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Montarsi la testa

1.
Qualche giorno fa a Correggio è venuto Walter Veltroni a presentare il suo nuovo romanzo, “Quando“. Il nuovo romanzo di Walter Veltroni, “Quando”, è stato già ampiamente dibattuto dalla critica (per esempio, Christian Raimo ne parla qui, anche con un certo livore). Non credo che leggerò “Quando”, il nuovo romanzo di Walter Veltroni, esattamente come non ho mai letto alcunché della (secondo me sostanzialmente trascurabile) opera letteraria di questo autore. A dire il vero, non trovo alcuna ragione per cui si dovrebbe impiegare tempo a leggere un romanzo in cui Walter Veltroni spiega, con il suo modo walterveltronesco, gli ultimi 30 anni di storia italiana, come se per farlo non gli fossero stati sufficienti la politica, i ruoli ricoperti, le trasmissioni tv in cui è stato ospite, persino il cinema che ha fatto, i documentari, il giornalismo e qualsiasi altra cosa toccata dal multiforme ingegno di un artista così poliedrico in questi 30 anni. Lo spunto da cui prende le mosse la trama di “Quando” è poi semplicemente ridicola (metto uno in coma e quando si sveglia gli spiego cos’è successo nel frattempo), ma non è questo il punto. Il punto è che “quando” Walter Veltroni è venuto a presentare a Correggio il suo ultimo romanzo “Quando”, a Correggio la sala era pienissima. Di più. Walter Veltroni a Correggio ha fatto letteralmente il sold out. Ha sorriso, ha parlato, ha firmato le copie del libro (quindi in questo momento qualcuno avrà nella sua libreria una copia di “Quando” firmata dall’autore). Non è però un problema di Correggio. Credo sia così un po’ dovunque. Almeno lo auguro, sinceramente, a Walter Veltroni.

2.
amacheNel frattempo, con un’ardita operazione commerciale, la casa editrice Feltrinelli, giusto in tempo per il Natale, ha mandato in libreria un tomo – che è un qualcosa che sta a metà tra un oggetto contundente e un pezzo dal design minimalista – che raccoglie 25 (venticinque) anni di “Amache” di Michele Serra. Attenzione: non stiamo parlando qui di un dotto repechage di un autore meritevole ma misconosciuto. Perché in questi 25 anni, Michele Serra – che certo ha capacità di scrittura notevolissime e in sostanza è anche bravissimo – le sue “Amache” le ha pubblicate in prima pagina su “Repubblica” (e il tutto avviene mentre al cinema esce un film tratto dal precedente lavoro di Michele Serra – “Gli sdraiati”, diretto da Francesca Archibugi, con Claudio Bisio – in cui Michele Serra parla dei giovani).

Dunque.
Dunque la domanda è: ma, esattamente, a chi parla questa gente qua? A chi parlano i Serra, i Veltroni e tutti gli altri che hanno okkupato, a volte quasi militarmente, lo spazio culturale italiano proprio degli ultimi 25-30 anni (vale a dire gli anni di cui adesso scrivono, nuovamente loro)? Quante incredibili e straordinarie risorse impiega l’industria editoriale di casa nostra per editare, pubblicare, distribuire e diffondere libri che raccontano la storia di 30 anni scritta da chi l’ha già scritta in questi 30 anni? Quante ricchezze avrebbe potuto offrire, a noi lettori, la casa editrice Feltrinelli se invece di pubblicare 25 anni di cose già pubblicate in prima pagina su “Repubblica” avesse offerto la possibilità a qualcuno di dire qualcosa di nuovo?
E allora – nonostante le sale piene – il sospetto è che questa gente qua non parli nemmeno più al proprio pubblico (o a “un” pubblico), ma solo a se stessa, al proprio circolo intellettuale, dentro un recinto ben delimitato che va da “Repubblica” al salotto di Fazio, alla domenica sera, transitando per interventi su Micromega (per i più “colti”) o attraverso lo sdoganamento pop di qualsiasi altra cosa (tipo i programmi di Giletti).
Nel frattempo, in un frattempo che ci sembra persino bello addormentarci cullati dalle suadenti parole di Walter Veltroni e sognando Berlinguer, ecco, nel frattempo là fuori, là fuori dal recinto, là fuori nel mondo reale, la cultura la fanno Matteo Salvini e i naziskin.
Punto.
A capo.

Due o tre cose di ritorno dal Salone del Libro

Rientrato da Torino, vorrei ringraziare subito tutte le persone che ho avuto la fortuna di incontrare e di conoscere: Silvia, Marta, Gaspare, Marta (i miei editori!!!), Silvia, Sarah, Cristina (i miei agenti!!!), Ernesto, Antonio, Alberto, Liliana, Rocco, Patrizio, Daniele, Emiliano, Ignazio (e molti altri, davvero, davvero).

