Archivio tag: articoli

4

Per una lettura estetica della puntata di “Dalla vostra parte” in collegamento da Correggio

Annunciata a gran voce sui social locali, giovedì 29 dicembre è andata in onda una puntata di “Dalla vostra parte” con un collegamento da Correggio (oltre che da Sesto San Giovanni).
Dalla vostra parte” è una striscia quotidiana di Rete 4, che precede e sposta in avanti di un’ora circa il prime time del canale, curata (tra gli altri autori) da Mario Giordano e attualmente condotta da Maurizio Belpietro.
Si tratta di un talk monotematico perché affronta, quasi sempre, il caso dei cittadini italiani in difficoltà – collegati da varie piazze locali – contrapposti ai privilegi riservati agli immigrati – spesso difesi in studio da un mediatore culturale straniero.
Molti lo definiscono un “programma trash”. Invece è un prodotto che presenta un’estetica molto dettagliata e curata in modo iperprofessionale, che di fatto trasporta il formato del talk show nell’ambito della soap opera (lo smarmellamento delle luci in studio, la ripetitività ossessiva delle situazioni presentate, il riassumere continuamente il punto della situazione sono tutti elementi della serialità da telenovelas applicati all’agone della chiacchiera politica).
Procediamo dunque a una definizione dell’estetica di “Dalla vostra parte”, così come si è palesata nella puntata “correggese”.

Premesse generali
1. Il conduttore
novellaLa puntata è stata condotta dal bravo Federico Novella, al posto dell’indiscussa star Maurizio Belpietro: l’indubbia professionalità di Novella nel gestire la situazione è stata molto importante per coprire la possibile mezza delusione per il pubblico data dall’assenza del noto conduttore brizzolato. Alla fine è stato come andare allo stadio per vedere Mauro Icardi e trovarsi invece Eder ma con Eder che segna una doppietta (una cosa del genere, ecco).

2. Il titolo
titoloNel caso a qualcuno fosse sfuggita qualche puntata precedente, ecco che il titolo viene in soccorso: “Immigrati accolti, italiani abbandonati”. Non c’è alcun tentativo di gioco di parole, titolazione arguta, motto di spirito: “Dalla vostra parte” bada al sodo e il verbo “accogliere” viene utilmente e sagacemente contrapposto al verbo “abbandonare”, anche senza il conforto della grammatica.

183. La coreografia
Le luci nello studio sono abbondanti, eppure lì, a parte il conduttore, non c’è nessuno. Gli ospiti sono tutti in collegamento, ma mentre i “politici” sono ripresi in ambienti asettici, il popolo è sistemato coreograficamente come un “terzo stato”, con luci più spartane, a sottolineare che la vita, quella vera, è diversa dalla ribalta dei salotti televisivi.

4. I cartelli
cartelli 1 cartelli 2Il popolo in collegamento da Sesto San Giovanni e quello di Correggio alzano cartelli, scritti con simile calligrafia. Chi scrive quei cartelli? Gli autori? Gli inviati? Li fanno lì sul momento? Non si sa, ma l’effetto finale è una rassicurante sensazione che tutta Italia sia partecipe in ugual misura delle stesse proteste.

5. Gli ospiti
Bisogna sapere che gli ospiti in “Dalla vostra parte” non sono veri e propri ospiti. Sono archetipi mutuati dalla drammaturgia. Abbiamo dunque ospitiil Personaggio Filogovernativo (di centrosinistra) che si contrappone al Personaggio Oppositivo (di centrodestra). Entrambi sono fronteggiati dal Personaggio Del Popolo (in genere un leghista, a volte un grillino a propria insaputa), che ha il compito di stare dalla parte della gente. Poi c’è O’Malamente, il mediatore culturale di origine straniera cui viene riservata la parte più difficile: far vedere di essere uscito dalla giungla e di essersi istruito, ma di averlo fatto a scapito degli italiani. Infine c’è l’Ospite A Sorpresa (di cui parleremo più avanti).

