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Libri sotto l’ombrellone? No, grazie!

Siate felici!
Fregatevene dei “consigli di lettura”.
Soprattutto dei consigli per i “libri sotto l’ombrellone”.
I “libri sotto l’ombrellone” sono il male. Sotto l’ombrellone ci devono stare la Gazzetta dello Sport, un certo grado di cazzeggio social, le chiacchiere con quelli che ci sono lì vicino, qualche bel pensiero in testa, i giochi dei bimbi, la meraviglia per quanto si è fortunati – nonostante tutto, NONOSTANTE TUTTO – a esserci, a essere lì.
Ma se proprio-proprio non ne potete fare a meno, se proprio-proprio non vi daranno poi fastidio le pagine piene di sabbia e le copertine scolorate e gli schermi dei device graffiati, allora io di consigli comunque non ne ho. Ma posso segnalare alcuni libri che ho letto e che mi sono piaciuti, ecco.

Fabio Geda, Marco MagnoneBerlin (Mondadori)
Questo, in effetti, non è un libro singolo, ma una saga. Quindi, se tra una paletta e un secchiello, tra la crema solare e la voglia di un mojito al bar, non avete timore nell’infilare nella borsa-mare sei-dico-sei libri, ecco che “Berlin” è ciò che fa per voi. “Berlin” racconta di un mondo dove gli adulti sono tutti morti per via di un misterioso virus che, di fatto, uccide al compimento più o meno della maggiore età e… Eh sì, lo so: non tirate subito fuori Ammanniti o “questo l’ho già sentito”, perché poi “Berlin” – che comunque è un progetto editoriale che si è snodato in tre anni – è qualcosa di estremamente raffinato. Certo, c’è del fantasy. Certo c’è – miodioooo! – del “young adults” (e certo, lo fa Mondadori in hard cover). Certo, ci sono tutte queste cose, compresi i brufoli e i “palpitamenti” di sentimenti adolsecenziali. Però avete presente quelle cose che fanno davvero battere il cuore? L’avventura! L’amore! Il rischio! La passione! Gira pagina, dai, gira, ancora una, una che voglio vedere come va a finire. Vi pare poco?

Nathan EnglanderUna cena al centro della terra (Einaudi)
Allora, qui dobbiamo parlare di quello che secondo me è tra i tre/quattro migliori scrittori viventi (la sparo un po’ grossa? Niente affatto). Il suo meglio Englander lo dà nella forma-racconto, ma già nel suo precedente “Il Ministero dei casi speciali” aveva dato prova di tenere benissimo la “lunghezza”. Questa è una spy story, mescolata a un sacco di altre cose (come sono poi tutte le spy story, no?). C’è un particolare di Englander che non vi ho ancora detto: quando leggete Englander capite che per scrivere – per scrivere bene intendo – non ci deve essere nemmeno una parola giù di posto. O inutile. E’ un po’ come riascoltare un vecchio album dei REM. Provare per credere.

Massimo MantelliniBassa risoluzione (Einaudi)
Qui, con questo libro, vi abbronzerete pochissimo. O forse moltissimo, dato che è breve. Ma ehi, volete sapere come ci stanno fregando? Anzi: come ci stiamo fregando da soli? Come e quando abbiamo accettato di declassare le nostre vite e accontentarci di sogni a bassa risoluzione, appunto? E di come l’abbiamo fatto proprio noi, che avevamo invece sogni di rock’n’roll? Un libro semplice, immediato, perfetto. E se queste frase vi suona un po’ come una fascetta, ok, che male c’è? Per una volta può anche starci.

Kent Haruf
TUTTO QUELLO CHE HA SCRITTO KENT HARUF (in Italia lo edita NN). Che sono poi quattro romanzi. Ma che ve lo dico affà?

Giobbe feat. DioIl Libro
Il male, il bene, il dolore e la ricompensa. Il senso delle cose, di tutte. Non abbiate timore di essere scambiati per Testimoni di Geova se vi portate in spiaggia il “Libro di Giobbe”. Non è che solo perché uno va in spiaggia deve per forza trasformarsi in un coglione laureato all’Università della Vita. Tra l’altro, dopo aver letto Giobbe provate a farvi un giro su Fb e vedrete sotto una luce nuova anche il post più odioso del personaggio che vi sta più antipatico, il vostro Scanzi personale. E sì – spoling – c’è un perché nel fatto che esistano queste persone, che scrivano certe cose, che voi vi arrabbiate e, insomma, nel succedersi dei fatti. Si chiama “vita”. Bisogna spiegarsela, in qualche modo.

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Gli “invisibili” di Vincenzo Soddu

img_0269Con “Invisibili” (Arkadia, 2018), Vincenzo Soddu scrive l’ennesimo libro sulla scuola. Ennesimo non suoni come un demerito perché lo dice lui stesso, nella nota al termine del romanzo, considerando l’universo-scuola appunto come un universo, sempre mutabile nei suoi apparentemente immutabili meccanismi. La scuola è talmente tanto un universo da essere, proprio come l’universo vero e proprio, in continua espansione (anche perché è soggetta a un ricambio costante di attori protagonisti). L’espansione, naturalmente, è il presupposto perché le storie non finiscano (potenzialmente) mai.
Dunque, in “Invisibili” non troverete un professor Keating. Non un Dewey Finn di “School of rock”. E nemmeno il professor Vivaldi, della scuola di Starnone (che pure è sicuramente uno degli autori presenti nell’immaginario e nella scrittura di Soddu). Troverete, invece, Alessandro, un insegnante cinquantenne, disilluso dalla professione e dalla vita, sull’orlo di un alcolismo conclamato. E, soprattutto, solo. Solo di una solitudine che si è sostanzialmente autoimposto, una condizione capace di ferire mortalmente. Ecco, Alessandro lo incontriamo in questo frangente: dopo tanti anni è stato trasferito dalla sua storica classe serale, dove ormai aveva consolidato una rassicurante per quanto inappagate routine, ad una di quindicenni. E quindi? Quindi cosa succede? Succede che in questo suo nuovo ruolo, Alessandro si trova improvvisamente di fronte i classici casi critici, quelli che ci sono in ogni classe di scuola superiore che si rispetti. Ma è a questo punto che il racconto di Vincenzo Soddu raccoglie a piene mani la tradizione di tutte le narrazioni sull’universo-scuola, per reinterpretarle in modo proprio e originale. Perché, in questo romanzo non è tanto Alessandro a “salvare” i casi critici, ma il contrario. Anzi, ancora meglio: sia Alessandro che i casi critici si salvano a vicenda, insieme, come marinai in una stessa nave, senza condottieri autoritari, ma semmai autorevoli.

