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Altre due cose (+1) che devo aggiungere sui “libri per il 2017”

Il fatto è che non avevo finito. Cioè, quando avevo scritto quell’altro post, l’anno non era finito e io non avevo ancora terminato alcune cose. E quelle alcune cose ora le vorrei proprio far entrare tra ciò che mi porterò sicuramente dietro, nel nuovo anno, tra quelle che quando le riprenderò in mano, e beh, dirò “ah, il 2017, che ottima annata”.
Ci sono due libri e un podcast.
71nnuoja7lIl primo libro è “Nudi come siamo stati” e l’ha scritto Ivano Porpora. Allora, da quanto so (e leggo sui social, dov’è piuttosto attivo) Ivano Porpora abita a Viadana (Mantova) e tifa Milan e Parma, il che rappresenta una combo per me potenzialmente letale. Però, avete presente quando vien fuori qualcuno a dire “eh, ma la narrativa italiana è scialba, priva di nerbo, ombelicale, pensierodebolosa, blablabla…”? Avete presente? Bene. “Nudi come siamo stati” è l’esatto contrario. “Nudi come siamo stati” è una narrativa potente, profonda, densa, impegnativa e mai banale. Al che uno potrebbe pensare “vabbè, è un libro palloso”. E invece no, niente affatto. “Nudi come siamo stati” ha un plot vivo, che ti si pianta lì in mezzo, in testa, e magari mica subito, ma ti ci ritrovi a pensarci su anche dopo qualche settimana. Che è una delle caratteristiche principali dei libri davvero-davvero importanti.

nzoPaciv Tuke” è stata invece qualcosa di inaspettato e bellissimo. Per me è andata così. Poco prima di Natale sono tornato in libreria perché avevo dimenticato un paio di cose. Lì, il libraio si era a sua volta dimenticato di dirmi che la mia amica e scrittrice Fabrizia Amaini – “Sopravvissi non so come alla notte“, fra gli altri – aveva lasciato per me un classico “libro sospeso”. Il libro era poi questo magnifico romanzo di Simona Fiori, che racconta le vicende del nano Ferdinand, della donna barbuta Gwenna, della ragazza Tania e dell’orsa Pia, zingari ad Auschwitz. “Paciv Tuke” è un romanzo durissimo e intenso. Che improvvisamente – e spesso in modo del tutto inaspettato – si squarcia di poesia. Luminosa. Per me è stata una straordinaria sorpresa. Non è vero che il tema del porrajmos – lo sterminio degli zingari nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale – non è mai stato trattato da nessuno, come si sente dire a volte. Lo hanno trattato in diversi autori. Simona Fiori però lo fa in modo magistrale.

Veleno“, infine, è un podcast, prodotto per Repubblica.it e realizzato da Pablo Trincia e Valeria Teodonio. Racconta una storia sconvolgente – nel vero e più proprio senso del termine – di cui è difficile anticipare qualcosa senza fare spoiling. Le vicende sono reali e sono in gran parte ambientate tra Massa Finalese e Finale Emilia. “Veleno” è un’inchiesta in sette puntate, ma è anche una narrazione pazzesca, dove non manca un aspetto assente invece in gran parte della produzione entertainment e mainstream attuale: la pietà. E dove risuona potente la voce di Guglielmo da Baskerville ne “Il nome della rosa“: “La sola prova dell’esistenza del diavolo è il nostro desiderio di vederlo all’opera”.