La “nostra” puntata – I cinque momenti estetici clou
1. Il Servizio Più Drammatico dell’Intera Serata
oscurataIn ogni puntata di “Dalla vostra parte” c’è sempre un momento di altissimo dramma narrativo. In questa occasione, per distacco, abbiamo avuto la testimonianza della donna di Correggio rilasciata con volto oscurato e voce in falsetto. Una scelta apparentemente senza motivo, primo perché a Correggio tutti sanno chi è questa donna e secondo perché già a Rio Saliceto (paese confinante con Correggio) la sua vicenda non interessa a nessuno. Eppure questa è stata grandissima televisione, perché l’impatto di qualcuno costretto a nascondersi in questo modo nel cuore della democratica Emilia è fortemente suggestivo per il pubblico di Rete 4. Il quadretto perfetto è stato completato dal fatto che la signora abbia parlato in casa con la tv accesa (sintonizzata ovviamente su Rete 4) e dalla magnifica inquadratura degli angioletti-soprammobili, iconografia da “Verità Inoppugnabile” che sarà ripresa anche per il collegamento con l’Ospite A Sorpresa.angioletti

2. Daniela Santanché
Come tutti gli altri ospiti, anche Daniela Santanché (Personaggio Oppositivo) è in collegamento dall’esterno. La sua serafica bellezza è perfettamente incastonata in un contesto di chalet alpino (o di sauna finlandese), con il microfono a giocare maliziosamente con la camicetta vedo/non vedo.
santanchèDa questo altrove immaginifico, la Santanché solidarizza con il popolo, tutto il popolo. Al quale popolo viene servita l’abbacinante immagine di qualcuno che ce l’ha fatta, portandolo a riservare i propri strali verso la meticolosa figura del Personaggio Filogovernativo (la “secchiona” Titti Di Salvo, che invece che stare a Cortina perde tempo a telefonare agli amministratori locali in cerca di risposte inutili, perché tanto il popolo conosce già).

3. I “danè”
centonaioAl minuto 35, Gianmarco Centinaio, Personaggio del Popolo, fin lì sottotono, svolta clamorosamente verso un auspicabile successo, snocciolando più volte la parola “danè” (con magistrale mimica dei gesti). Accusa le cooperative di arricchirsi sul tema dei migranti. Il termine “danè” viene ripetuto molte volte, fino a quando a Federico Novella viene in mente che il pubblico di Rete 4 probabilmente non è solo nelle valli bergamasche e quindi autorizza Centinaio a usare il termine solo in quanto “è del nord” (facendo intuire che si potrebbe anche sottotitolare i prossimi interventi dell’esponente del popolo, ma lasciando capire che non ce ne sarà bisogno perché il popolo, anche quello meridionale, capisce molto meglio la parola “danè” degli astrusi dibattiti verbali in corso tra la Di Salvo e la Santanchè).

4. Le case popolari in Egitto
case in egittoAl minuto 20.35, uno spilungone da Correggio domanda a Mattia Abdu se in Egitto vengano assegnate case popolari a italiani. Questo è un momento di alti significati interpretativi perché in realtà la domanda sottintende altro: intanto perché Mattia Abdu aveva già detto di non essere egiziano, ma italiano (e quindi gli tocca ora ribadire di non sapere nulla della situazione degli alloggi popolari in Egitto); e poi perché su tutto, fin dalla presentazione dello stesso Abdu, aleggia lo spettro della vicenda Regeni, che tuttavia non può essere nominato in quanto figura iconica di parte avversa sia allo spirito della trasmissione sia alle simpatie politiche del tizio correggese che ha sollevato il problema.