I ragazzi erano e sono così, mi dissi, e si deve pensare con la loro testa, altrimenti si può anche rinunciare a capirli. Ci si deve guardare dentro e chiedersi ogni volta se si vuole conquistarli o accontentarsi di tenerli a distanza, se si vogliono demonizzare i loro feticci, o magari usarli per farli crescere. Così, per conquistarli, bisogna abbracciarli metaforicamente, avvicinarsi, anche fisicamente, respirare la stessa aria, non stare seduto in cattedra, ma passeggiare tra di loro, donargli il cuore, perché poi tornerà sempre indietro.

Con una narrazione che alterna riflessioni personali a una sorta di “diario di classe”, Alessandro/Vincenzo ci conducono dunque all’interno di un meccanismo di rinascita che coinvolge tanto i ragazzi quanto il protagonista, in una sorta di scrittura collettiva (anche se “fittizia”, trattandosi di un romanzo). La destinazione finale, per tutti, sono gli scrutini di luglio. Quell’altra destinazione finale, quella metanarrativa, sta invece dalle parti di Barbiana.

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Memoria di un “paesaggio fragile”

9788806228330_0_0_1547_75Il paesaggio fragile è quello spesso in ombra, segnato da antiche memorie relative al lavoro e all’abitare, che attraversa valichi alpini, vie di sale e di libri, architetture dimenticate di terra cruda e di orizzonti ormai senza storia.
Il paesaggio fragile – L’Italia vista dai margini” (Einaudi) è anche il titolo del lavoro di Antonella Tarpino, che fa seguito così a quel “Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro“, vincitore del Premio Bagutta nel 2013.
Si tratta di quattro itinerari, per lo più concentrati in un’area geografica piuttosto “ristretta”, tra Liguria e Piemonte, con escursioni in Lunigiana o nelle valli piacentine, oltre a una più dettagliata fotografia sulle costruzioni in terra che arriva fino alla Marche e in Calabria.
Il libro di Antonella Tarpino, tuttavia, non è una guida turistica e nemmeno una riflessione passatista sulle presunte meraviglie di un passato ora scomparso. Certo, gli itinerari sono segnati dalle descrizioni delle vite di chi quelle strade le ha vissute e di chi ha abitato quei borghi ora spesso desolati – viandanti, commercianti di sale, acciughe, libri, neve. Eppure nelle pagine del libro emerge che il “paesaggio fragile” per eccellenza è quello della memoria, vale a dire il paesaggio simbolo di ciò che sta al confine tra visibile e invisibile. Grazie a queste coordinate, la memoria non è qualcosa cui rifugiarsi vagheggiando un’eta dell’oro peraltro mai esistita e non è nemmeno quell’esito sincretico e balzano che induce a pensarla come stereotipo identitario ed escludente. Quello è fare falsa memoria ad uso improprio (a volta anche elettorale). La memoria, esattamente come i paesaggi – tanto più i paesaggi di confine – è invece qualcosa di fluido e che, tramite le tracce che ne costituiscono la trama incessante, determina la lettura di un luogo e, nel migliore, dei casi, anche la sua prospettiva di futuro. “Nello scarto violento che viviamo, con il globale che ridisegna lo spazio e i paesaggi desueti del nuovo che invecchia, gli antichi margini, fragili ma emersi, per così dire, al nostro sguardo, possono riaprirsi un varco nelle geografie mobili del contemporaneo. Come? Anzitutto con un movimento mentale, una torsione dello sguardo: un cambio di legenda (…) dispiegando, in via preliminare, la potenza che il linguaggio ha di rinominare ogni volta le cose in tal modo da prefigurare, per successivi scarti, nuovi orizzonti. Spetta anzitutto alle parole, corrette dalla memoria profonda dell’abitare, il compito di riparare il paesaggio fragile, guasto. Oltre lo sguardo, questo sì opaco (e troppo corto) del presente, con il suo lessico infranto, per poterlo riguardare, quel paesaggio, e insieme averne riguardo”.
Antonella Tarpino, dunque, attraverso le pagine del suo libro, non ci conduce alla scoperta di luoghi dimenticati (e, come troppo spesso capita, possibili prede di un turismo senza storia e senza rispetto), ma dispiega con estrema precisione l’importanza delle parole nella costruzione di una memoria che sia il più possibile (ri)condivisa. E questo è importante non tanto per una narrazione precisa di “come siamo stati”, quanto piuttosto per una rialfabetizzazione del paesaggio che diventa necessario non per un esercizio filologico, ma per dare un senso compiuto alla “torsione”, al “ritorno”, alla “salvaguardia”, alla cultura. All’opporsi a quel diventare “invisibili a se stessi” che rappresenta una delle principali forme di povertà immateriali dell’oggi.

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Altre due cose (+1) che devo aggiungere sui “libri per il 2017”

Il fatto è che non avevo finito. Cioè, quando avevo scritto quell’altro post, l’anno non era finito e io non avevo ancora terminato alcune cose. E quelle alcune cose ora le vorrei proprio far entrare tra ciò che mi porterò sicuramente dietro, nel nuovo anno, tra quelle che quando le riprenderò in mano, e beh, dirò “ah, il 2017, che ottima annata”.
Ci sono due libri e un podcast.
71nnuoja7lIl primo libro è “Nudi come siamo stati” e l’ha scritto Ivano Porpora. Allora, da quanto so (e leggo sui social, dov’è piuttosto attivo) Ivano Porpora abita a Viadana (Mantova) e tifa Milan e Parma, il che rappresenta una combo per me potenzialmente letale. Però, avete presente quando vien fuori qualcuno a dire “eh, ma la narrativa italiana è scialba, priva di nerbo, ombelicale, pensierodebolosa, blablabla…”? Avete presente? Bene. “Nudi come siamo stati” è l’esatto contrario. “Nudi come siamo stati” è una narrativa potente, profonda, densa, impegnativa e mai banale. Al che uno potrebbe pensare “vabbè, è un libro palloso”. E invece no, niente affatto. “Nudi come siamo stati” ha un plot vivo, che ti si pianta lì in mezzo, in testa, e magari mica subito, ma ti ci ritrovi a pensarci su anche dopo qualche settimana. Che è una delle caratteristiche principali dei libri davvero-davvero importanti.

nzoPaciv Tuke” è stata invece qualcosa di inaspettato e bellissimo. Per me è andata così. Poco prima di Natale sono tornato in libreria perché avevo dimenticato un paio di cose. Lì, il libraio si era a sua volta dimenticato di dirmi che la mia amica e scrittrice Fabrizia Amaini – “Sopravvissi non so come alla notte“, fra gli altri – aveva lasciato per me un classico “libro sospeso”. Il libro era poi questo magnifico romanzo di Simona Fiori, che racconta le vicende del nano Ferdinand, della donna barbuta Gwenna, della ragazza Tania e dell’orsa Pia, zingari ad Auschwitz. “Paciv Tuke” è un romanzo durissimo e intenso. Che improvvisamente – e spesso in modo del tutto inaspettato – si squarcia di poesia. Luminosa. Per me è stata una straordinaria sorpresa. Non è vero che il tema del porrajmos – lo sterminio degli zingari nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale – non è mai stato trattato da nessuno, come si sente dire a volte. Lo hanno trattato in diversi autori. Simona Fiori però lo fa in modo magistrale.