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Un’ottima annata

img_0129Per una serie di fortunate coincidenze – treni presi, aerei in volo, viaggi, destinazioni, hotel, ostelli – quest’anno sono riuscito a leggere molto. Che meraviglia. E anzi, potrei dire tranquillamente “mammamia quanti libri belli ho avuto la fortuna di leggere”! Già, “mammamia”. Son tre mesi che mi dico che questa volta mi sarà impossibile fare il classico “podio” o “cinquina” di consigli, perché è stata davvero un’ottima annata e, come nelle migliori vendemmie, le “ottime annate” non si classificano. Si gustano. Quindi sì, certo, ho letto “Eccomi” di Jonathan Safran Foer, ho (già) letto il nuovo Zerocalcare (“Macerie prime“), ho letto alcuni classici e ho tappato dei buchi che avevo (tipo con “La famiglia Karnowski“), ho letto “Le otto montagne” – che manco vi devo linkare – e anche “Il giro del miele“. Ho letto ancora Jon Kallman Stefansson (“qualsiasi cosa”, ma che ve lo dico a fare, lui ormai è un “dovere”). Sono anche in pari con la saga di “Berlin“, di Fabio Geda e Marco Magnone.
Ma non sono questi libri che metterò qui di seguito.
E non metterò nemmeno il nuovo di Paul Auster – che pure devo ancora comprare.
Qui provo a segnalare alcuni libri che io, in persona, regalerei anche se uno li ha già, proprio per dire “guarda, ti voglio bene, ti regalo comunque qualcosa che te lo dimostra”. Sono frammenti di consigli sentimentali, se così si può dire.

Dunque, il primo è “Il caso Malaussène – Mi hanno mentito“. Perché? Perché fin dalle prime anticipazioni sull’uscita del libro, avevo scorto un certo pessimismo sulla “minestra riscaldata” di Daniel Pennac e invece no, invece no: ritrovare Belleville e la famiglia Malaussène ha avuto il sapore, come dire?, di “tornare a casa”, ecco. E pazienza per quel “continua” finale: io credo fermamente in Malaussène e non me la sono presa, tutt’altro. Quel “continua” è un augurio.

Con “Il Nix“, di Nathan Hill – accidenti a lui – mi è capitata una cosa che nella mia vita di lettore mi era successa solo in un’altra occasione. E quell’altra occasione era per “Le fantastiche avventure di Kavalier&Clay” – e ho detto tutto. E quella cosa, invece, è arrivare all’ultima pagina, chiudere il libro e dire “oh, ma quanto piacerebbe A ME saper scrivere una storia del genere, in questo modo!”. Tipo come quando da bambino vedevo Nicola Berti e provavo a fare uguale, ma riuscivo al massimo a somigliare ad Angelo Orlando. “Il Nix” è un libro super, che tiene le fila della storia, tra vari salti temporali e narrativi, sempre con grande maestria (e ottimamente tradotto da Alberto Cristofori, che dirlo non fa male).

Neve cane piede“, di Claudio Morandini, è un breve, bellissimo romanzo che:
punto numero uno si svolge in montagna;
punto numero due ha per protagonista un personaggio che non dimenticherete tanto facilmente;
punto numero tre sembra che parli di vita e invece parla di morte, ma invece parla di vita.

Il Regno” è stato uno dei tre libri di Emmanuel Carrère che ho letto quest’anno. Ora, facile dire “beh, ma bella scoperta…” perché, cacchio, me lo dico anche da solo, non infierite. Ora, “Il Regno” racconta, al modo di Carrère, la storia di una conversione. E poi di una controconversione. E poi racconta di San Paolo e di quel libro incredibile e misconosciuto che passa con il titolo “Atti degli Apostoli”. Esattamente a pagina 101 c’è la frase più bella che abbia letto quest’anno, in assoluto: “Ti abbandono, Signore. Tu non abbandonarmi”.

E poi… Beh, e poi, ovviamente: MICHAEL CHABON, “Sognando la luna“. Scrivo il nome in maiuscolo, apposta. Il “mio” Autore. Chabon per me è come il no look con cui Pirlo smarca Fabio Grosso, è come un film di Steven Spielberg, è come un album degli U2. Non mi interessa la qualità, non sono obiettivo, MAI, con Chabon. Per me è e resta in assoluto il migliore. Ma “Sognando la luna” è davvero un piccolo capolavoro (il  “grande capolavoro” rimane Kavalier eccetera eccetera). Davvero il miglior Chabon, in grande forma.