5. L’uso festivo della parola “merda”
merda 1La parola “merda” viene pronunciata in due circostanze. La prima al minuto 12 quando una signora di Sesto San Giovanni dice che (per colpa di quelli là, i soliti) sta passando “un Natale di merda”. E qui interviene prontamente Federico Novella – “piano con le parole” – per dirle in sostanza “gioca con i fanti, ma lascia stare i santi”.
La seconda, invece, è una clamorosa epifania. Parliamo naturalmente di Marco Moriconi, ristoratore di Punta Marina (Ravenna), l’Ospite A Sorpresa. Il Moriconi è lì perché nei giorni scorsi è stato protagonista delle cronache per aver donato un pranzo natalizio a 23 italiani in difficoltà. Italiani, non stranieri. Potrebbe essere una bella storia dickensiana. Se non ci fosse di mezzo O’Malamente Abdu il quale, con il suo atteggiamento, indispettisce Marco Moriconi così tanto che l’oste a un certo punto – minuto 34 – perde le staffe, si avvicina minaccioso alla telecamera e urla all’Abdu “pezzo di merdaaa”. Il tutto con clamorosa inquadratura di un gigantesco Gesù ligneo che il Moriconi stesso ha sistemato nel suo locale, sacrificando a occhio almeno quattro posti tavolo. Perché Federico Novella questa volta non interviene? Perché non si comporta come ha fatto in precedenza con la signora?
Semplice.
Perché al minuto 34 siamo ormai alla fine della trasmissione. E il fine della trasmissione è che qualcuno dica all’altro “pezzo di merdaaa”. Ma questo non può e non deve avvenire al minuto 12 perché sarebbe come chiudere una puntata di Beautiful due minuti dopo l’inizio.
Marco Moriconi, dunque, l’Ospite A Sorpresa, è il vero trionfatore della serata, con un gol di rara bellezza e utilità siglato sul finire dell’incontro.
Chapeau.
Il popolo ha vinto ancora una volta.
moriconi

violini di santa vittoria

Quella notte a Roma che a Zavattini venne in mente che qualcuno potesse fare un film sui “Violini di Santa Vittoria”

A proposito di “Denominazione d’origine popolare. La vera o presunta storia dei Violini di Santa Vittoria”. Un film di Nico Guidetti.

Ci sono certe notti di ottobre, a Roma, che sembra primavera. E a volte persino estate. La chiamano “ottobrata”. In quelle notti lì, se non si riesce a prendere sonno, vale la pena mollare il letto scomodo e farsi un giro a Trastevere, che è un posto dove ci sono ancora i romani, quelli che di notte non vanno a dormire anche se il giorno dopo devono tirar su la serranda. Perché una notte, pure una notte qualunque, non merita di essere sprecata dormendo. E poi ci sono i romani che rimangono a strimpellare qualcosa all’amor perduto, all’amore atteso, a quella libertà che solo la notte sa regalare. Fanno gli stornelli. E però adesso ne fanno sempre meno, che gli stornelli vanno ad esaurirsi, così come le osterie, che chiudono e non riapriranno il giorno seguente.
Il loro tempo sta per finire.
Alcuni lo sanno.
Altri, invece, fanno finta di non ricordarlo e mettono tutto dentro quelle ultime, ruvide, rime che nascono dal cuore e dalla pancia, prima ancora che dalla testa.
E così fa, quella notte, ©Silvio Durante/Lapresse Archivio storico Torino 9-12-1955 Cesare Zavattini nella foto: al Teatro Carignano lo sceneggiatore e regista Cesare Zavattini ha tenuto una conferenza nell'ambito dei Venerdì Letterari NEG- 84536Zavattini. Esce e va a fare due passi a Trastevere, in una sera di ottobre, che è una sera d’ottobrata, mentre il fiume scorre limaccioso e mite, accarezzando il suo popolo. Che è quello che dorme sotto i ponti. Ottobre è iniziato da pochi giorni, ma l’aria è placida, così ferma come se dovesse accadere qualcosa da un momento all’altro e quel 1989 potesse essere davvero qualcosa oltre l’ultimo del decennio. Chissà.
Gli viene nostalgia, a Zavattini, certe sere. Sarà che è diventato vecchio. Sarà per quello. Ma passeggiando per le vie deserte di Trastevere, sarà il fiume, sarà un certo silenzio come a Roma non si sente quasi mai, sarà un po’ l’insieme di tutte queste cose, ma insomma, quella sera a Zavattini vien quasi voglia di tornare a casa. A casa sua. Là dove il fiume è Il Fiume. E dove ottobre è un mese serio, che si presenta con certe nebbie all’improvviso, tmpo ideale per ambientare cento storie fantastiche di animali mitici, cose che fanno paura, più che altro perché nessuno le ha mai viste davvero, se non nel fondo sporco di un bicchiere di vino.
Ecco, esatto. Ci vorrebbe un bicchiere di vino. Ma non il Frascati. E neanche il Castelli Romani. Quelli sono bianchi. O rossi, ma non del rosso giusto. Zavattini pensa, Zavattini ha voglia – una voglia improvvisa e che di primo passo, un passo incerto e indeciso (non sa spiegarsi) – di un rosso scuro, di un rosso che lasci il bicchiere sporco. Per dirla tutta, Zavattini avrebbe voglia di “prenderla grossa”. Ma alla sua età, e nella sua posizione, no, meglio lasciar perdere, meglio accontentarsi di un bicchiere semplice.
Così, camminando senza meta, trova un’osteria ancora aperta. O forse “già” aperta, chissà. Ordina un bicchiere della casa e gli portano un Cerveteri rosso. Non è la stessa cosa. Decide che va bene lo stesso.
La strada è deserta, se non per loro due. Per quanto ne sa Zavattini, in quel momento potrebbero essere in due in tutta Roma. Pure il Papa starà dormendo, a quell’ora.
Il ragazzo ha una chitarra, malandata, almeno a vederla da lì, da dove è seduto Zavattini. Certo, non è più malandata di quanto non lo sia lui stesso. Non ha raccolto molto in quella sera, che si sta rivelando avara di di idee e bagnata di vino scarso.
“Suona qualcosa, avanti”, gli dice Zavattini. Vorrebbe lanciargli una moneta, ma gli sembra un gesto arrogante.
Il ragazzo si avvicina.
“Sto andando via”, risponde guardando per terra. Tiene la chitarra sulla spalla. Sulla chitarra c’è un adesivo, e sull’adesivo c’è scritto “This machine kills fascists”.
“E quello?”, chiede Zavattini.
“Quello? Cosa?”
“L’adesivo”.
Woody Guthrie“Ah, già… Woody. Woody Guthrie”.
“E tu ci credi?”
“A cosa?”
“Che quella macchina uccida i fascisti”.
Was a high wall there that tried to stop me…”, mormora il ragazzo, pizzicando le corde.
A sign was painted said private property but on the back side it didn’t say nothing.
“La conosci?”
“La conosco”, dice Zavattini. Sorride. Sorride al fatto che il ragazzo pensi che lui sia troppo vecchio per conoscere certe cose. Come se Woody Guthrie fosse “giovane”.
“Mettiti lì, che ti racconto una cosa”.
“A quest’ora?”
“Hai di meglio da fare?”
Ora, ci sarebbero state mille storie che Zavattini avrebbe potuto raccontare a quel ragazzino. Quella del temibile foionco, per esempio. Oppure quell’altra, terribile, del magalasso. Oppure, la sua preferita, quella del “pittore pazzo” Ligabue. Invece a Zavattini viene in mente la leggenda dei violinisti braccianti di Santa Vittoria.