Di botto, di quello che è stato per il Pesce Rosso il SalTo12 ne ho scritto qui: http://www.24emilia.com/Sezione.jsp?titolo=Luna+Park+Lingotto&idSezione=37046

Detto questo, aggiungerò qui alcune considerazioni (saranno brevi, niente di che) che ruotano intorno alla parola “crisi”, la più gettonata in questa edizione (ancor più dell’ottimo titolo “Primavera digitale”).

1. Ovviamente, tutti gli addetti ai lavori, e tutti più autorevoli del sottoscritto, stanno affrontando la crisi del settore editoriale. Dati alla mano, nonostante l’incremento delle iniziative dedicate alla promozione del libro, il numero dei lettori italiani è ancora in diminuzione e il mercato è retto solo dal manipolo dei cosiddetti “lettori forti” che praticamente da sempre reggono sulle loro gracili spalle, e sulle ormai sfiancate mensole delle loro casalinghe librerie, il mercato (e questo nonostante, a sorpresa, i numeri del Salone di quest’anno siano molto buoni, sia come affluenza che come vendite agli stand).

2. Book e ebook. A Torino è stato indubbiamente l’anno del digitale, non solo per via del titolo di questa edizione, ma anche per la massiccia presenza soprattutto di IBS e Amazon, con i propri vari supporti. Interessante è l’intervista pubblicata venerdì scorso su Repubblica a Martin Angioni, responsabile Amazon Italia http://intranews.sns.it/intranews/20120511/SI65045.PDF

Interessante perché solleva, una volta ancora, alcune importante questioni, in particolare in merito all’anomalia tutta italiana per cui grandi marchi editoriali sono anche proprietari di grandi catene distributive e di vendita. In sostanza Angioni dice che le piccole librerie indipendenti (con tutto il loro indotto) sono state messe in crisi dalle librerie di catena e non da Amazon: è verissimo, secondo me, anche se mi sembra comunque che si rimanga nel recinto della lotta deregolarizzata “pesce grosso mangia pesce piccolo”. Solo che ora gli ex pesci grossi italiani si troveranno a che fare con un pesce ancora più grosso e, in tutta onestà, non è possibile provare empatia per loro che per anni hanno letteralmente maramaldeggiato alle spalle dei piccoli (a proposito: “piccolo”, “indipendente” non sono di per sé garanzie di qualità, niente affatto. Però io in questi mesi ho incontrato un sacco di bellissime persone che ogni giorno tirano su la serranda della loro piccola libreria e cercano davvero di migliorare le giornate delle persone: penso che si tratti, a loro modo, di piccoli eroi, di quelle ricchezze che poi ci si ritrova a rimpiangere solo quando le si perdono, ecco).

3. L’editoria a pagamento e il self publishing. Ecco, credo invece che questo sia il “male assoluto”. Non tanto perché mette sullo stesso piano chi si è smazzato per anni, con impegno e sacrifici (non ci si crederà, ma la scrittura è un duro, sporco e solitario lavoro) con chi in due e due quattro si inventa scrittore. No, non è tanto questo. È che si tratta di un sistema del tutto diseducativo, che elimina a monte la fatica (la “fatica” per me è sempre una cosa positiva), proponendo scorciatoie assurde e del tutto impraticabili in altri settori. Ora, immaginate undici ragazzi, scartati da tutti settori giovanili d’Italia, che rifiutano il giudizio professionale e si spera “competente”, e decidono di far da soli, costituiscono una loro squadra e con questa pretendono – “pretendono”, davvero, ecco il punto – l’iscrizione alla Serie A dietro pagamento di un lauto compenso a manager trafficoni. Ecco, se avete immaginato una cosa del genere, vi avvicinate un po’ al mondo del SP e dell’EAP. Tutto questo ipertrofico attivismo, tra l’altro, alimenta un mercato già abbastanza saturo di suo, un fiume in piena di pubblicazioni e novità – un’etica della massiccia pubblicazione cui negli anni hanno contribuito alla grande anche gli editori tradizionali – che fa sì che tutto sia nuovo e un minuto dopo già vecchio, che le settimane culturali del più sperduto paese di provincia siano comunque letteralmente invase dalle presentazioni di libri, senza differenza se quello che parla è Philip Roth o mia zia con il suo volume di ricordi caserecci. È stampato? Allora sei scrittore, che male c’è.

Ecco.

Queste erano le tre considerazioni.

Ne aggiungo una quarta, che è anche una piccola anticipazione: nuovo romanzo, nuovo anno (la mia casa editrice non è di “quelle là”: è anche per questo che le voglio molto bene).

Qua sopra, comunque, presto se ne vedranno alcune nuove.

Stay tuned 🙂