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Cinque libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti (più uno che devo ancora leggere) (più un altro che ho letto e che consiglio anche se non mi è piaciuto e vi dico perché)

Ritorna, con questo aggiornamento 2013, il post che lo scorso anno ha gettato nel panico le librerie correggesi. Che nel periodo natalizio avrebbero già il loro bel daffare a districarsi tra i pacchi di Bruno Vespa e simili anche senza che ci si metta qualcuno ad arrivare lì a chiedere libri che non sono novità (e per non-essere una novità, basta essere stati editati da un paio di mesi).

Ma qui si insiste. Ecco. Mica per niente siamo pesci rossi.

Per cui…

 

Del romanzo di Marco Lazzarotto, Il ministero della bellezza (Indiana), avevamo già parlato qui e di conseguenza non mi ripeto (ah, la bellezza dei link!).

 

Shalom Auslander, Prove per un incendio (Guanda)

Pur sorvolando sulla circostanza che mi ha visto fin dalle prime pagine del romanzo assai vicino a Kugel, il protagonista, per via della sua grandiosa ipocondria (circostanza che, in effetti, potrebbe condizionare il giudizio), secondo me, al netto di difettucci vari, questo è un romanzo che rimane per molti versi “geniale”. Lo è sicuramente perché tratta di argomenti impegnativi – il dolore, il senso di colpa, la trasmissione dei valori, il sentimento di appartenenza a una storia (famigliare e assoluta) vissuto come un dovere – e la fa per larghi tratti con sarcasmo. Non con ironia, proprio con sarcasmo. Che sarebbe una tecnica da maneggiare sempre con molta cura, dato che è sovente molto facile scendere il gradino e ritrovarsi nel grottesco (che a me poi non dispiacerebbe nemmeno, ma non è qui il luogo per affrontare questa discussione). Ora, non è tanto il fatto che Auslander osi dissacrare la Tragedia con la T maiuscola del ventesimo secolo, l’Olocausto – e lo fa, uditeudite, avendo il coraggio di ridicolizzare addirittura Anna Frank. Cioè, è poi anche quello dato che, mi chiedo per esempio, chi di noi avrebbe la forza di scherzare su Primo Levi. Ma il tentativo di Auslander è quello di provare a consegnare quella Tragedia, appunto, intatta e in tutta la sua reale portata, alla storia. E questo passaggio avviene, deve avvenire quasi per forza, portando in luce una certa banalità della “trasmissione del dolore”, quasi come se questo dovesse avvenire per genetica, come se l’Olocausto fosse diventato, negli anni e per buona parte della borghesia ebraica americana, che ne ha edificato e custodito le ortodosse fondamenta memoriali, non la Tragedia, appunto, ma il pretesto dietro il quale nascondere piccole beghe quotidiane. Svilendola. Magistrale, in questo senso, la figura della madre di Kugel, un’ebrea americana nata nel 1945 e che dunque non ha mai vissuto l’esperienza della Deportazione, ma che, a seguito dell’abbandono subito da parte del marito, ha cominciato a costruirsi una memoria falsa ad uso personale, fatta di torture e campi di concentramento, chiudendo ogni suo discorso sempre con quel “figli di puttana”, riferito immancabilmente ai tedeschi. Solo che il problema è che questa, questa memoria totalmente fasulla, lei ha cercato di trasmetterla ai suoi figli, generando appunto la situazione paradossale che Auslander descrive con sarcasmo. Inoltre: i dialoghi sono addirittura superlativi (oserei dire). E, insomma, forse non troviamo qui la pulizia di scrittura e l’eleganza stilistica di Nathan Englander (direi che siamo più dalle parti di Keret, giusto per avere un’idea, approssimando di molto, naturalmente), ma ce ne fossero di romanzi del genere. Magari anche qui, anche in Italia, dove esiste un problema di memoria condivisa grande come una casa.

 

Ian McEwan, Miele (Einaudi)

Allora, “Miele” non è il miglior romanzo di McEwan (a parte il fatto che un romanzo scarso di McEwan meriterebbe di stare comunque in un elenco dei cinque migliori libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti). Però l’ambientazione – siamo nella Londra dei primi anni Settanta – è davvero interessante, soprattutto perché in genere risulta poco battuta. Insomma, non so nell’immaginario comune, ma nel mio sicuramente (a meno che non siate granbritanni), Londra passa allegramente dai Beatles ai Sex Pistols (per intenderci), ignorando tutto “quello che sta in mezzo”. E “quello che sta in mezzo” è una lunga stagione buia, tra le bombe dell’Ira e la crisi petrolifera. McEwan è un maestro assoluto nel ricreare su carta le atmosfere giuste. Ok, siamo abbastanza lontani dai vertici di “Espiazione”, per dire. Ma là stavamo leggendo un capolavoro assoluto e qui invece ci accontentiamo di una storia che regge. Serena Frome, la protagonista, è una buona voce narrante, che tra i diversi meriti, riesce a coprire il giudizio su altri personaggi un po’ meno riusciti. Per cui in conclusione: “Miele” rimane comunque un’ottima lettura tanto che, pur non essendo inclini a giustificare certi “trucchetti” narrativi, tuttavia tenderemmo ad essere parecchio indulgenti sull’espediente finale. Che in questo romanzo non manca (ehi, avete l’acquolina in bocca adesso, sì o no?).

