienza, diciamo subito che la letteratura italiana potrà far gran conto nei decenni a venire. A dire il vero, per le italiche sorti letterarie all’orizzonte si profilano anni di rinnovato entusiasmo, percependo l’inizio di una di quelle vette che, seppur raramente, quando appaiono sanno però caratterizzare un mondo altrimenti asfittico: “Clinker”, dell’altrettanto splendida esordiente Ottavia Dallamano, infatti, si pone come una sorta di controcanto femminile al miele dei tomini e nulla vieta di pensare alla coppia Cassandro-Dallamano come ai Moravia-Morante del terzo millennio.

Ma torniamo al nostro giovane Cassandro. Prima della sua felice uscita editoriale sapevamo certamente che il tomino è un classico formaggio piemontese, ricavato esclusivamente dal latte caprino. Nessuno, finora, si era però spinto con così felice ardimento a raffigurare una colata di dolcissimo miele su tale formaggio, metafora evidente del binomio di gusti, oserei dire del melting pot di convivenze, cui i giovani d’oggi devono pur guardare con speranza. Ecco, è proprio il tema della speranza, tra l’altro, a rappresentare il filo conduttore del romanzo di Cassandro che, recuperando certe felicissime intuizioni del primo Andrea Zambelli – quello del celebrato e pluripremiato “Avvisali tutti!”, per intenderci –  riesce con coraggio nel non facile intento di trasmettere i sogni, le ambizioni, le paure, l’amore di un’intera generazione, quella che solitamente è relegata ai margini del mainstream, la stessa che con tenacia e fierezza si confronta sui grandi temi nei salotti televisivi delle due e mezza del pomeriggio. Insomma, Adriano Cassandro riesce felicemente laddove altri, prima di lui, avevano arrancato per abbozzare sprazzi di questa nuova letteratura di sentimenti, sentimenti veri, sentimenti che fanno timidamente capolino tra un gelato e un pomeriggio al centro commerciale, altri autori che invece avevano solo lasciato intravedere possibilità e capacità che poi, alla concreta prova dei fatti, hanno deluso le attese (e ci riferiamo soprattutto al Labrozzo di un paio di stagioni fa, con il suo inconcludente “Regalo di compleanno”).

In definitiva, quindi, sappiamo tutti che nel nostro meraviglioso paese del sole e del mare, la lettura non è tenuta in gran conto. E a ragione: perché perdere tempo con il naso incollato a pagine di libri quando la vita all’aria aperta ci chiama con tale bellezza? Eppure, se proprio volete leggere un libro all’anno, per migliorare la nostra posizione nelle classifiche internazionali di genere, che per i motivi suddetti ogni anno ci inchiodano nelle ultime posizioni, ecco, allora senza indugio leggete “Come miele colato su un tomino”, di Adriano Cassandro. E fatelo prima che esca il film – che a quanto dicono sarà presto nelle sale per la regia di Fabio Volo – per non togliervi poi il gusto di assaporare le singole parole del Cassandro non disgiungendole dalla conoscenza della delicata e perfetta trama narrativa del romanzo.

Bene.

Detto questo aggiugno che:

– nonostante Marco Lazzarotto mi abbia tirato il pacco al Salone di Torino, non presentandosi all’appuntamento stabilito da precedenti e vincolanti accordi e cercando di rimediare con una tardiva telefonata;

– nonostante per il citato motivo, la mia copia de “Il Ministero della bellezza”, seconda opera di Marco Lazzarotto, sia rimasta priva dell’autografo con dedica dell’autore;

– ecco, nonostante tutti questi motivi di vario risentimento, voglio specificare qui che Marco Lazzarotto con “Il Ministero della bellezza”, edito da Indiana, ha scritto un gran bel romanzo, uno di quelli che ci rimani male alla fine proprio perché è finito (ed è finito senza sapere più nulla di Lisa, ex ragazza del protagonista del romanzo, lo scrittore torinese Matteo Labrozzo, personaggio che, nel contesto della dittatura morbida della Callistocrazia – siamo in un’Italia futuribile, ma nemmeno poi troppo – dicevamo, questa Lisa, in questo contesto, aveva tutte le carte in regola per continuare ad allietarci fino a pagina 280 – e non resta quindi che continuare a immaginarcela in sottoveste, in splendida forma, in una delle ultime scene a metà del romanzo in cui fa la sua apparizione).