A questo punto, dunque, potrei/dovrei aver finito.
Invece no.
Perché vorrei spendere qualche ulteriore consiglio per una serie di libri di amici. Ho alcuni amici che scrivono cose incredibili e per me sono “incredibili” non perché sono amici, ma proprio a livello oggettivo.
Di “Queste stanze vuote“, di Massimiliano Maestrello, avevo già parlato qui (dio salvi la Regina, sì, ma anche chi ha inventato i link).
Massimo Canuti se ne è uscito quest’anno con “Le coincidenze dell’estate“, che ha una copertina che mi convince poco – e lui lo sa – ma che è una piccola e deliziosa storia, dove alcuni macrotemi – la solitudine, la diversità, l’amicizia, la vecchiaia – vengono svolti in modo delicato e leggero e ironico, così tanto che alla fine ti lasciano felice di aver letto quella storia lì. Che non è poco. Comunque ne avevamo parlato qui.
Matteo De Benedittis quest’anno ha voluto esagerare e ha pubblicato due libri. In uno “Dinotrappole” ok, ci mette di mezzo i dinosauri e quindi vuole vincere facile. Ma nell’altro, “S.M.A.R.F.O.“, riesce a condensare alcuni temi di attualità, di pseudogiovinanza e di celato harrypotterismo (anche senza magia) che, insomma, a me in alcune parti ha persino commosso anche se lui voleva far sorridere.

P.S.
Ovviamente, non ve la sto qui a menare con “Sui confini“. Ehi, a proposito: apparte le belle parole e le pacche sulle spalle e i complimenti, ma poi “Sui confini” l’avete comprato/letto?

P.P.S.
Non vi ho ancora convinto? Bene, allora ecco la cartuccia finale. Un libro pazzesco, bellissimo: “Io non mi chiamo Miriam“, di Majgull Axelsson.

Libreria

Tre libri per l’estate (+1)

Piccola puntata estiva per alcuni “consigli” – che poi, “consigli” è una parola fin troppo importante: diciamo, allora, suggerimenti nel caso vi trovaste in una libreria, in procinto di partire, cercando qualcosa da portare con voi (o semplicemente da sfogliare mentre siete lì e fuori picchiano 41 gradi e la libreria ha l’aria condizionata e la libraia è carina e sperate di fare colpo su di lei e, insomma, niente, “suggerimenti”, allora, tanto per scrivere qualcosa).

P.S.
Non sono libri che troverete in autogrill, quindi, se siete interessati, muovetevi per tempo.

Gianluca Serra, “Salam è tornata” (Exòrma)
salamProvate a immaginare di trovarvi in un posto dove sembra non succeda nulla, poco prima però che in quel posto accada “tutto”. Provate a immaginarvi se quel posto fosse per esempio la Siria – quando ancora la Siria era “quel luogo, ma sì dai, quello Stato dove c’è quella regina, tanto caruccia…”. Provate a immaginarvi, dunque, di essere in Siria, sulle tracce – e poi in difesa – di un uccello, un uccello sacro agli egiziani, un uccello che si riteneva estinto da almeno settant’anni. Provate così a raccontare la catastrofe prima della catastrofe, un attimo prima, che è poi quello in cui tutto diventa chiaro, l’attimo perfetto in cui è possibile ancora raccontare ciò che subito dopo non lo sarà più, la Siria, appena prima dello scoppio della guerra civile, con i beduini, i servizi segreti, la corruzione, il potere sfarzoso, i deserti, la cooperazione internazionale. Provate a immaginare di scattare questa fotografia, fare click, salvarla sulla memory card e poi riguardarla, dopo, dopo che tutto è successo e che tutti hanno parlato, e capire che il “tutto” era già lì. Un istante prima della catastrofe.
Ecco, questo è “Salam è tornata”.
Un libro dove – e so che sembra impossibile, ma è così – si ride anche molto.