Per andare a Santa Vittoria dipende da dove si parte. Santa Vittoria non è come Roma, che tutte le strade portano lì. Per esempio ce n’è una che costeggia il Grande Fiume e che se la si percorre verso ovest porta a Busseto. Busseto, naturalmente, è il paese del Maestro. Quella che va da Santa Vittoria a Busseto è una via di note e di privazioni, di pentagrammi e di riscatto, di grande storia e di piccole storie. E del “viceversa” di ognuna di queste definizioni.Giuseppe Verdi
Bene, “copiare il vero può essere una buona cosa, ma inventare il vero è molto meglio”, ha scritto una volta il Maestro. Così, i braccianti di Santa Vittoria l’hanno preso sul serio. D’altra parte, che altro è un “bracciante” se non qualcuno che utilizza le proprie braccia? È proprio l’utilizzo delle braccia – e di quelle loro straordinarie propaggini che sono le mani – che rende l’uomo quel meraviglioso animale creativo che è. E se le braccia sono condannate a coltivare miseria e ad arricchire solamente il padrone per le quali sono state messe forzatamente al lavoro a basso salario, spesso senza nemmeno riuscire a portare a casa il pane per la propria famiglia, allora, davvero, l’emancipazione non passa più attraverso il lavoro. Meglio, non passa più attraverso “quel” lavoro. Quindi serve inventarsene un altro, inventare un “vero” migliore, inventare una musica nuova. La cosa straordinaria è che le stesse braccia che con forza sanno governare un vomero, possiedono per loro natura la dolcezza per far scorrere un archetto sulle quattro magiche corde di un violino. Esattamente in quello spazio, in uno spazio di pochi millimetri capace di armonizzare un suono, e in un tempo, un tempo preciso e suddiviso a seconda della mazurka, del valzer, della polka e dell’occasione capace di rendere addirittura necessaria l’esecuzione pubblica di una di queste straordinarie invenzioni, ecco, proprio lì, proprio in quell’attimo, il bracciante di Santa Vittoria ha trovato la possibilità di alzare lo sguardo da terra per guardare dritto negli occhi il “signor padrone” e dirgli che in quattro corde e sette note si nasconde l’infinita varietà della dignità. Grazie all’invenzione di una musica nuova si traccia così la strada che porta dell’umiliazione al riscatto. E non attraverso la rivolta, ma con il rock’n’roll. Che ovviamente non è solo quello in quattro quarti americano, ma il suono ternario o binario delle infinite sembianze che l’acustica può prendere quando diventa Musica. L’importante, in questo caso, è che sia “popolare”, nel preciso senso del termine. E loro l’hanno fatta, la rivoluzione. A Santa Vittoria. Con i violini.