Io non so se Marco Lazzarotto conosca Marco Bosonetto. Però, “Il Ministero della bellezza” mi ha ricordato per alcuni aspetti – soprattutto per certi spunti satirici e per l’ambientazione in un’Italia del futuro prossimo la cui politica è irrimediabilmente corrotta – “Nel grande show della democrazia”: ma se Bosonetto concentrava gran parte della sua ironia nel racconto dello sfacelo partitico e istituzionale, Lazzarotto ci regala, invece, una seconda parte di romanzo (soprattutto) dove l’attenzione viene spostata sul mondo editoriale, con gli assurdi meccanismi che sempre più spesso sembrano regolarlo. Riuscendo spesso esilarante. Nel senso migliore del termine, ovvio.

Ora, i casi sono tre:

– Marco Lazzarotto conosce Marco Bosonetto;

– Marco Lazzarotto non conosce Marco Bosonetto;

– Marco Lazzarotto e Marco Bosonetto possono tranquillamente dire “Marco Truzzi l’ha fatta fuori dal vaso ancora una volta” e buona lì.

Però, alla fine, posso concludere questa recensione, che nei fatti è poi diventata quasi una metarecensione – e posso farlo con la coscienza pulita – con lo stesso consiglio che chiudeva la finta recensione al finto libro dell’inesistente Adriano Cassandro: leggete “Il Ministero della bellezza”, di Marco Lazzarotto, edito da Indiana. Non ve ne pentirete, davvero.

 

P.S.

Così, per chiarire ancora meglio: “Come miele colato sui tomini” non esiste, così come è inesistente lo scrittore Adriano Cassandro e tutto il resto citato nella prima parte di questa recensione. Si tratta di titoli e autori che compaiono nel romanzo di Marco Lazzarotto: il che offre solo un piccolo assaggio della straordinaria capacità inventiva e narrativa dell’autore. Per cui non chiedeteli al vostro libraio, non mettetelo in difficoltà che ha già mille altri casini cui pensare.

P.S. 2

Siccome ho parlato di un sacco di cose, ma non della trama de “Il Ministero della bellezza“, ecco qui, dalla quarta di copertina: “L’Italia e una Repubblica fondata sulla bellezza: i brutti vengono retrocessi o licenziati, esclusi dai centri storici, dai locali, dai supermercati, costretti a coprirsi il volto con eleganti sacchetti per il pane. Anche il cielo, di un perenne e limpido azzurro, sembra essersi piegato ai voleri del nuovo governo. In un Paese ormai schiavo dell’apparenza, Matteo Labrozzo, scrittore emergente, diventa vittima dei propri limiti fisici, ritrovandosi sempre più emarginato: la fidanzata se ne va, il suo editore non ha intenzione di pubblicargli altri libri e la sua calvizie è sempre più incipiente. Per sopravvivere, Matteo dovrà guardarsi allo specchio e prendere una decisione: conformarsi e lasciarsi plasmare, o dichiarare guerra aperta alla patinata dittatura della Callistocrazia”.

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Sa gente arrubia (part two)

A un certo punto del pomeriggio, verso la fine della seconda trasferta sarda dei Pesci Rossi, con il sole e il caldo della primavera ormai esplosi definitivamente, Maurizio mi porta su, a fare un giro dalle parti del Castello, prima di scarrozzarmi a Elmas per tornare a casa. Parliamo del più e del meno (in realtà, molto del “più” e poco del “meno”) fino a quando non arriviamo a una delle tante terrazze che da quel lato si affacciano sulla città. Ed ecco, allora, là il vecchio e glorioso stadio Sant’Elia, ora inutilizzato per via della questione Is Arenas, e laggiù i locali dismessi dell’università, e più in là ancora capannoni di vecchie fabbriche di cui si fatica anche a ricordare l’utilizzo, e là, là davanti, Sarroch, con tutto ciò che Sarroch significa. E poi il mare, che in fondo resta lì e se ne frega, delle nostre preoccupazioni, delle nostre ansie, dei nostri dubbi.

Così è da lì, dall’alto di questa città che ormai sento un po’ mia, che provo a farmi un’idea precisa della meraviglia di questa terra stupenda e in parte stuprata, almeno per quel che ne posso capire io, semplice terricolo emiliano. Eppure Cagliari ci prova ancora, davvero, è capace di reinventarsi nuove opportunità (e su questo discorso torneremo perché è un po’ il filo rosso che lega le esperienze di questi giorni), magari non subito, magari sottotraccia, magari aggrappandosi unicamente alla speranza. E il suo stesso ridiscendere, con i suoi tanti e misteriosi vicoli, proprio verso il mare, verso l’orizzonte, verso qualcosa che per definizione è “un po’ più in là”, sembra lasciar intendere che, nonostante tutto, nonostante tutto, ejà, siamo qui, siamo ancora qui, con orgoglio e coraggio e tenacia e tutte quelle altre qualità da frasi fatte che si dicono sulla Sardegna e sui suoi abitanti, ma che, nelle migliori accezioni, corrispondono anche alla verità. La città, cioè, mi mostra esattamente ciò che Maurizio mi sta dicendo con le parole.