Veleno“, infine, è un podcast, prodotto per Repubblica.it e realizzato da Pablo Trincia e Valeria Teodonio. Racconta una storia sconvolgente – nel vero e più proprio senso del termine – di cui è difficile anticipare qualcosa senza fare spoiling. Le vicende sono reali e sono in gran parte ambientate tra Massa Finalese e Finale Emilia. “Veleno” è un’inchiesta in sette puntate, ma è anche una narrazione pazzesca, dove non manca un aspetto assente invece in gran parte della produzione entertainment e mainstream attuale: la pietà. E dove risuona potente la voce di Guglielmo da Baskerville ne “Il nome della rosa“: “La sola prova dell’esistenza del diavolo è il nostro desiderio di vederlo all’opera”.

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Montarsi la testa

1.
Qualche giorno fa a Correggio è venuto Walter Veltroni a presentare il suo nuovo romanzo, “Quando“. Il nuovo romanzo di Walter Veltroni, “Quando”, è stato già ampiamente dibattuto dalla critica (per esempio, Christian Raimo ne parla qui, anche con un certo livore). Non credo che leggerò “Quando”, il nuovo romanzo di Walter Veltroni, esattamente come non ho mai letto alcunché della (secondo me sostanzialmente trascurabile) opera letteraria di questo autore. A dire il vero, non trovo alcuna ragione per cui si dovrebbe impiegare tempo a leggere un romanzo in cui Walter Veltroni spiega, con il suo modo walterveltronesco, gli ultimi 30 anni di storia italiana, come se per farlo non gli fossero stati sufficienti la politica, i ruoli ricoperti, le trasmissioni tv in cui è stato ospite, persino il cinema che ha fatto, i documentari, il giornalismo e qualsiasi altra cosa toccata dal multiforme ingegno di un artista così poliedrico in questi 30 anni. Lo spunto da cui prende le mosse la trama di “Quando” è poi semplicemente ridicola (metto uno in coma e quando si sveglia gli spiego cos’è successo nel frattempo), ma non è questo il punto. Il punto è che “quando” Walter Veltroni è venuto a presentare a Correggio il suo ultimo romanzo “Quando”, a Correggio la sala era pienissima. Di più. Walter Veltroni a Correggio ha fatto letteralmente il sold out. Ha sorriso, ha parlato, ha firmato le copie del libro (quindi in questo momento qualcuno avrà nella sua libreria una copia di “Quando” firmata dall’autore). Non è però un problema di Correggio. Credo sia così un po’ dovunque. Almeno lo auguro, sinceramente, a Walter Veltroni.

2.
amacheNel frattempo, con un’ardita operazione commerciale, la casa editrice Feltrinelli, giusto in tempo per il Natale, ha mandato in libreria un tomo – che è un qualcosa che sta a metà tra un oggetto contundente e un pezzo dal design minimalista – che raccoglie 25 (venticinque) anni di “Amache” di Michele Serra. Attenzione: non stiamo parlando qui di un dotto repechage di un autore meritevole ma misconosciuto. Perché in questi 25 anni, Michele Serra – che certo ha capacità di scrittura notevolissime e in sostanza è anche bravissimo – le sue “Amache” le ha pubblicate in prima pagina su “Repubblica” (e il tutto avviene mentre al cinema esce un film tratto dal precedente lavoro di Michele Serra – “Gli sdraiati”, diretto da Francesca Archibugi, con Claudio Bisio – in cui Michele Serra parla dei giovani).

Dunque.
Dunque la domanda è: ma, esattamente, a chi parla questa gente qua? A chi parlano i Serra, i Veltroni e tutti gli altri che hanno okkupato, a volte quasi militarmente, lo spazio culturale italiano proprio degli ultimi 25-30 anni (vale a dire gli anni di cui adesso scrivono, nuovamente loro)? Quante incredibili e straordinarie risorse impiega l’industria editoriale di casa nostra per editare, pubblicare, distribuire e diffondere libri che raccontano la storia di 30 anni scritta da chi l’ha già scritta in questi 30 anni? Quante ricchezze avrebbe potuto offrire, a noi lettori, la casa editrice Feltrinelli se invece di pubblicare 25 anni di cose già pubblicate in prima pagina su “Repubblica” avesse offerto la possibilità a qualcuno di dire qualcosa di nuovo?
E allora – nonostante le sale piene – il sospetto è che questa gente qua non parli nemmeno più al proprio pubblico (o a “un” pubblico), ma solo a se stessa, al proprio circolo intellettuale, dentro un recinto ben delimitato che va da “Repubblica” al salotto di Fazio, alla domenica sera, transitando per interventi su Micromega (per i più “colti”) o attraverso lo sdoganamento pop di qualsiasi altra cosa (tipo i programmi di Giletti).
Nel frattempo, in un frattempo che ci sembra persino bello addormentarci cullati dalle suadenti parole di Walter Veltroni e sognando Berlinguer, ecco, nel frattempo là fuori, là fuori dal recinto, là fuori nel mondo reale, la cultura la fanno Matteo Salvini e i naziskin.
Punto.
A capo.