This machine kills fascists”, mormora Zavattini alla fine. “Capisci adesso?”.
Poi stira cinquemila lire, tirandole fuori spiegazzate dalla tasca dei pantaloni, e le mette in mano al ragazzo.
Mentre torna verso casa, le strade sono ancora più deserte di prima. All’est si vedono già i primi bagliori del nuovo giorno. È quell’attimo sospeso tra notte e giorno, tra realtà e finzione, dove tutte le storie possono sembrare vere, anche quelle che lo sono realmente, ma che uno non lo direbbe. Zavattini allarga il braccio destro e appoggia quell’altro intorno alla vita. Volteggia da solo, per qualche passo, al ritmo di una musica lontana, che solo lui ha in testa. Pensa che in tutta Roma, in tutta la grandiosa, maestosa, imperiale Roma, in quel momento sia concesso solo a lui di intuire la forza meravigliosa di un ballo liscio. Gli cade il basco nero a terra e meno male che riesce a fermarlo prima che quello, dispettoso, scivoli giù nel fiume. Mentre lo raccoglie, dopo essersi acceso l’ultimo sigaro che gli è rimasto in tasca, pensa che sarebbe bello che qualcuno raccontasse quella storia, una storia che, a conti fatti e per un sacco di motivi, non avrebbe potuto nascere in nessun altro posto se non là, a Santa Vittoria, “dalle sue parti”.
Magari qualcuno, prima o poi, potrebbe anche farci un film. Perché no?
Ottobre a Roma è un mese dolce e profuma di libertà. La musica inventata dai braccianti-violinisti di Santa Vittoria ne sarebbe la colonna sonora perfetta.

Denominazione d’origine popolare. La vera o presunta storia dei Violini di Santa Vittoria”. Un film di Nico Guidetti.
Prodotto da POPCult – MediaVision – I Violini di Santa Vittoria
Proiezioni in anteprima:
mercoledì 2 dicembre, ore 21, Reggio Emilia, Cinema Rosebud
lunedì 7 dicembre, ore 20, Santa Vittoria (con concerto dei “Violini”).
Denominazione d’origine popolare” è il nuovo lavoro dei “Violini di Santa Vittoria” e lo si può acquistare online.

Note
Cesare Zavattini muore a Roma il 31 ottobre 1989, ancora in attività.
I versi di Woody Guthrie sono tratti dalla sua canzone più celebre, “This land is your land”.