Massimo Canuti, “Le coincidenze dell’estate” (e/o)
cover_9788866328377_1930_600C’è Milano e c’è l’estate (binomio raramente “vincente”). Poi ci sono un adolescente, Vincenzo, un tizio che recentemente è diventato un barbone, Italo, e una serie di altri personaggi, soprattutto anziani, tra cui spicca Evelina, ex parrucchiera dei divi di Cinecittà.
“Le coincidenze dell’estate” è un romanza che parla di un sacco di cose che, secondo me, si possono tutte riassumere nella voglia di “reset”: non importa che tu abbia 15 o 90 anni, esiste sempre un momento in cui la necessità è quella di resettare tutto, fare silenzio e ricominciare qualcosa di nuovo e magico e avventuroso. E la tua “isola del tesoro” potrà anche essere la scoperta dell’identità sessuale, il ritrovare una famiglia che pareva irrimediabilmente perduta o, più semplicemente, recuperare il senso di umanità che conduce a quel gesto, così semplice e così difficile, che è il “fare compagnia”.
Massimo Canuti ha scritto un romanzo “pulito” senza cadere nella smanceria, in una narrazione estremamente cinematografica, come ritmi e cadenze. Inoltre si dimostra uno scrittore coraggioso, perché porta felicemente in scena personaggi con età drammaticamente difficili da rappresentare: adolescenti e anziani, categorie cui molti autori opporrebbero facilmente un salvifico “vade retro”.

Jonas Hassen Khemiri, “Tutto quello che non ricordo” (Iperborea)
20161118150714_tutto_quello_che_non_ricordoSamuel, il protagonista di questo stupendo romanzo, è morto. Questo non è spoling di bassa categoria. È proprio così. Com’è morto Samuel? Un incidente, parrebbe. Ma forse qualcos’altro, un incidente in qualche modo voluto. Come sono andate le cose? Prova dunque a ricostruire la vita di Samuel uno scrittore, che va a raccogliere le testimonianze di amici, fidanzate, compagni, coinquilini, componendo una narrazione che parte dal gioco del “what if” – che cosa sarebbe successo se quello che è successo non fosse successo – ma arriva alla conclusione che ciò che resta di noi, resta nelle parole di chi ci racconta e che raccontare una persona significa raccontare un tempo e che tutto, nel racconto, è comunque e sempre vivo. E che questo, però, potrebbe essere solo un’illusione. Potrebbe.

Il +1
In precedenza, mi era accaduto una volta sola di pensare “accidenti, questo romanzo mi sarebbe piaciuto scriverlo io, se solo ne avessi le capacità…”. Era stato per “Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay”, di Michael Chabon (no, non è vero, era successo anche per “Ogni cose è illuminata”).
Beh, comunque sia, è successo di nuovo per “Il Nix” di Nathan Hill (Rizzoli).

Cinque libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti (più uno, bellissimo, che però devo ancora finire di leggere) (più un altro che non mi è piaciuto e vi dico perché) (più un altro parecchio brutto che però va letto anch’esso, secondo me)

Ogni anno faccio letture disordinate. Poi mi pento e mi dolgo e mi riprometto “ah, ma l’anno prossimo mi darò un metodo. E tutto sarà molto più bello”. Dopo, però, non la faccio mai, questa cosa del darmi un metodo. Così, di solito verso dicembre, cerco di mettere un po’ di ordine e son due o tre anni che ci sono persone che sembrano interessate a quello che ho letto io. “Anzi, perché non ti sbrighi a scriverle un po’ prima, queste cose, che così ci mettiamo avanti per i regali di Natale?”, mi hanno detto queste persone. Quindi, l’appuntamento con i “5 libri” è diventato una specie di incentivo al PIL. Quanto meno al PIL correggese. E chi sono io per non offrire il mio contributo alla causa del PIL? Così, ecco quelli che NON SONO i “cinque migliori libri del 2014”, ma, più modestamente, solo “i cinque migliori libri che ho letto IO nel 2014”. Più un altro paio di robette, che metto alla fine perché non c’entrano con il PIL.

Giorgio Fontana, “Morte di un uomo felice” (Sellerio)
“Morte di un uomo felice” è un libro di una bellezza talmente nitida, secondo me, e lucente, e a suo modo struggente, che ridurlo nelle poche righe di un commento non è nemmeno giusto. Ha vinto il Campiello, meritatissimo. Ma ancora di più. Nel mondo editoriale (e non solo in quello) passa tutto così in fretta e tutto viene catalogato in modo anche svilente alla voce “capolavoro”, salvo poi dimenticare tutto dopo un paio di mesi. Capolavori. Le librerie sono piene di “capolavori”, nelle fascette. Ecco, non posso dire se questo sia davvero un “capolavoro”. Posso sperare, invece, che questo sarà un libro che rimarrà. Perché ha lo stile, lo status, la grazia e la forza del “classico”. Il giudice Giacomo Colnaghi è un personaggio memorabile. E Giorgio Fontana è uno scrittore sopraffino.