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Un’ottima annata

img_0129Per una serie di fortunate coincidenze – treni presi, aerei in volo, viaggi, destinazioni, hotel, ostelli – quest’anno sono riuscito a leggere molto. Che meraviglia. E anzi, potrei dire tranquillamente “mammamia quanti libri belli ho avuto la fortuna di leggere”! Già, “mammamia”. Son tre mesi che mi dico che questa volta mi sarà impossibile fare il classico “podio” o “cinquina” di consigli, perché è stata davvero un’ottima annata e, come nelle migliori vendemmie, le “ottime annate” non si classificano. Si gustano. Quindi sì, certo, ho letto “Eccomi” di Jonathan Safran Foer, ho (già) letto il nuovo Zerocalcare (“Macerie prime“), ho letto alcuni classici e ho tappato dei buchi che avevo (tipo con “La famiglia Karnowski“), ho letto “Le otto montagne” – che manco vi devo linkare – e anche “Il giro del miele“. Ho letto ancora Jon Kallman Stefansson (“qualsiasi cosa”, ma che ve lo dico a fare, lui ormai è un “dovere”). Sono anche in pari con la saga di “Berlin“, di Fabio Geda e Marco Magnone.
Ma non sono questi libri che metterò qui di seguito.
E non metterò nemmeno il nuovo di Paul Auster – che pure devo ancora comprare.
Qui provo a segnalare alcuni libri che io, in persona, regalerei anche se uno li ha già, proprio per dire “guarda, ti voglio bene, ti regalo comunque qualcosa che te lo dimostra”. Sono frammenti di consigli sentimentali, se così si può dire.

Dunque, il primo è “Il caso Malaussène – Mi hanno mentito“. Perché? Perché fin dalle prime anticipazioni sull’uscita del libro, avevo scorto un certo pessimismo sulla “minestra riscaldata” di Daniel Pennac e invece no, invece no: ritrovare Belleville e la famiglia Malaussène ha avuto il sapore, come dire?, di “tornare a casa”, ecco. E pazienza per quel “continua” finale: io credo fermamente in Malaussène e non me la sono presa, tutt’altro. Quel “continua” è un augurio.

Con “Il Nix“, di Nathan Hill – accidenti a lui – mi è capitata una cosa che nella mia vita di lettore mi era successa solo in un’altra occasione. E quell’altra occasione era per “Le fantastiche avventure di Kavalier&Clay” – e ho detto tutto. E quella cosa, invece, è arrivare all’ultima pagina, chiudere il libro e dire “oh, ma quanto piacerebbe A ME saper scrivere una storia del genere, in questo modo!”. Tipo come quando da bambino vedevo Nicola Berti e provavo a fare uguale, ma riuscivo al massimo a somigliare ad Angelo Orlando. “Il Nix” è un libro super, che tiene le fila della storia, tra vari salti temporali e narrativi, sempre con grande maestria (e ottimamente tradotto da Alberto Cristofori, che dirlo non fa male).

Neve cane piede“, di Claudio Morandini, è un breve, bellissimo romanzo che:
punto numero uno si svolge in montagna;
punto numero due ha per protagonista un personaggio che non dimenticherete tanto facilmente;
punto numero tre sembra che parli di vita e invece parla di morte, ma invece parla di vita.

Il Regno” è stato uno dei tre libri di Emmanuel Carrère che ho letto quest’anno. Ora, facile dire “beh, ma bella scoperta…” perché, cacchio, me lo dico anche da solo, non infierite. Ora, “Il Regno” racconta, al modo di Carrère, la storia di una conversione. E poi di una controconversione. E poi racconta di San Paolo e di quel libro incredibile e misconosciuto che passa con il titolo “Atti degli Apostoli”. Esattamente a pagina 101 c’è la frase più bella che abbia letto quest’anno, in assoluto: “Ti abbandono, Signore. Tu non abbandonarmi”.

E poi… Beh, e poi, ovviamente: MICHAEL CHABON, “Sognando la luna“. Scrivo il nome in maiuscolo, apposta. Il “mio” Autore. Chabon per me è come il no look con cui Pirlo smarca Fabio Grosso, è come un film di Steven Spielberg, è come un album degli U2. Non mi interessa la qualità, non sono obiettivo, MAI, con Chabon. Per me è e resta in assoluto il migliore. Ma “Sognando la luna” è davvero un piccolo capolavoro (il  “grande capolavoro” rimane Kavalier eccetera eccetera). Davvero il miglior Chabon, in grande forma.

A questo punto, dunque, potrei/dovrei aver finito.
Invece no.
Perché vorrei spendere qualche ulteriore consiglio per una serie di libri di amici. Ho alcuni amici che scrivono cose incredibili e per me sono “incredibili” non perché sono amici, ma proprio a livello oggettivo.
Di “Queste stanze vuote“, di Massimiliano Maestrello, avevo già parlato qui (dio salvi la Regina, sì, ma anche chi ha inventato i link).
Massimo Canuti se ne è uscito quest’anno con “Le coincidenze dell’estate“, che ha una copertina che mi convince poco – e lui lo sa – ma che è una piccola e deliziosa storia, dove alcuni macrotemi – la solitudine, la diversità, l’amicizia, la vecchiaia – vengono svolti in modo delicato e leggero e ironico, così tanto che alla fine ti lasciano felice di aver letto quella storia lì. Che non è poco. Comunque ne avevamo parlato qui.
Matteo De Benedittis quest’anno ha voluto esagerare e ha pubblicato due libri. In uno “Dinotrappole” ok, ci mette di mezzo i dinosauri e quindi vuole vincere facile. Ma nell’altro, “S.M.A.R.F.O.“, riesce a condensare alcuni temi di attualità, di pseudogiovinanza e di celato harrypotterismo (anche senza magia) che, insomma, a me in alcune parti ha persino commosso anche se lui voleva far sorridere.

P.S.
Ovviamente, non ve la sto qui a menare con “Sui confini“. Ehi, a proposito: apparte le belle parole e le pacche sulle spalle e i complimenti, ma poi “Sui confini” l’avete comprato/letto?

P.P.S.
Non vi ho ancora convinto? Bene, allora ecco la cartuccia finale. Un libro pazzesco, bellissimo: “Io non mi chiamo Miriam“, di Majgull Axelsson.

Libreria

Tre libri per l’estate (+1)

Piccola puntata estiva per alcuni “consigli” – che poi, “consigli” è una parola fin troppo importante: diciamo, allora, suggerimenti nel caso vi trovaste in una libreria, in procinto di partire, cercando qualcosa da portare con voi (o semplicemente da sfogliare mentre siete lì e fuori picchiano 41 gradi e la libreria ha l’aria condizionata e la libraia è carina e sperate di fare colpo su di lei e, insomma, niente, “suggerimenti”, allora, tanto per scrivere qualcosa).

P.S.
Non sono libri che troverete in autogrill, quindi, se siete interessati, muovetevi per tempo.