 

Massimo Canuti, Contro i cattivi funziona (Instar)

Magari qualcuno potrà dire “ah, vabbè, metti questo libro solo perché dentro al libro medesimo c’è il segnalibro promo del tuo libro”. Oppure ci saranno i complottisti che grideranno appunto al complotto di scuderia (“guarda un po’, questi Instar, che si danno una mano a vicenda”). Ah ahhh, miei cari, niente di tutto ciò. Pensate un po’, invece, che la prima volta che ho letto il libro di Massimo Canuti non mi era piaciuto perché pensavo che ci fosse una gran quantità di dialogo, troppo, tipo sceneggiatura, che andava a scapito della costruzione complessiva. Poi, però, l’ho letto una seconda volta (te lo puoi permettere, non è lunghissimo). E lì è scoccato l’amore. Perché io subito non l’avevo mica capito. Non avevo mica capito, cioè, che la straordinaria forza di questo romanzo è proprio nella sua (apparente) semplicità. Con una grande attenzione alla ricetta basilare di ogni narrazione: personaggi che ti entrano nel cuore e di cui ben difficilmente ti dimenticherai. Una storia che procede in senso lineare, ma che va a dimostrare che c’è della bellezza nel mondo e che questa bellezza spesso ha a che fare con l’adolescenza perché è lì, è a quel punto della vita, che le cose hanno una nitidezza e una luminosità e un’intransigenza uniche, lì e forse mai più, lì perché sono (quasi) sempre accompagnate dal candore assoluto.

 

Zerocalcare, La profezia dell’armadillo (Bao)

Allora, Zerocalcare è un genio. Ma mica lo dico io. Mo’ adesso lo stanno dicendo un po’ tutti. Ecco, prendete questa vignetta, così, come aperitivo, come spriz. Io qui ho messo “La profezia dell’armadillo”, perché ora ho letto questo (grazie, grazie, grazie Ivano per il consiglio), ma sapete cosa vi dico? Prendete questa lista di libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti, stampatela e appallottolatela (o buttate nel cesso il foglio A4). Davvero. Non vi porterò rancore se lo farete. Ma per favore, vi prego, leggete una qualsiasi cosa di Zerocalcare. Vi spaccherete dalle risate e in più, gratis, ci scapperanno anche riflessioni serie, poesia pura, manualistica di sopravvivenza e varie altre cose. Leggete Zerocalcare anche se vi fanno schifo i fumetti. Diventerete persone migliori.

Zerocalcare

Zerocalcare

 

P.S.1

Ed ecco qui il libro che a me non è piaciuto, ma che per un sacco di motivi consiglio ugualmente di leggere. Perché è uno di quei libri che ne vale la pena, vada come vada.

Giovanni Cocco, La caduta (Nutrimenti)

Finalmente, un romanzo di un autore italiano il cui intento non è parlare del proprio ombelico. Scrittura potente (già lo hanno detto molti altri), struttura potente, intreccio potente e lingua potente (però, ecco, io DeLillo lo lascerei fuori dai paragoni importanti che sono stati spesi per il romanzo). Sappiamo anche che “La caduta” – e lo sappiamo dalle note dell’autore a corredo dell’edizione, note che tuttavia lasciano trasparire un po’ di fastidiosa (parere personale) supponenza – è solo parte di un’impresa narrativa più vasta e ambiziosa. E dunque cosa c’è che non va? Niente, in effetti. Eppure, la sensazione che lascia alla fine quest’opera è quella di una narrazione fredda e in alcuni casi persino un po’ artefatta, qualcosa tra il nozionismo wikipediano e l’abilità, indubbia, di costruire storie all’interno di un quadro narrativo già delineato dalla realtà dei fatti. Pregevole l’intenzione di ricollegare tutti i fili delle varie storie, ma la “cupezza” di fondo, che secondo me poi non c’entra granché nemmeno con l’Apocalisse tanto citato in esergo dei vari capitoli, è un escamotage furbesco: perché è anche abbastanza facile suscitare l’emozione nel lettore così, narrando da un punto di vista personale episodi che hanno segnato tragicamente e collettivamente gli ultimi anni (dagli attentati londinesi alla strage di Utoya, per esempio). Eppure sembra non esserci alcuna “com-passione” in Cocco, quasi che l’autore si sia sforzato, persino esplicitamente a volte, di mostrarsi distaccato dalla propria narrazione e dai propri personaggi. Tecnica narrativa nella quale Cocco eccelle, ma che ha la capacità d’emozionare di una bistecca fredda (a meno che uno non sia in stato di grazia come il Truman Capote di “In cold blood”). Inoltre, anche dal punto di vista meramente “ideologico”, la lettura della presunta caduta dell’Occidente, mi sembra persino forzatamente millenaristica, volta più che altro a cogliere, giustamente, i segni dell’orrore, ignorando però deliberatamente tutti gli agenti positivi in azione in questo scorcio di inizio millennio (che ci sono, ci sono, mai perdere la fiducia).