Ancora una volta sono ospite di Patrizio e Daniela che, con Maurizio (appunto), sono i magnifici librai di Piazza Repubblica (ora corso Vittorio Emanuele), una delle migliori librerie d’Italia, tanto per intenderci. Ora, quindi, potrei tediarvi con un bel pistolotto sull’importanza delle librerie indy, sulle loro difficoltà (tipo che in Italia ne chiudono due a settimana), sul loro ruolo insostituibile per il tessuto sociale e culturale di una città. Oppure dire qualcosa a proposito delle piccole case editrici di qualità (e non penso solo alla mia deliziosa Instar, ovviamente) che, pur strette nella morsa della grande distribuzione e di certe truffaldine operazioni di self publishing, invece di indietreggiare, con orgoglio rivendicano il ruolo del mestiere più bello, affascinante, avventuroso, picaresco, pericoloso, ricco, disperato e luminoso del mondo (che è poi quello dell’editore). Oppure potrei anticipare certi grandiosi fatti che avverranno nel corso dell’edizione 2013 di “Letti di notte” (ma in questo caso tenete d’occhio il sito, che presto si aggiornerà, e soprattutto la data: 21 giugno 2013).

Tuttavia va bene, non scriverò invece nulla di tutto ciò. Perché ci sono altri, più importanti e più titolati di me, che lo sanno fare meglio e con più argomenti e con più maestria.

Dirò invece qualcosa – e molto volentieri – sui ragazzi del Liceo Giua di Cagliari, che mi hanno ospitato nel corso della loro gara di lettura (centrata proprio sui Pesci Rossi) e che, al di là di chi ha vinto e di chi ha perso, sono stati straordinari e ospitali: e insomma, ho già avuto modo di scriverlo da qualche parte, ma chi non mostra fiducia in questi ragazzi non ha capito nulla perché in loro c’è una tale forza, una tale potenziale bellezza, che mandarla dispersa sarebbe un delitto, tra i peggiori.

E, infatti, uno che questo patrimonio non intende affatto banalizzarlo nelle pieghe scontate da “tre metri sopra il cielo” è Vincenzo Soddu, scrittore, blogger e professore, che si è preso la briga di organizzare il tutto. Vincenzo è poi uno di quegli insegnanti che provano davvero a mettere in pratica quel troppo spesso dimenticato I care per i propri studenti, perché, appunto, si preoccupa per loro, per la loro formazione, per la loro crescita non solo scolastica (e, va da sé, è anche uno di quegli insegnanti per i quali la scarsa considerazione in cui è tenuta la scuola italiana ti farebbe gridare vendetta).

Dirò anche di alcuni fatti semplici che mi sono capitati, un pranzo a casa di Daniela e Patrizio, la meravigliosa cena da Mauri, Ichnusa nel bicchiere e rock nelle orecchie alle prove degli Emotionz (ehi, bimbo in arrivo: ovviamente mascotte assicurata)… Beh, ci sono cose che non si possono dire o scrivere così, tanto per fare, perché, strano a dirsi per chi vorrebbe abituarsi a metter giù parole, ma le parole, sì, le parole hanno anche loro dei limiti, e io non vorrei qui banalizzare il significato dell’amicizia con frasi a sproposito (ma loro, gli interessati, sanno a cosa mi riferisco): grazie ragazzi, grazie di tutto.