Alice Munro, “Chi ti credi di essere” (Einaudi)
Commentare un’opera (verrebbe da dire “qualsiasi opera”) dell’Alice Munro è persino imbarazzante. Questo però è un libro perfetto e quindi me la cavo con poco e non devo aggiungere molto altro. La circolarità del meraviglioso impianto narrativo diventa, di volta in volta, poetica, comica, dolorosa e buffa. E l’autrice padroneggia magistralmente ogni tono narrativo, ogni piccola sfumatura. In tutto il testo non c’è traccia di una singola parola fuori posto o superflua o fine a se stessa. Gran nota di merito per la traduzione di Susanna Basso. Uno straordinario racconto femminile. Con tutto il plus che questo comporta.

Michale Chabon, “Cronache di principi e viandanti” (Indiana)
Ottima annata, per me, fan incallito di Chabon, che me la sono goduta con ben due sue uscite. Ma se il romanzo-romanzo – “Telegraph Avenue” (Rizzoli) – pur con sprazzi di limpida genialità (al solito), non mi ha però convinto fino in fondo, questo più piccolo, e apparentemente modesto, racconto mi ha ricompensato di ogni cosa. L’avventura, signori e signori, l’avventura classica. Declinata nel miglior Chabon. Cito dalla postfazione: “E se trovate ancora buffa l’idea degli ebrei con le spade, guardatevi adesso: seduti al vostro posto su un aereo a reazione, mettiamo, con le scarpe in poliestere e neoprene di un arancione agghiacciante, mentre ascoltate musica digitale percorrendo il cielo da Charlotte a Las Vegas, con la speranza di perdervi – voi stessi, la casa, le certezze, i confini e le barriere della vita – grazie a un fascio di fogli di pasta di legno, cuciti, incollati e colorati con macchie di pigmento e resina. Gente con i libri. Cosa potrebbe esserci di più incongruo, al giorno d’oggi? Mi viene da ridere”.

Cristiano Cavina, “I frutti dimenticati” (marcos y marcos)
In realtà, il libro di quest’anno di Cavina sarebbe “Inutile Tentare Imprigionare Sogni”. Che è molto buono. Però, siccome quando Cavina è venuto a Correggio, all’inizio dell’anno, ho avuto il grande piacere di presentarlo e siccome di Cavina mi mancava da leggere questo suo precedente, per fare “bella figura” l’ho recuperato. Ed è stato un tuffo al cuore. Del tutto autobiografico – che poi uno si chiede come sia possibile mettersi a nudo in questo modo, solo i grandi autori riescono a farlo – la narrazione limpida del garbuglio che comporta l’essere contemporaneamente padre e figlio, marito/compagno e singola persona è di classe superiore.

Philip Roth, “La nostra gang” (Einaudi)
Non è certo il romanzo per eccellenza di Roth. Non stiamo parlando di “Pastorale americana”, per dire. E allora, perché un racconto scritto all’epoca di Nixon e che parla di Nixon e che mette alla berlina Nixon, è così attuale? Perché “La nostra gang” non è un romanzo su Nixon, ma un romanzo sulle “parole del potere”, sull’utilizzo del linguaggio che il potere adotta ed esercita, spesso per giustificare la propria autoconservazione. Memorabile il passaggio del libro in cui Nixon dichiara a reti unificate l’aggressione atomica alla Danimarca, accusata di essere una nazione pornografa. Nella parodia, non c’è una sola parola che non abbiamo sentito anche noi , in questi anni di “interventismi democratici”.

Bene.

Poi.