MTV Unplugged: Nirvana

Abaout a boy – Montage of Heck

MTV Unplugged: NirvanaHo fumato la mia ultima sigaretta in un luminoso pomeriggio di aprile del 1994, uno di quei rari giorni in cui la bellezza di Correggio e del verde appena accennato dei suoi tigli è talmente disarmante che sei disposto a concederle fiducia ancora una volta.
So anche dove, terza panchina sulla destra, ai giardini pubblici, partendo da piazzale Carducci.
Ecco, sto lì, in attesa di un appuntamento che poi non andrà come avevo in mente, e in mano ho una cassetta TDK da 120.
Per chi non lo sapesse, la TDK da 120 era una specie di iPod, perché se ci registravi sopra in modalità “lp” ci stavano dentro quattro ore di musica. Potevi scegliere tre opzioni: 1. fare una “compilation” di robe varie, che adesso si chiamano playlist; 2. metterci un album intero sulla facciata A e un secondo album intero sulla facciata B; 3. duplicare un album unico, nelle due facciate, mantenendo la sequenza dell’originale, salvo però lasciare tipo 30 minuti di buco vuoto alla fine di ognuno dei due lati.
Nella TDK da 120 c’è un bootleg scarsissimo dell’Unplugged in NY dei Nirvana. L’album ufficiale uscirà solo di lì a qualche mese. Però ho un amico che a sua volta ha un amico che si è registrato tutto quanto direttamente dalla tv, visto che un terzo amico è là, in America, per via di uno scambio scolastico e ha mandato la videocassetta del concerto.
La TDK da 120 ha un difetto. O forse ha un difetto la fonte originaria. O forse c’è qualche altro ca-sino, che non so. Fatto sta che la sequenza dei pezzi è diversa da quella che poi uscirà sull’album. Ma l’ultimo pezzo è comunque “Where did you sleep last night?”. Solo che qualcosa è andato storto. Nelle registrazioni casalinghe – di quel tipo, poi – capitava frequentemente. E l’ultima strofa è ripetuta all’infinito, “ragazza mia, ragazza mia, non dirmi bugie, where did you sleep last night?”. Non ci sono gli applausi. Non c’è nient’altro che la voce rotta di Kurt Cobain, a ripetere quella frase.
Kurt Cobain è il mio eroe di quei giorni.
Kurt Cobain si è ucciso qualche giorno prima.

Unplugged in NYIn quella giornata di aprile del 1994 a Correggio, io non lo so, non ancora almeno, che l’Unplugged in NY è stato il funerale in diretta che Cobain ha fatto a se stesso. I tappeti, le candele, la luce soffusa, l’intensità dello sguardo, la voce straziata, tutto è funebre in quell’esibizione. Ma io non l’ho ancora vista. Ho solo questa TDK da 120 che finisce in loop. Ma in quella strofa c’è tutto ciò che serve, anche se molte cose appariranno chiare solo molti anni dopo: ci sono, cioè, il tradimento, l’insicurezza, le domande, la disillusione, i frantumi di una famiglia a pezzi, una famiglia in cui regna la menzogna e il dolore. La famiglia, che è il bene assoluto che Kurt ha inseguito per tutta la vita, e la cui mancanza, alla fine, ha rappresentato la mancanza di tutto.
Chi lo dice?
Beh, prima di tutto lo dice lui stesso, quando nelle sue ultime interviste non fa altro che parlare di sua figlia, l’allora piccola Frances Bean, e del dovere di non darle una famiglia di merda come ha avuto lui.

CobainPoi lo scrive Tommaso Pincio, in quel capolavoro che è “Un amore dell’altro mondo” (Einaudi, 2002): “Molti anni dopo, quando tutta questa storia sarebbe finita nell’unico modo possibile, quando non ci sarebbe stato più niente da dire, e aggiungere qualcosa sarebbe parso non soltanto inutile, ma anche irriguardoso, la madre rilasciò un’intervista: – Il nostro divorzio fu un’esperienza devastante per lui. Ne uscì distrutto. Divenne… come dire? Triste su tutta la linea”.
Infine, lo dice anche Charles Cross, nel suo “Più pesante del cielo” (Arcana, 2002), ancora oggi, secondo me, la più bella bio di Cobain: “Per Kurt fu un olocausto emotivo. Per lui fu traumatico perché vedeva sfaldarsi sotto gli occhi tutto ciò su cui lui confidava, la sicurezza, la famiglia e anche il suo mantenimento”.
Olocausto emotivo.
C’è questa scena terribile in “Montage of Heck”, il docu di Brett Morgen su Cobain, uscito nelle sale italiane il 28 e 29 aprile. Sono riprese da uno dei celebri lost weekend della coppia tossica Cobain-Love. Si vede Kurt, fattissimo, che cerca di far camminare Frances Bean, mentre lui stesso non si regge in piedi. Perché lo fa? Perché in un momento in cui l’eroina è padrona della sua vita, si presta a questa cosa? Perché non desiderava altro che sua figlia fosse felice. Che è l’aspirazione di tutti i genitori. E la felicità di un figlio è data prima di tutto da due genitori che stanno insieme. Punto. Insieme, in qualsiasi condizione.
Questo, secondo me, è il senso più vero – e per certi versi più straziante – del film di Morgen. In cui, per il resto, vengono messe in scena le grottesche figure dei genitori e della terribile Coutney Love, mentre l’unico personaggio dotato di umanità toccante è il bassista e amico Chris Novoselic (Dave Grohl, invece, nemmeno viene intervistato, per una scelta inopinata del regista), senza nulla aggiungere alla figura di un death rocker, di cui tutto, e oltre, è stato detto e scritto.