Infine, dirò anche dell’emozione – lo so che “emozione” è un termine che fa tanto romanzo d’appendice, ma oh, è successo proprio così – provata alla Casa Emmaus (Iglesias), dove gli ospiti della comunità di recupero stanno mettendo in piedi uno spettacolo teatrale tratto dai Pesci Rossi e da “Mistery shopper” di Antonio Bachis. A Casa Emmaus ci sono persone per le quali la vita ha preso una strada tutta particolare e che però mi hanno spiegato una cosa importante: che una seconda o una terza o una quarta occasione va concessa a tutti e questa concessione deve nascere prima di tutto da se stessi. Loro nella vicenda di Damian hanno visto proprio questa possibilità (che è poi il motivo per cui hanno scelto il libro). Come scenografia stanno (ri)costruendo un campo nomadi, dove si può spuntare e affacciarsi verso il pubblico da ogni parte, dalla finestra di una kampina, all’oblò di una lavatrice abbandonata. Quando l’ho vista, considerando anche il modo in cui mi hanno accolto, ho pensato… Dunque, ho pensato che a volte basta pochissimo, un’inezia, un piccolo particolare, per decidere chi è fuori e chi è dentro, per giudicare il bello e il brutto, il giusto o lo sbagliato, per indirizzare la propria esistenza da una parte o dall’altra, ma la natura delle persone è invece straordinaria sempre e sì, quello che conta è non perdere mai il coraggio di darsela questa nuova possibilità, ogni giorno, nonostante tutto. Così, a Casa Emmaus andranno in scena il 25 Aprile, giorno della Liberazione. Non c’è giorno migliore. E vale per tutti. Per tutti.

Così, questa volta, sa gente arrubia, la “gente rosa”, la “gente bella” di cui abbiamo già parlato anche qui, sono loro, sono tutte le persone incontrate in questi tre giorni, intendendo il rosa come colore della primavera e, quindi, per l’appunto, della nuova occasione che possiamo concederci.

Lo penso e lo scrivo qui, con tutta la convinzione di cui sono capace.

Stay tuned 🙂

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Zero.Novantanove

Piove da circa un mese.

Diego Milito ha finito la stagione in largo anticipo.

Ora si è fatto male anche Palacio.

Giocherà, per modo di dire, Rocchi.

Come se non bastasse tutto ciò, da qualche settimana sono arrivati in libreria anche i libri a 0,99. Il che, ovviamente, rappresenta una beffa per tutta la categoria. I motivi li ha esposti esattamente Luca Bianchini: io non saprei dire di più e, soprattutto, non saprei dirlo meglio, per cui l’invito è davvero quello di leggere il post.

Da parte mia aggiungo solo alcune considerazioni.

1. Francis Scott Fitzgerald a 0,99 è una specie di crimine contro l’umanità.

2. Di questi libri parlano bene su “Il Giornale“, per cui qui si diffida subito, anche se per onestà linkiamo: insomma, se ti batti per far passare Ruby per la nipote di Mubarak, le tue opinioni poi lasciano il tempo che trovano e puzzano come il fu cristianesimo del buon Magdi (anche nel caso tu avessi ragione).

3. Molti amici librai – ne cito tre solo come esempio: Piazza Repubblica a Cagliari, Il Ponte sulla Dora a Torino, La Galleria del Libro a Ivrea – questi simpatici libretti non li hanno nemmeno presi: e dato che loro sono librai straordinari, un motivo ci sarà, no? E non è solo perché, a conti fatti, al libraio costa di più battere lo scontrino per una cosa del genere rispetto al misero incasso. Ci sta dietro tutto un discorso di rispetto e di cultura, per il quale si rimanda ancora al post citato.

4. Prendiamo il caso di Irène Némirovsky, la meravigliosa scrittrice francese, morta ad Auschwitz. In Italia è stata portata da Adelphi. Immagino che Adelphi, negli anni, abbia curato la traduzione, l’edizione, la promozione di questa autrice, con l’attenzione e la professionalità che da sempre mette nei suoi prodotti. Ora arrivano questi di NC e piazzano anche la Némirovsky a 0,99, sfruttando il lavoro già compiuto da altri e, anzi, additandoli quasi a “rapinatori” (dacché un libro Adelphi, notoriamente, non costa 0,99): vi sembra giusto?

5. La crisi, la crisi non c’entra niente. Si mette sempre in mezzo “la crisi”, per ogni cosa, per far accettare tutto. E nemmeno la promozione della lettura. Per la gratuità della fruizione della cultura – attenzione: gratuità di fruizione non vuol dire gratuità di produzione né il calpestare le varie professionalità – ci sono vari modi: biblioteche, remainders, bookcrossing, offerte, sconti, perfino ebook, se proprio vogliamo dire anche questo. Questi a 0,99 sono i meri “prodotti civetta”, che funzionano come lo sconto sul prosciutto crudo: a quanto me lo metti oggi un chilo di Fitzgerald? Ma è stagionato? Ah no, niente… Magari allora meglio un Seneca. Ma che sia affumicato, grazie.