Il libro bellissimo che però devo ancora finire di leggere – e che quindi rimane senza giudizio definitivo – è “Il figlio”, di Philipp Meyer (Einaudi), il ritorno della Grande Avventura Americana (e le maiuscole non sono messe a caso).

Il libro che non mi è piaciuto è “Il desiderio di essere come TUTTI”, di Francesco Piccolo (Einaudi). Dentro ci sono molti passaggi interessanti, di quelli che una volta avrebbero dato vita a lunghi corsivi e carteggi sulle pagine culturali dei quotidiani e adesso, invece no, perché, appunto, dopo una settimana son già lì tutti a parlare d’altro. Il testo di Piccolo, tuttavia, Gronda, però, furbizia fabiofaziesca da ogni singola riga.

Infine.

Il libro parecchio brutto che però, secondo me, va ugualmente letto è “Frankenstein” di Mary Shalley (l’edizione Oscar Mondadori è un supplemento di bruttezza da non trascurare). Va letto perché è il libro più “attuale” che mi sia capitato tra le mani in questi anni. Il perché, però, adesso lo tengo per me, visto che su questo testo ci sto lavorando un po’ su, per una cosa mia.

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Cinque libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti (più uno che devo ancora leggere) (più un altro che ho letto e che consiglio anche se non mi è piaciuto e vi dico perché)

Ritorna, con questo aggiornamento 2013, il post che lo scorso anno ha gettato nel panico le librerie correggesi. Che nel periodo natalizio avrebbero già il loro bel daffare a districarsi tra i pacchi di Bruno Vespa e simili anche senza che ci si metta qualcuno ad arrivare lì a chiedere libri che non sono novità (e per non-essere una novità, basta essere stati editati da un paio di mesi).

Ma qui si insiste. Ecco. Mica per niente siamo pesci rossi.

Per cui…

 

Del romanzo di Marco Lazzarotto, Il ministero della bellezza (Indiana), avevamo già parlato qui e di conseguenza non mi ripeto (ah, la bellezza dei link!).

 

Shalom Auslander, Prove per un incendio (Guanda)

Pur sorvolando sulla circostanza che mi ha visto fin dalle prime pagine del romanzo assai vicino a Kugel, il protagonista, per via della sua grandiosa ipocondria (circostanza che, in effetti, potrebbe condizionare il giudizio), secondo me, al netto di difettucci vari, questo è un romanzo che rimane per molti versi “geniale”. Lo è sicuramente perché tratta di argomenti impegnativi – il dolore, il senso di colpa, la trasmissione dei valori, il sentimento di appartenenza a una storia (famigliare e assoluta) vissuto come un dovere – e la fa per larghi tratti con sarcasmo. Non con ironia, proprio con sarcasmo. Che sarebbe una tecnica da maneggiare sempre con molta cura, dato che è sovente molto facile scendere il gradino e ritrovarsi nel grottesco (che a me poi non dispiacerebbe nemmeno, ma non è qui il luogo per affrontare questa discussione). Ora, non è tanto il fatto che Auslander osi dissacrare la Tragedia con la T maiuscola del ventesimo secolo, l’Olocausto – e lo fa, uditeudite, avendo il coraggio di ridicolizzare addirittura Anna Frank. Cioè, è poi anche quello dato che, mi chiedo per esempio, chi di noi avrebbe la forza di scherzare su Primo Levi. Ma il tentativo di Auslander è quello di provare a consegnare quella Tragedia, appunto, intatta e in tutta la sua reale portata, alla storia. E questo passaggio avviene, deve avvenire quasi per forza, portando in luce una certa banalità della “trasmissione del dolore”, quasi come se questo dovesse avvenire per genetica, come se l’Olocausto fosse diventato, negli anni e per buona parte della borghesia ebraica americana, che ne ha edificato e custodito le ortodosse fondamenta memoriali, non la Tragedia, appunto, ma il pretesto dietro il quale nascondere piccole beghe quotidiane. Svilendola. Magistrale, in questo senso, la figura della madre di Kugel, un’ebrea americana nata nel 1945 e che dunque non ha mai vissuto l’esperienza della Deportazione, ma che, a seguito dell’abbandono subito da parte del marito, ha cominciato a costruirsi una memoria falsa ad uso personale, fatta di torture e campi di concentramento, chiudendo ogni suo discorso sempre con quel “figli di puttana”, riferito immancabilmente ai tedeschi. Solo che il problema è che questa, questa memoria totalmente fasulla, lei ha cercato di trasmetterla ai suoi figli, generando appunto la situazione paradossale che Auslander descrive con sarcasmo. Inoltre: i dialoghi sono addirittura superlativi (oserei dire). E, insomma, forse non troviamo qui la pulizia di scrittura e l’eleganza stilistica di Nathan Englander (direi che siamo più dalle parti di Keret, giusto per avere un’idea, approssimando di molto, naturalmente), ma ce ne fossero di romanzi del genere. Magari anche qui, anche in Italia, dove esiste un problema di memoria condivisa grande come una casa.