Nell’Unplugged, alla fine, la telecamera stringe sul viso di Cobain e poi sugli occhi che, pure al culmine della sua tossicità e della disperazione, sono limpidi e bellissimi come non mai: “Where did you sleep last night?”, mormora.
Anche io ho capito molto dopo che non è la risposta quello che conta. Ma il fatto che ci sia qualcuno che te lo chiede. Qualcuno cui probabilmente importa qualcosa di te, qualcuno che solo dimostrando questo interesse diventa la tua famiglia.
Quando certe volte mi guardo allo specchio, quando vedo i miei bimbi giocare, mi torna in mente quel giorno di aprile e non tanto per l’ultima sigaretta fumata o per l’appuntamento andato male, quanto per la TDK da 120 con la registrazione rovinata alla fine.
E mi riconosco fortunato per aver avuto chi mi ha fatto spesso quella domanda, una domanda che molte volte ti salva la vita.

Un altro, un altro (inedito olimpico)

Avevamo parlato di Luz Long.

Ora aggiungiamo Peter Norman: “Quando si avverano le paure più grandi” è il secondo inedito “olimpico” della settimana (erano il “regalo” dei Pesci Rossi per l’estate).

Potete leggerlo qui (compreso ringraziamento per Fabio Adani, artista, che ha suggerito questa narrazione).

E ora, davvero, stacchiamo un po’ (ne abbiamo tutti bisogno).

Stay tuned, a presto 🙂

 

Un appuntamento, un racconto, un articolo (+ una notizia segreta)

Estate al lavoro per i Pesci Rossi (cioè: loro se la sguazzerebbero anche molto volentieri – pozzanghere o non pozzanghere – ma sono le occasioni e gli impegni e le scadenze che si rincorrono).

E poi ci sono anche altre cose da scrivere… Ma andiamo con ordine.

E partiamo dal ricordare l’appuntamento a Carpi, lunedì 25 luglio, ore 21,30, Giardini della Pretura: il posto è molto bello, l’occasione è davvero ghiotta, Mario Sehtl (violino) e Gianluca Magnani (chitarra) da sentire (e se piove, niente paura: ci si trasferisce all’Auditorium della Biblioteca Loria, in via Rodolfo Pio 1a).

Altra news: il “vostro” è stato invitato a partecipare alla versione on line di Granta, prestigiosa rivista internazionale di letteratura, recentemente edita in Italia da Rizzoli. Il numero uno della versione italiana di Granta tratta il tema del lavoro, così come (naturalmente) il sito web della rivista. Insomma: ne è uscito un breve racconto, “Un virtuoso rinnovamento nei rapporti aziendali“, che linko oggi qua, sul blog, con un “grazie mille” a Stefano Izzo e a chi ci ha offerto l’occasione.

Nel frattempo, come tutti sanno, l’illustre rocker correggese (LL: non c’è bisogno nemmeno di dirlo) ha fatto un super-botto-exploit al Campovolo, per l’occasione ribattezzato Campovolo 2.0. E’ stato richiesto da 24emilia.com, il sito web in cui viene pubblicato il pescioso blog “Lemon“, un commento e ne è uscita questa cosa, sul “meglio dei correggesi“: local? Non local? Boh: andava di scriverla e l’ho fatto.

Infine… Infine… Infine: ehehehehe, avrei anche una (super)bella news-news-news, ma… Accidenti, me la devo tenere stretta ancora per me, questa notizia, ancora per un po’… Sarà una sorpresa 🙂

Nel frattempo, buona estate a tutti quelli che la stanno attraversando, nei loro singoli e unici e personali modi!