Gianluca Serra, “Salam è tornata” (Exòrma)
salamProvate a immaginare di trovarvi in un posto dove sembra non succeda nulla, poco prima però che in quel posto accada “tutto”. Provate a immaginarvi se quel posto fosse per esempio la Siria – quando ancora la Siria era “quel luogo, ma sì dai, quello Stato dove c’è quella regina, tanto caruccia…”. Provate a immaginarvi, dunque, di essere in Siria, sulle tracce – e poi in difesa – di un uccello, un uccello sacro agli egiziani, un uccello che si riteneva estinto da almeno settant’anni. Provate così a raccontare la catastrofe prima della catastrofe, un attimo prima, che è poi quello in cui tutto diventa chiaro, l’attimo perfetto in cui è possibile ancora raccontare ciò che subito dopo non lo sarà più, la Siria, appena prima dello scoppio della guerra civile, con i beduini, i servizi segreti, la corruzione, il potere sfarzoso, i deserti, la cooperazione internazionale. Provate a immaginare di scattare questa fotografia, fare click, salvarla sulla memory card e poi riguardarla, dopo, dopo che tutto è successo e che tutti hanno parlato, e capire che il “tutto” era già lì. Un istante prima della catastrofe.
Ecco, questo è “Salam è tornata”.
Un libro dove – e so che sembra impossibile, ma è così – si ride anche molto.

Massimo Canuti, “Le coincidenze dell’estate” (e/o)
cover_9788866328377_1930_600C’è Milano e c’è l’estate (binomio raramente “vincente”). Poi ci sono un adolescente, Vincenzo, un tizio che recentemente è diventato un barbone, Italo, e una serie di altri personaggi, soprattutto anziani, tra cui spicca Evelina, ex parrucchiera dei divi di Cinecittà.
“Le coincidenze dell’estate” è un romanza che parla di un sacco di cose che, secondo me, si possono tutte riassumere nella voglia di “reset”: non importa che tu abbia 15 o 90 anni, esiste sempre un momento in cui la necessità è quella di resettare tutto, fare silenzio e ricominciare qualcosa di nuovo e magico e avventuroso. E la tua “isola del tesoro” potrà anche essere la scoperta dell’identità sessuale, il ritrovare una famiglia che pareva irrimediabilmente perduta o, più semplicemente, recuperare il senso di umanità che conduce a quel gesto, così semplice e così difficile, che è il “fare compagnia”.
Massimo Canuti ha scritto un romanzo “pulito” senza cadere nella smanceria, in una narrazione estremamente cinematografica, come ritmi e cadenze. Inoltre si dimostra uno scrittore coraggioso, perché porta felicemente in scena personaggi con età drammaticamente difficili da rappresentare: adolescenti e anziani, categorie cui molti autori opporrebbero facilmente un salvifico “vade retro”.

Jonas Hassen Khemiri, “Tutto quello che non ricordo” (Iperborea)
20161118150714_tutto_quello_che_non_ricordoSamuel, il protagonista di questo stupendo romanzo, è morto. Questo non è spoling di bassa categoria. È proprio così. Com’è morto Samuel? Un incidente, parrebbe. Ma forse qualcos’altro, un incidente in qualche modo voluto. Come sono andate le cose? Prova dunque a ricostruire la vita di Samuel uno scrittore, che va a raccogliere le testimonianze di amici, fidanzate, compagni, coinquilini, componendo una narrazione che parte dal gioco del “what if” – che cosa sarebbe successo se quello che è successo non fosse successo – ma arriva alla conclusione che ciò che resta di noi, resta nelle parole di chi ci racconta e che raccontare una persona significa raccontare un tempo e che tutto, nel racconto, è comunque e sempre vivo. E che questo, però, potrebbe essere solo un’illusione. Potrebbe.

Il +1
In precedenza, mi era accaduto una volta sola di pensare “accidenti, questo romanzo mi sarebbe piaciuto scriverlo io, se solo ne avessi le capacità…”. Era stato per “Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay”, di Michael Chabon (no, non è vero, era successo anche per “Ogni cose è illuminata”).
Beh, comunque sia, è successo di nuovo per “Il Nix” di Nathan Hill (Rizzoli).

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Cinque libri per il 2016 (+ un’altra cosa) (+ un’altra cosa ancora)

FullSizeRender“Cinque libri per il 2016” è un titolo ambizioso. Dovrei aggiungere la solita precisazione “che ho letto io”, per onestà (che poi sono state letture tutto sommato limitate perché è stato un anno lungo e complicato da varie cose). Ma se ne scrivo qui è più che altro per evitare di dimenticarmi di questo anno bisesto, che in molti auspicano termini presto, ma che, invece, dovremmo tener caro, come si tiene in conto di tutto ciò che passa e che, comunque vada, non ritornerà (o non ritornerà più allo stesso modo). Letture comprese.

Jon Kallman Stefansson, Paradiso e Inferno (Iperborea)
Ho deciso di leggere un solo libro di Stefansson all’anno, anche se avrei voglia di accelerare (e a occhio e croce, ogni anno l’ex bibliotecario islandese sarà in cima a post simili a questo). Quest’anno è la volta di “Paradiso e inferno”, che è un racconto che inizia con due amici pronti per una battuta di pesca. Uno muore quasi subito, in modo anche abbastanza stupido. Ma dove uno muore per aver dato troppa importanza alle parole, l’altro sopravvive proprio per l’importanza delle parole stesse. Sembra una cosa da poco, solo che Stefansson è un autore talmente straordinario che credo che anche una sua lista della spesa acquisirebbe immediatamente indiscutibile spessore poetico.

Emmanuel Carrère, A Calais (Adelphi)
Sono 50 pagine. Magistrali. Dove Carrère parla di Calais – anzi della “jungle” di Calais, ad un certo punto dell’anno il più grande ed esteso e pericoloso campo profughi in terra europea – senza però nemmeno entrare nella “jungle” di Calais. Ma siccome Carrère è un grande scrittore, parlando/non parlando di Calais e della sua jungle in realtà parla di noi stessi alle prese con la paura di essere noi stessi allo specchio. Cinquanta pagine sono più o meno un romanzo di Erri De Luca. Ma questa non è una “furbata” di Adelphi per sfruttare un nome di punta: è una piccola opera, a suo modo, definitiva.

Zerocalcare, Kobane Calling (Bao)
Non è perché è Zerocalcare e allora fa ridere. Non è perché è Zerocalcare e fa ridere, sì, però questa volta no. E non è nemmeno perché l’argomento trattato ti prende come una stretta allo stomaco e non ti abbandona più, fino alla fine del libro. Non è per nessuna di queste ragioni, pur essendolo un po’ per tutte. Ma è soprattutto perché Zerocalcare ha scritto una grande storia. E poi l’ha anche disegnata. Ma prima di tutto l’ha scritta. “Che ne sappiamo noi dei curdi?” è una domanda che dopo “Kobane Calling” ha meno senso farsi. Parlano tutti bene di Zerocalcare (ma proprio “tutti” compresi quelli che non parlano mai bene di nessuno, tipo anche il Fatto Quotidiano): nasce del sospetto verso quelli di cui tutti parlano bene, ma questa volta gli elogi sono davvero meritati.