6. Il profitto. Qui si allarga il discorso, ma tutto ruota sempre e solo intorno al massimo profitto, che oggi sembra governare ogni scelta, anche in campo editoriale. Facciamo un esempio, che ovviamente non vuole gettare la croce addosso a nessuno, ma è così, tanto per dire. Prendete la Pimpa. La Pimpa è un prodotto italiano al 100%, un successo galattico in termini di vendite e notorietà. La casa editrice è modenese, Franco Cosimo Panini (meritoria, tra l’altro, per mille altre cose). La Pimpa a volte la stampano in Cina (forse non tutti i libri, ma diversi sì). Perché? Perché devi andare a stampare in Cina un prodotto che sai già in partenza che ti porterà un profitto altissimo? Perché si vuole sempre ottenere mille e ancora mille e sempre di più, in un gioco sui margini di guadagno che sembra non avere mai fine? Per me la cosa non sta più in piedi. Con queste logiche ci affosseremo da soli, senza nemmeno che i cinesi muovano un dito. E perché Mondadori, per dirne un’altra, stampa in Cina quando è essa stessa proprietaria di industria grafica? Paradosso della caccia al profitto, il massimo profitto, dobloni, arraffare tutto finché è possibile, vien da dire.

7. Qualcosa mi dice che probabilmente la mia agente non firmerà mai a mio nome un contratto con NC  🙂

Va bene.

Ecco.

Fortuna che la settimana prossima i Pesci Rossi saranno ancora e di nuovo in giro. E io, Damian, Roman e compagnia bella, dobbiamo tutto al mio piccolo editore e ai librai che magari tengono ancora un romanzo del 2011 proprio perché non accettano l’espositore dei 99 centesimi. Ok?

Il resoconto della gita in Sardegna – ormai patria adottiva dei Pesciolini – lo faremo presto qui sopra.

Quindi, per ora è tutto.

Keep in touch!

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Intanto nel febbraio ZeroTredici

Intanto sabato scorso ho avuto la fortuna (grazie, grazie mille alla biblioteca “Giulio Einaudi” di Correggio che ha organizzato e promosso e messo in piedi la cosa) di presentare Marco Malvaldi a Correggio e c’erano tantissime persone e Marco Malvaldi è stato molto bravo e (soprattutto) (cosa non scontata) ha dato l’idea di essere proprio una bella persona. Il che non guasta mai.

Intanto Marco Mengoni ha vinto Sanremo. E sì, doveva trionfare Elio, va bene, ma Daniele Silvestri è di un’altra e superiore razza.

Intanto accadono cose belle e impensate e gratificanti.

Intanto qualcosa cambierà.

Intanto sarà un anno che… Wow, che anno! (speriamo bene, speriamolo per tutti!).

Intanto torneremo presto anche a Cagliari.

Intanto Roma con il sole è bellissima. Ma anche Correggio, con il sole. Ma pure con la neve non scherza perché anche la neve è meravigliosa. E infatti la settimana scorsa io e Lo abbiamo fatto un ottimo pupazzo (nella foto, uno scatto “rubato”) e lo abbiamo chiamato “Magrone” (l’ha deciso lui, in realtà) perché sì, è venuto su un po’ così.

Intanto poi c’è una differenza sostanziale tra l’okite e la kerlite, per dire. E il laminato? Beh, quello costa meno.

Intanto siamo ancora in inverno anche se domenica si va a votare. Qui non si fa politica e il voto è segreto, ma ci sono persone che si sono ripresentate e queste persone che si sono ripresentate fanno “schifo”. Che è un brutto ed inelegante termine, ma rende l’idea molto meglio di altre più complesse disamine.

Intanto uscirà presto un romanzo nuovo che però no, non avrà a che fare con i Pesci Rossi.

Intanto ci saranno molte altre novità.

Intanto occorre pianificare un po’ di cose per un po’ di tempo, diciamo da qui fino a novembre, estate compresa. E solo per avere una chance di uscirne intatti.

Intanto un mio amico si sposa a settembre e in un colpo solo ci fa sentire tutti più giovani. E questo è un gran regalo che lui fa a noi.

E intanto, mentre cadono meteoriti e tu rimani lì, come un tirannosauro o un triceratopo, a sperare che non ti piovano dritti sulla testa (certo, augurandosi in questo senso di essere più fortunati di quanto lo furono a loro tempo tirannosauri e triceratopi), cerchiamo di vivere serenamente e con felicità in questo febbraio ZeroTredici.

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