 

Ian McEwan, Miele (Einaudi)

Allora, “Miele” non è il miglior romanzo di McEwan (a parte il fatto che un romanzo scarso di McEwan meriterebbe di stare comunque in un elenco dei cinque migliori libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti). Però l’ambientazione – siamo nella Londra dei primi anni Settanta – è davvero interessante, soprattutto perché in genere risulta poco battuta. Insomma, non so nell’immaginario comune, ma nel mio sicuramente (a meno che non siate granbritanni), Londra passa allegramente dai Beatles ai Sex Pistols (per intenderci), ignorando tutto “quello che sta in mezzo”. E “quello che sta in mezzo” è una lunga stagione buia, tra le bombe dell’Ira e la crisi petrolifera. McEwan è un maestro assoluto nel ricreare su carta le atmosfere giuste. Ok, siamo abbastanza lontani dai vertici di “Espiazione”, per dire. Ma là stavamo leggendo un capolavoro assoluto e qui invece ci accontentiamo di una storia che regge. Serena Frome, la protagonista, è una buona voce narrante, che tra i diversi meriti, riesce a coprire il giudizio su altri personaggi un po’ meno riusciti. Per cui in conclusione: “Miele” rimane comunque un’ottima lettura tanto che, pur non essendo inclini a giustificare certi “trucchetti” narrativi, tuttavia tenderemmo ad essere parecchio indulgenti sull’espediente finale. Che in questo romanzo non manca (ehi, avete l’acquolina in bocca adesso, sì o no?).

 

Massimo Canuti, Contro i cattivi funziona (Instar)

Magari qualcuno potrà dire “ah, vabbè, metti questo libro solo perché dentro al libro medesimo c’è il segnalibro promo del tuo libro”. Oppure ci saranno i complottisti che grideranno appunto al complotto di scuderia (“guarda un po’, questi Instar, che si danno una mano a vicenda”). Ah ahhh, miei cari, niente di tutto ciò. Pensate un po’, invece, che la prima volta che ho letto il libro di Massimo Canuti non mi era piaciuto perché pensavo che ci fosse una gran quantità di dialogo, troppo, tipo sceneggiatura, che andava a scapito della costruzione complessiva. Poi, però, l’ho letto una seconda volta (te lo puoi permettere, non è lunghissimo). E lì è scoccato l’amore. Perché io subito non l’avevo mica capito. Non avevo mica capito, cioè, che la straordinaria forza di questo romanzo è proprio nella sua (apparente) semplicità. Con una grande attenzione alla ricetta basilare di ogni narrazione: personaggi che ti entrano nel cuore e di cui ben difficilmente ti dimenticherai. Una storia che procede in senso lineare, ma che va a dimostrare che c’è della bellezza nel mondo e che questa bellezza spesso ha a che fare con l’adolescenza perché è lì, è a quel punto della vita, che le cose hanno una nitidezza e una luminosità e un’intransigenza uniche, lì e forse mai più, lì perché sono (quasi) sempre accompagnate dal candore assoluto.