Fergus Fleming, A caccia di draghi (Castelvecchi)
Io per esempio non lo sapevo che sulle Alpi esistessero i draghi. Sono scomparsi quando l’uomo ha cominciato a conquistare le alte vette, in modi a volte buffi, altre ingegnosi, altri ancora temerari, ma sempre avventurosi. L’epica narrazione di questa scacciata dei draghi è appunto al centro del libro di Fleming (che è stato ripubblicato ora da Elliot, solo che io l’ho letto nell’edizione Castelvecchi e quindi mi attengo a quella). Unico neo: il libro parla, con umorismo e arguzia, della corsa alle vette delle Alpi occidentali (quelle francesi, savoiarde e svizzere) e per chi, come me, abita a cavallo dell’A22, le Alpi sono più quelle “altre”.

Roald Dahl, Il GGG (Salani)
Tra un po’ esce il film (l’ha fatto Spielberg). Quale migliore occasione, dunque, per prepararsi all’evento che leggere il GGG a Lorenzo, alla sera? Ma quanto ti accorgi che sei tu, adulto, ad attendere con ansia il momento di andare a letto, per andare avanti con la storia, per capire che fine faranno San Guinario e gli altri maledetti ciucciabudella, allora cogli una volta in più la grandezza e il potere di una storia e della capacità di saperla raccontare bene. Dahl era un maestro.

P.S.
Sì, lo so che quest’anno è uscito “Eccomi“, il romanzo nuovo di Jonathan Safran Foer. Sono a metà lettura. Si tratta di un libro tecnicamente perfetto. Però, JSF, però: la magia di “Ogni cosa è illuminata” non c’è. La perfezione non significa empatia, così come Jonathan Franzen non sarà mai Foster Wallace. “Ogni cosa è illuminata” era un libro necessario. “Eccomi” è perfetto. Ma, tutto sommato, potevamo farne a meno? La domanda vale il prezzo del dubbio ed è già una mezza sconfitta per chi ha amato Safran Foer sopra ogni altro autore.

P.S. 2
Anche quest’anno, naturalmente, sono state pubblicate tonnellate e tonnellate di carta straccia. Cioè, l’editoria italiana ha persino trovato le risorse per pubblicare un troglo come Matteo Salvini con il suo offensivo “Secondo Matteo“. Eppure, eppure che ne dite di “Cazzi miei“, imperdibile opera di Gianna Nannini edita da Mondadori? C’è ancora spazio e fondo per raschiare il barile prima della fine?

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Quattro libri + 1 che quando ricorderò il 2015 mi ricorderò di loro

Calano i lettori – magari non crederete, ma l’Istat dice che c’è gente che non ha letto nemmeno un libro in tutto l’anno, neanche per sbaglio! – chiudono le librerie, quelle che restano aperte se la passano un po’ così e insomma, l’Era Mondazzoli che Tremare il Mondo Fa è un po’ questa.
Eppure anche lo scorso anno sono stati pubblicati al solito oltre 60mila titoli (“al solito” tranne il mio, pazienza).
E tra questi 60mila titoli, anche a me – lettore medio, scarso, distratto, affannato e sempre di corsa – ne sono capitati tra le mani alcuni che vado ora a segnalare in mezzo alla nebbia come forma di sostegno e resistenza all’attività libraria correggese.
DSC_3595Dunque, “il più bel libro che mi sia capitato di leggere quest’anno” è stato “Il soggiorno”, di Andrew Krivak, (Keller). Esatto. Tanto per cominciare, fin dall’inizio il libro si preoccupa di informare sul fatto che sul far della sera del dell’Ottocento, in America (più precisamente in Colorado) esisteva una comunità di immigrati slovacchi. Slovacchi in Colorado. Il che sarebbe già di per sé interessante. Ma, ovviamente tale informazione non poteva rimanere scevra di conseguenze. E le conseguenze sono una splendida narrazione della Prima Guerra Mondiale, vista con gli occhi di Jozef, un tiratore scelto arruolato nell’esercito asburgico. Quindi la guerra in Italia. Ma vista dall’altra parte. Che rimane lo stesso inutile massacro di sempre, ma da una prospettiva diversa rispetto a quella cui siamo abituati. Ci sono poi tre o quattro punti dove bisogna tenere i nervi saldi per non commuoversi troppo. E nelle prime pagine accade qualcosa di terribile, che non svelo. Ma il modo in cui quella stessa cosa terribile è raccontata è magistrale. Indimenticabile. Nel senso che non lo dimenticherete. Davvero.
DSC_3598In realtà “Il soggiorno” sarebbe “il più bel libro che mi sia capitato di leggere quest’anno” se non fosse che poi mi sono imbattuto in “I pesci non hanno gambe”, di Jon Kalman Stefánsson (Iperborea, manco a dirlo). Ho sempre diffidato di questi autori nordici, se non altro perché hanno nomi e cognomi che mi ricordano sofferenze inaudite (di cui un giorno so che pagherò il conto) nelle trasferte nerazzurre di Coppa Uefa degli anni Ottanta. Comunque, le cose importanti da dire sono che: 1. nel libro si parla di Islanda, un posto del quale chiunque ci sia stato vi parlerà con occhi illuminati e l’espressione di compatimento riservata a “tu non sai cosa ti perdi” (a non esserci stato), mentre invece, grazie a Stefánsson vien fuori che poi in Islanda ci sono anche posti terribilmente brutti e il cui unico orizzonte è racchiuso tra i due turni di essiccazione del merluzzo; 2. la storia è una saga familiare e io adoro le saghe familiari; 3. ci sono dei font assurdi, che servono per trascrivere una toponomastica che è reale, ma che alle orecchie di uno che abita sotto la linea del Po suona come qualcosa che ha a che fare con Bilbo Baggins al massimo; 4. JKS potrebbe esser stato benissimo un centravanti del Turun o del Malmoe (leggi sopra), ma di sicuro è un grande scrittore, uno di quelli che non scrivono solo una storia, ma provano ad azzardare domande su senso della vita e sul percorso d’amore e d’inutilità/utilità che attende ognuno di noi frequentatori di questa terra.
DSC_3593Giacomo Di Girolamo è invece l’autore di “Dormono sulla collina” (il Saggiatore). “Dormono sulla collina” è una stupefacente Spoon River dei morti ammazzati in Italia tra il 1969 e il 2014. Il volume conta circa 1200 pagine, da cui si evidenzia su che cosa è stata fondata questa nostra Repubblica (e tenete in considerazione che alcuni morti sono ricordati in modo collettivo, tipo quelli delle stragi). Ma il capolavoro di Di Girolamo è stato non rendere questa raccolta una sorta di Grande Indignazione Permanente. Non è un libro a 5 Stelle o da V per Vendetta, in questo senso (cosa che lo avrebbe reso francamente fastidioso o comunque difficile da affrontare). Grazie alla sapienza nel racconto e all’uso calibrato del tocco poetico, che l’autore indubbiamente conosce e pratica, “Dormono sulla collina” è pervaso da un senso di “pietas” collettiva, per le vittime, per tutti noi, a volte anche per i carnefici stessi, che lo rende una testimonianza preziosa non solo di grande scrittura civile, ma soprattutto di una specie di “misericordia laica” di cui ci sarebbe estrema necessità.
Bene.
DSC_3592Infine, per rendermi inattaccabile da chi “sì, ma io leggo solo saggistica”, ecco “Come finisce il libro”, di Alessandro Gazoia (minimum fax). Perché ci sono libri che ti sembrano importanti – che abbiano cioè delle cose importanti da dirti – e te lo fanno capire fin dalle prime righe e questo è esattamente uno di quelli. A livello professionale è ricchissimo di stimoli. Ma non è (solo) questo il suo punto di forza. Non è un libro per addetti ai lavori, ma un saggio che ha a che vedere con i concetti di libertà e mercato alle prese con la digitalizzazione della trasmissione culturale. Sono temi fondamentali e imprescindibili per chiunque si approcci con coscienza all’attualità. E non è un libro che disegna un futuro apocalittico per il glorioso mondo delle lettere, ma non è neppure “tiepido” o “equidistante” perché ha invece il coraggio di esporsi, di prendere posizione, di essere anche “partigiano” (che sono poi le basi stesse della democrazia).