 

P.S.2

E proprio poco fa, è uscito “La neve a Gaza” (Caracò), di Vincenzo Soddu. Siccome è appena stato pubblicato io non l’ho ancora letto. Ma vi posso dire che se il libro rivelerà solo una minima parte della sensibilità, della cultura, dell’amore per i suoi studenti e della profondità del suo autore, beh, ogni cosa sarà illuminata e questo sarà sicuramente un grande romanzo.

 

P.S. 3

Ci sarebbe poi da dire anche un’altra cosa… Che in questo 2013 ho poi letto e riletto e ririletto e riririletto anche un certo manoscritto, che mi auguro che diventi poi libro nel 2014. Ma di quello, semmai, faremo sempre in tempo a parlare.

Stay tuned e buone feste!

Foto libri per post

Foto libri per post

 

“Il Ministero della bellezza” (un libro proprio da leggere)

Una scrittura colta, ironica, leggera senza essere mai banale, piena di trovate capaci di scaldare il cuore e illuminare la mente. Stiamo ovviamente parlando di “Come miele colato su un tomino”, folgorante opera prima del giovane Adriano Cassandro, un nome sul quale, non facendoci difetto l’esperienza, diciamo subito che la letteratura italiana potrà far gran conto nei decenni a venire. A dire il vero, per le italiche sorti letterarie all’orizzonte si profilano anni di rinnovato entusiasmo, percependo l’inizio di una di quelle vette che, seppur raramente, quando appaiono sanno però caratterizzare un mondo altrimenti asfittico: “Clinker”, dell’altrettanto splendida esordiente Ottavia Dallamano, infatti, si pone come una sorta di controcanto femminile al miele dei tomini e nulla vieta di pensare alla coppia Cassandro-Dallamano come ai Moravia-Morante del terzo millennio.

Ma torniamo al nostro giovane Cassandro. Prima della sua felice uscita editoriale sapevamo certamente che il tomino è un classico formaggio piemontese, ricavato esclusivamente dal latte caprino. Nessuno, finora, si era però spinto con così felice ardimento a raffigurare una colata di dolcissimo miele su tale formaggio, metafora evidente del binomio di gusti, oserei dire del melting pot di convivenze, cui i giovani d’oggi devono pur guardare con speranza. Ecco, è proprio il tema della speranza, tra l’altro, a rappresentare il filo conduttore del romanzo di Cassandro che, recuperando certe felicissime intuizioni del primo Andrea Zambelli – quello del celebrato e pluripremiato “Avvisali tutti!”, per intenderci –  riesce con coraggio nel non facile intento di trasmettere i sogni, le ambizioni, le paure, l’amore di un’intera generazione, quella che solitamente è relegata ai margini del mainstream, la stessa che con tenacia e fierezza si confronta sui grandi temi nei salotti televisivi delle due e mezza del pomeriggio. Insomma, Adriano Cassandro riesce felicemente laddove altri, prima di lui, avevano arrancato per abbozzare sprazzi di questa nuova letteratura di sentimenti, sentimenti veri, sentimenti che fanno timidamente capolino tra un gelato e un pomeriggio al centro commerciale, altri autori che invece avevano solo lasciato intravedere possibilità e capacità che poi, alla concreta prova dei fatti, hanno deluso le attese (e ci riferiamo soprattutto al Labrozzo di un paio di stagioni fa, con il suo inconcludente “Regalo di compleanno”).

In definitiva, quindi, sappiamo tutti che nel nostro meraviglioso paese del sole e del mare, la lettura non è tenuta in gran conto. E a ragione: perché perdere tempo con il naso incollato a pagine di libri quando la vita all’aria aperta ci chiama con tale bellezza? Eppure, se proprio volete leggere un libro all’anno, per migliorare la nostra posizione nelle classifiche internazionali di genere, che per i motivi suddetti ogni anno ci inchiodano nelle ultime posizioni, ecco, allora senza indugio leggete “Come miele colato su un tomino”, di Adriano Cassandro. E fatelo prima che esca il film – che a quanto dicono sarà presto nelle sale per la regia di Fabio Volo – per non togliervi poi il gusto di assaporare le singole parole del Cassandro non disgiungendole dalla conoscenza della delicata e perfetta trama narrativa del romanzo.