 

Zerocalcare, La profezia dell’armadillo (Bao)

Allora, Zerocalcare è un genio. Ma mica lo dico io. Mo’ adesso lo stanno dicendo un po’ tutti. Ecco, prendete questa vignetta, così, come aperitivo, come spriz. Io qui ho messo “La profezia dell’armadillo”, perché ora ho letto questo (grazie, grazie, grazie Ivano per il consiglio), ma sapete cosa vi dico? Prendete questa lista di libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti, stampatela e appallottolatela (o buttate nel cesso il foglio A4). Davvero. Non vi porterò rancore se lo farete. Ma per favore, vi prego, leggete una qualsiasi cosa di Zerocalcare. Vi spaccherete dalle risate e in più, gratis, ci scapperanno anche riflessioni serie, poesia pura, manualistica di sopravvivenza e varie altre cose. Leggete Zerocalcare anche se vi fanno schifo i fumetti. Diventerete persone migliori.

Zerocalcare

Zerocalcare

 

P.S.1

Ed ecco qui il libro che a me non è piaciuto, ma che per un sacco di motivi consiglio ugualmente di leggere. Perché è uno di quei libri che ne vale la pena, vada come vada.

Giovanni Cocco, La caduta (Nutrimenti)

Finalmente, un romanzo di un autore italiano il cui intento non è parlare del proprio ombelico. Scrittura potente (già lo hanno detto molti altri), struttura potente, intreccio potente e lingua potente (però, ecco, io DeLillo lo lascerei fuori dai paragoni importanti che sono stati spesi per il romanzo). Sappiamo anche che “La caduta” – e lo sappiamo dalle note dell’autore a corredo dell’edizione, note che tuttavia lasciano trasparire un po’ di fastidiosa (parere personale) supponenza – è solo parte di un’impresa narrativa più vasta e ambiziosa. E dunque cosa c’è che non va? Niente, in effetti. Eppure, la sensazione che lascia alla fine quest’opera è quella di una narrazione fredda e in alcuni casi persino un po’ artefatta, qualcosa tra il nozionismo wikipediano e l’abilità, indubbia, di costruire storie all’interno di un quadro narrativo già delineato dalla realtà dei fatti. Pregevole l’intenzione di ricollegare tutti i fili delle varie storie, ma la “cupezza” di fondo, che secondo me poi non c’entra granché nemmeno con l’Apocalisse tanto citato in esergo dei vari capitoli, è un escamotage furbesco: perché è anche abbastanza facile suscitare l’emozione nel lettore così, narrando da un punto di vista personale episodi che hanno segnato tragicamente e collettivamente gli ultimi anni (dagli attentati londinesi alla strage di Utoya, per esempio). Eppure sembra non esserci alcuna “com-passione” in Cocco, quasi che l’autore si sia sforzato, persino esplicitamente a volte, di mostrarsi distaccato dalla propria narrazione e dai propri personaggi. Tecnica narrativa nella quale Cocco eccelle, ma che ha la capacità d’emozionare di una bistecca fredda (a meno che uno non sia in stato di grazia come il Truman Capote di “In cold blood”). Inoltre, anche dal punto di vista meramente “ideologico”, la lettura della presunta caduta dell’Occidente, mi sembra persino forzatamente millenaristica, volta più che altro a cogliere, giustamente, i segni dell’orrore, ignorando però deliberatamente tutti gli agenti positivi in azione in questo scorcio di inizio millennio (che ci sono, ci sono, mai perdere la fiducia).

 

P.S.2

E proprio poco fa, è uscito “La neve a Gaza” (Caracò), di Vincenzo Soddu. Siccome è appena stato pubblicato io non l’ho ancora letto. Ma vi posso dire che se il libro rivelerà solo una minima parte della sensibilità, della cultura, dell’amore per i suoi studenti e della profondità del suo autore, beh, ogni cosa sarà illuminata e questo sarà sicuramente un grande romanzo.

 

P.S. 3

Ci sarebbe poi da dire anche un’altra cosa… Che in questo 2013 ho poi letto e riletto e ririletto e riririletto anche un certo manoscritto, che mi auguro che diventi poi libro nel 2014. Ma di quello, semmai, faremo sempre in tempo a parlare.

Stay tuned e buone feste!

Foto libri per post

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