P.S.
DSC_3596Dimenticavo di dire che io ho letto “Stoner” di John Williams (Fazi) solo quest’anno. Ma molti di voi c’erano arrivati già prima, già l’anno scorso per esempio, a capire che Stoner è un capolavoro assoluto, di quelli che rimarranno incisi a chiare lettere nella storia della letteratura.

Cinque libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti (più uno che devo ancora leggere) (più un altro che ho letto e che consiglio anche se non mi è piaciuto e vi dico perché)

Ritorna, con questo aggiornamento 2013, il post che lo scorso anno ha gettato nel panico le librerie correggesi. Che nel periodo natalizio avrebbero già il loro bel daffare a districarsi tra i pacchi di Bruno Vespa e simili anche senza che ci si metta qualcuno ad arrivare lì a chiedere libri che non sono novità (e per non-essere una novità, basta essere stati editati da un paio di mesi).

Ma qui si insiste. Ecco. Mica per niente siamo pesci rossi.

Per cui…

 

Del romanzo di Marco Lazzarotto, Il ministero della bellezza (Indiana), avevamo già parlato qui e di conseguenza non mi ripeto (ah, la bellezza dei link!).

 

Shalom Auslander, Prove per un incendio (Guanda)

Pur sorvolando sulla circostanza che mi ha visto fin dalle prime pagine del romanzo assai vicino a Kugel, il protagonista, per via della sua grandiosa ipocondria (circostanza che, in effetti, potrebbe condizionare il giudizio), secondo me, al netto di difettucci vari, questo è un romanzo che rimane per molti versi “geniale”. Lo è sicuramente perché tratta di argomenti impegnativi – il dolore, il senso di colpa, la trasmissione dei valori, il sentimento di appartenenza a una storia (famigliare e assoluta) vissuto come un dovere – e la fa per larghi tratti con sarcasmo. Non con ironia, proprio con sarcasmo. Che sarebbe una tecnica da maneggiare sempre con molta cura, dato che è sovente molto facile scendere il gradino e ritrovarsi nel grottesco (che a me poi non dispiacerebbe nemmeno, ma non è qui il luogo per affrontare questa discussione). Ora, non è tanto il fatto che Auslander osi dissacrare la Tragedia con la T maiuscola del ventesimo secolo, l’Olocausto – e lo fa, uditeudite, avendo il coraggio di ridicolizzare addirittura Anna Frank. Cioè, è poi anche quello dato che, mi chiedo per esempio, chi di noi avrebbe la forza di scherzare su Primo Levi. Ma il tentativo di Auslander è quello di provare a consegnare quella Tragedia, appunto, intatta e in tutta la sua reale portata, alla storia. E questo passaggio avviene, deve avvenire quasi per forza, portando in luce una certa banalità della “trasmissione del dolore”, quasi come se questo dovesse avvenire per genetica, come se l’Olocausto fosse diventato, negli anni e per buona parte della borghesia ebraica americana, che ne ha edificato e custodito le ortodosse fondamenta memoriali, non la Tragedia, appunto, ma il pretesto dietro il quale nascondere piccole beghe quotidiane. Svilendola. Magistrale, in questo senso, la figura della madre di Kugel, un’ebrea americana nata nel 1945 e che dunque non ha mai vissuto l’esperienza della Deportazione, ma che, a seguito dell’abbandono subito da parte del marito, ha cominciato a costruirsi una memoria falsa ad uso personale, fatta di torture e campi di concentramento, chiudendo ogni suo discorso sempre con quel “figli di puttana”, riferito immancabilmente ai tedeschi. Solo che il problema è che questa, questa memoria totalmente fasulla, lei ha cercato di trasmetterla ai suoi figli, generando appunto la situazione paradossale che Auslander descrive con sarcasmo. Inoltre: i dialoghi sono addirittura superlativi (oserei dire). E, insomma, forse non troviamo qui la pulizia di scrittura e l’eleganza stilistica di Nathan Englander (direi che siamo più dalle parti di Keret, giusto per avere un’idea, approssimando di molto, naturalmente), ma ce ne fossero di romanzi del genere. Magari anche qui, anche in Italia, dove esiste un problema di memoria condivisa grande come una casa.