Bene.

Detto questo aggiugno che:

– nonostante Marco Lazzarotto mi abbia tirato il pacco al Salone di Torino, non presentandosi all’appuntamento stabilito da precedenti e vincolanti accordi e cercando di rimediare con una tardiva telefonata;

– nonostante per il citato motivo, la mia copia de “Il Ministero della bellezza”, seconda opera di Marco Lazzarotto, sia rimasta priva dell’autografo con dedica dell’autore;

– ecco, nonostante tutti questi motivi di vario risentimento, voglio specificare qui che Marco Lazzarotto con “Il Ministero della bellezza”, edito da Indiana, ha scritto un gran bel romanzo, uno di quelli che ci rimani male alla fine proprio perché è finito (ed è finito senza sapere più nulla di Lisa, ex ragazza del protagonista del romanzo, lo scrittore torinese Matteo Labrozzo, personaggio che, nel contesto della dittatura morbida della Callistocrazia – siamo in un’Italia futuribile, ma nemmeno poi troppo – dicevamo, questa Lisa, in questo contesto, aveva tutte le carte in regola per continuare ad allietarci fino a pagina 280 – e non resta quindi che continuare a immaginarcela in sottoveste, in splendida forma, in una delle ultime scene a metà del romanzo in cui fa la sua apparizione).

Io non so se Marco Lazzarotto conosca Marco Bosonetto. Però, “Il Ministero della bellezza” mi ha ricordato per alcuni aspetti – soprattutto per certi spunti satirici e per l’ambientazione in un’Italia del futuro prossimo la cui politica è irrimediabilmente corrotta – “Nel grande show della democrazia”: ma se Bosonetto concentrava gran parte della sua ironia nel racconto dello sfacelo partitico e istituzionale, Lazzarotto ci regala, invece, una seconda parte di romanzo (soprattutto) dove l’attenzione viene spostata sul mondo editoriale, con gli assurdi meccanismi che sempre più spesso sembrano regolarlo. Riuscendo spesso esilarante. Nel senso migliore del termine, ovvio.

Ora, i casi sono tre:

– Marco Lazzarotto conosce Marco Bosonetto;

– Marco Lazzarotto non conosce Marco Bosonetto;

– Marco Lazzarotto e Marco Bosonetto possono tranquillamente dire “Marco Truzzi l’ha fatta fuori dal vaso ancora una volta” e buona lì.

Però, alla fine, posso concludere questa recensione, che nei fatti è poi diventata quasi una metarecensione – e posso farlo con la coscienza pulita – con lo stesso consiglio che chiudeva la finta recensione al finto libro dell’inesistente Adriano Cassandro: leggete “Il Ministero della bellezza”, di Marco Lazzarotto, edito da Indiana. Non ve ne pentirete, davvero.

 

P.S.

Così, per chiarire ancora meglio: “Come miele colato sui tomini” non esiste, così come è inesistente lo scrittore Adriano Cassandro e tutto il resto citato nella prima parte di questa recensione. Si tratta di titoli e autori che compaiono nel romanzo di Marco Lazzarotto: il che offre solo un piccolo assaggio della straordinaria capacità inventiva e narrativa dell’autore. Per cui non chiedeteli al vostro libraio, non mettetelo in difficoltà che ha già mille altri casini cui pensare.

P.S. 2

Siccome ho parlato di un sacco di cose, ma non della trama de “Il Ministero della bellezza“, ecco qui, dalla quarta di copertina: “L’Italia e una Repubblica fondata sulla bellezza: i brutti vengono retrocessi o licenziati, esclusi dai centri storici, dai locali, dai supermercati, costretti a coprirsi il volto con eleganti sacchetti per il pane. Anche il cielo, di un perenne e limpido azzurro, sembra essersi piegato ai voleri del nuovo governo. In un Paese ormai schiavo dell’apparenza, Matteo Labrozzo, scrittore emergente, diventa vittima dei propri limiti fisici, ritrovandosi sempre più emarginato: la fidanzata se ne va, il suo editore non ha intenzione di pubblicargli altri libri e la sua calvizie è sempre più incipiente. Per sopravvivere, Matteo dovrà guardarsi allo specchio e prendere una decisione: conformarsi e lasciarsi plasmare, o dichiarare guerra aperta alla patinata dittatura della Callistocrazia”.

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