 

Ian McEwan, Miele (Einaudi)

Allora, “Miele” non è il miglior romanzo di McEwan (a parte il fatto che un romanzo scarso di McEwan meriterebbe di stare comunque in un elenco dei cinque migliori libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti). Però l’ambientazione – siamo nella Londra dei primi anni Settanta – è davvero interessante, soprattutto perché in genere risulta poco battuta. Insomma, non so nell’immaginario comune, ma nel mio sicuramente (a meno che non siate granbritanni), Londra passa allegramente dai Beatles ai Sex Pistols (per intenderci), ignorando tutto “quello che sta in mezzo”. E “quello che sta in mezzo” è una lunga stagione buia, tra le bombe dell’Ira e la crisi petrolifera. McEwan è un maestro assoluto nel ricreare su carta le atmosfere giuste. Ok, siamo abbastanza lontani dai vertici di “Espiazione”, per dire. Ma là stavamo leggendo un capolavoro assoluto e qui invece ci accontentiamo di una storia che regge. Serena Frome, la protagonista, è una buona voce narrante, che tra i diversi meriti, riesce a coprire il giudizio su altri personaggi un po’ meno riusciti. Per cui in conclusione: “Miele” rimane comunque un’ottima lettura tanto che, pur non essendo inclini a giustificare certi “trucchetti” narrativi, tuttavia tenderemmo ad essere parecchio indulgenti sull’espediente finale. Che in questo romanzo non manca (ehi, avete l’acquolina in bocca adesso, sì o no?).

 

Massimo Canuti, Contro i cattivi funziona (Instar)

Magari qualcuno potrà dire “ah, vabbè, metti questo libro solo perché dentro al libro medesimo c’è il segnalibro promo del tuo libro”. Oppure ci saranno i complottisti che grideranno appunto al complotto di scuderia (“guarda un po’, questi Instar, che si danno una mano a vicenda”). Ah ahhh, miei cari, niente di tutto ciò. Pensate un po’, invece, che la prima volta che ho letto il libro di Massimo Canuti non mi era piaciuto perché pensavo che ci fosse una gran quantità di dialogo, troppo, tipo sceneggiatura, che andava a scapito della costruzione complessiva. Poi, però, l’ho letto una seconda volta (te lo puoi permettere, non è lunghissimo). E lì è scoccato l’amore. Perché io subito non l’avevo mica capito. Non avevo mica capito, cioè, che la straordinaria forza di questo romanzo è proprio nella sua (apparente) semplicità. Con una grande attenzione alla ricetta basilare di ogni narrazione: personaggi che ti entrano nel cuore e di cui ben difficilmente ti dimenticherai. Una storia che procede in senso lineare, ma che va a dimostrare che c’è della bellezza nel mondo e che questa bellezza spesso ha a che fare con l’adolescenza perché è lì, è a quel punto della vita, che le cose hanno una nitidezza e una luminosità e un’intransigenza uniche, lì e forse mai più, lì perché sono (quasi) sempre accompagnate dal candore assoluto.

 

Zerocalcare, La profezia dell’armadillo (Bao)

Allora, Zerocalcare è un genio. Ma mica lo dico io. Mo’ adesso lo stanno dicendo un po’ tutti. Ecco, prendete questa vignetta, così, come aperitivo, come spriz. Io qui ho messo “La profezia dell’armadillo”, perché ora ho letto questo (grazie, grazie, grazie Ivano per il consiglio), ma sapete cosa vi dico? Prendete questa lista di libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti, stampatela e appallottolatela (o buttate nel cesso il foglio A4). Davvero. Non vi porterò rancore se lo farete. Ma per favore, vi prego, leggete una qualsiasi cosa di Zerocalcare. Vi spaccherete dalle risate e in più, gratis, ci scapperanno anche riflessioni serie, poesia pura, manualistica di sopravvivenza e varie altre cose. Leggete Zerocalcare anche se vi fanno schifo i fumetti. Diventerete persone migliori.

Zerocalcare

Zerocalcare

 

P.S.1

Ed ecco qui il libro che a me non è piaciuto, ma che per un sacco di motivi consiglio ugualmente di leggere. Perché è uno di quei libri che ne vale la pena, vada come vada.

Giovanni Cocco, La caduta (Nutrimenti)

Finalmente, un romanzo di un autore italiano il cui intento non è parlare del proprio ombelico. Scrittura potente (già lo hanno detto molti altri), struttura potente, intreccio potente e lingua potente (però, ecco, io DeLillo lo lascerei fuori dai paragoni importanti che sono stati spesi per il romanzo). Sappiamo anche che “La caduta” – e lo sappiamo dalle note dell’autore a corredo dell’edizione, note che tuttavia lasciano trasparire un po’ di fastidiosa (parere personale) supponenza – è solo parte di un’impresa narrativa più vasta e ambiziosa. E dunque cosa c’è che non va? Niente, in effetti. Eppure, la sensazione che lascia alla fine quest’opera è quella di una narrazione fredda e in alcuni casi persino un po’ artefatta, qualcosa tra il nozionismo wikipediano e l’abilità, indubbia, di costruire storie all’interno di un quadro narrativo già delineato dalla realtà dei fatti. Pregevole l’intenzione di ricollegare tutti i fili delle varie storie, ma la “cupezza” di fondo, che secondo me poi non c’entra granché nemmeno con l’Apocalisse tanto citato in esergo dei vari capitoli, è un escamotage furbesco: perché è anche abbastanza facile suscitare l’emozione nel lettore così, narrando da un punto di vista personale episodi che hanno segnato tragicamente e collettivamente gli ultimi anni (dagli attentati londinesi alla strage di Utoya, per esempio). Eppure sembra non esserci alcuna “com-passione” in Cocco, quasi che l’autore si sia sforzato, persino esplicitamente a volte, di mostrarsi distaccato dalla propria narrazione e dai propri personaggi. Tecnica narrativa nella quale Cocco eccelle, ma che ha la capacità d’emozionare di una bistecca fredda (a meno che uno non sia in stato di grazia come il Truman Capote di “In cold blood”). Inoltre, anche dal punto di vista meramente “ideologico”, la lettura della presunta caduta dell’Occidente, mi sembra persino forzatamente millenaristica, volta più che altro a cogliere, giustamente, i segni dell’orrore, ignorando però deliberatamente tutti gli agenti positivi in azione in questo scorcio di inizio millennio (che ci sono, ci sono, mai perdere la fiducia).

 

P.S.2

E proprio poco fa, è uscito “La neve a Gaza” (Caracò), di Vincenzo Soddu. Siccome è appena stato pubblicato io non l’ho ancora letto. Ma vi posso dire che se il libro rivelerà solo una minima parte della sensibilità, della cultura, dell’amore per i suoi studenti e della profondità del suo autore, beh, ogni cosa sarà illuminata e questo sarà sicuramente un grande romanzo.

 

P.S. 3

Ci sarebbe poi da dire anche un’altra cosa… Che in questo 2013 ho poi letto e riletto e ririletto e riririletto anche un certo manoscritto, che mi auguro che diventi poi libro nel 2014. Ma di quello, semmai, faremo sempre in tempo a parlare.

Stay tuned e buone feste!

Foto libri per post

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