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Ho visto il futuro della sinistra ed (il futuro) somigliava a Don Matteo 11

Alcuni pensano che le elezioni dello scorso 4 marzo abbiano segnato la fine per certi partiti eredi di quegli ideali e di quei valori di una storia novecentesca, una storia fatta di passioni e di errori, una storia di riscatto e di cadute. Una storia comunque importante. Una storia di sinistra.
Io adesso ricordo che lunedì 5 marzo – il giorno precedente ero al seggio e come tutti quelli che erano al seggio anche io ho fatto notte là dentro, contando uno-a-uno la fine di quella storia, che cadeva sulla dita dei polpastrelli ad ogni chiamata avversa, lasciando traccia dell’inchiostro mefistofelico prodotto dalla Maggioli – ecco, io ricordo che lunedì 5 marzo sono tornato a casa che già sui social si celebrava il funerale degli sconfitti, un funerale elettorale, ideologico e, soprattutto, culturale. Tuttavia questa festa mesta non teneva conto dell’ultimo baluardo intellettuale del socialismo. E l’ultimo baluardo intellettuale del socialismo non è Nanni Moretti. E nemmeno Walter Veltroni. No. L’ultima roccaforte rossa da undici anni va in onda su RaiUno, quest’anno al giovedì sera. E ha occhi celesti, che un tempo appartenevano a Trinità.

Con colpevole ritardo – così come molti dei saputelli che si autodefiniscono intellighenzia solo per aver letto qualche libro di David Foster Wallace – con colpevolissimo ritardo, dicevo, mi sono accostato alla fiction più smaccatamente socialista mai andata in onda in prima serata sui canali Rai solo all’undicesima stagione. E solo perché nel cast è presente Andrea Libero Gherpelli. Che è un bravissimo attore, ma che, soprattutto, è di Correggio.

marisa-lauritoPiccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 1: gli spot
L’esperienza popolare della visione di “Don Matteo 11” al giovedì sera inizia qualche minuto prima dell’effettiva messa in onda. Per chi, come me (vedi alla voce “saputello”), proviene da anni di Sky o di Netflix o di altre cose che sembrano fighe solo perché sono a pagamento, ecco che già il trovarsi di fronte allo schermo di Rai1 ha un po’ quel sapore di cucina genuina, quella che ti porta improvvisamente a pensare che l’olezzo di McDonald’s che caratterizza l’uscita della Stazione centrale di Bologna, per esempio, è pura merda. Nella cucina di Rai1 si entra per merito degli spot.
Gli spot programmati prima di “Don Matteo 11” sono evidentemente pensati per comunicare prodotti tranquillizzanti. Vi si ritrovano marchi tipo il Mulino Bianco, la pasta Voiello o il caffè Kimbo, il cerotto Voltaren contro il mal di schiena e l’Omino Bianco, tutte cose che sul satellite non ci sono mai, schiacciate da agenzie di scommesse (pubblicizzate da chi era di sinistra perché presentava il Concerto del Primo Maggio), auto aggressive, donne profumate e tutta la telefonia del mondo. Per essere chiari: gli spot che vanno in onda prima di “Don Matteo 11” sono spot che vorrebbero parlare esattamente alla classe media, al ceto popolare, quelli che in questi anni sono stati devastati dal turbocapitalismo liberista del nuovo millennio e che sarebbero anche naturalmente orientati a sinistra, ma che adesso no, adesso votano da altre parti perché pure le confezioni si Saccottini cominciano a pesare troppo sul bilancio famigliare.
Per quanto riguarda i reduci da Sky Cinema 1, per capirci, l’effetto è simile al ritrovarsi improvvisamente in salotto con Marisa Laurito e poterla finalmente abbracciare, Marisa Laurito e i suoi seni burrosi, con lei che ti conforta facendoti vedere che gli spot per te, almeno quelli, ci sono ancora, li fanno ancora.
Inciso: per chi ha sempre dichiarato di votare Marisa Laurito?

Piccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 2: il preambolo
In “Don Matteo 11”, le due puntate del giovedì sera sono anticipate da un preludio.
Nel preludio, Nino Frassica/Maresciallo Cecchini (spesso è lui, ma non solo lui) racconta una favola a Federico Ielapi/Cosimo, il più piccolo attore della serie. Le favole non sono lette da un tablet, ma bisogna aprire un grande libro con copertina di cuoio, davanti al camino scoppiettante. Sostanzialmente si tratta di rivisitazioni di fiabe classiche interpretate però dai personaggi di “Don Matteo 11” con il dichiarato intento di promuovere le bellezze di Spoleto e dell’Umbria in generale (l’Umbria è dove è stata girata la serie di Don Matteo, fin dalla prima stagione). Come sappiamo, quella è una terra bellissima, che però ha pagato un prezzo molto alto all’ultimo terremoto. Dunque, il preludio fiabesco in “Don Matteo 11”, gli stessi personaggi di “Don Matteo 11”, l’intera produzione di “Don Matteo 11” si pongono fin dall’inizio a fianco della gente, delle piccole attività e imprese del territorio, di quelle persone che faticosamente stanno ricominciando, fondando una buona parte del loro reddito sul turismo. Sono immagini di posti bellissimi, letti attraverso una fiaba e raccontano, con le immagini, qualcosa che verosimilmente potremmo definire solidarietà.
Di classe.

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La sigla di Don Matteo

Piccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 3: la sigla
La sigla di “Don Matteo 11” è bellissima. Talmente bella e innovativa che infatti i fan storici pare siano in rivolta perché affezionati all’insulsa musichetta delle precedenti 10 stagioni, composta alla pianola Bontempi da quella vecchia volpe di Pino Donaggio. I cambiamenti, si sa, hanno bisogno di tempo e il popolo va educato. Comunque Il tempo dirà – Believing again, interpretata da Nicole Cross, è il tema di una sigla in cui si vede Don Matteo (la controfigura di Don Matteo) pedalare tra i colori della Fioritura di Castelluccio di Norcia, in luoghi generalmente non accessibili (almeno non accessibili in bicicletta). Siamo nel cuore dell’Umbria più spettacolare e nello stesso tempo piegata dal terremoto. Don Matteo l’attraversa nella parte superiore dello schermo, mentre in quella inferiore, divisa da un elegante bordo bianco, scorrono le immagini dei protagonisti del cast della fiction.
“Il tempo dirà” è qualcosa di qoelettiano, perché vuol dire che c’è stato un tempo per piangere, ma ora c’è un tempo per rifiorire e per credere di nuovo all’avvenire.
E così si entra nella serie, già dalla parte giusta.

Piccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 4: l’abbigliamento di Don Matteo
Prima di entrare nel merito, è necessario tuttavia soffermarsi sull’abbigliamento di Don Matteo. Nel corso della serie – almeno in questa stagione – Don Matteo non fa praticamente mai “qualcosa da prete”. Cioè, non lo vediamo mai officiare delle funzioni. Svolge invece una gran quantità di attività laicali, dalla gestione del mercatino missionario all’insegnamento in una scuola in cui la preside è nientepopodimeno che Sidney Rome! Detto questo, il suo abbigliamento non è quello dei preti cosiddetti moderni. Nella maggior parte delle situazioni, infatti, Don Matteo indossa una lisa e impolverata tonaca nera, tirata fuori di peso dall’armadio di Don Camillo (forse Terence Hill ne aveva ancora un paio, nascoste da qualche parte in casa sua), più un basco alla Ernesto Che Guevara. Qui il messaggio è evidentissimo: non è l’abito a fare il monaco. Ciò che è richiesto per andare al cuore delle situazioni è saper guardare al di là delle apparenze (e qui siamo già delle parti di quando Fausto Bertinotti, prima di diventare Fausto-Bertinotti-Quello-Di-Cielle, sapeva citare a memoria le Lettere di San Paolo).

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L’avvocato Giovanni e la Capitana Anna Olivieri

Piccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 5: svolgimento
Le puntate di “Don Matteo 11” sono scritte molto bene. Non fidatevi di chi ne parla banalizzandole, perché non è affatto così e non rende merito ad autori che da un decennio sfornano un prodotto che sbriciola costantemente ogni record di ascolti. Occorre rispetto, prima di tutto, per parlare di “Don Matteo 11”. Rispetto, do you know? Era un altro dei valori di sinistra, vero?
Dunque, ogni giovedì vanno in onda due puntate. L’intera serie è costruita da varie sottotrame, di cui almeno due principali:
1. c’è il caso da risolvere – giunti a questo punto, non dimenticate che “Don Matteo 11” è comunque un poliziesco televisivo – e
2. c’è il plot di continuità, cioè la saga che lega le storie di tutta la serie e che prosegue di puntata in puntata.
Dal punto di vista puramente narrativo, la trama 1 ripete un canovaccio consolidato, che possiamo riassumere così: nella ridente cittadina umbra di Spoleto abbiamo un morto ammazzato oppure un ferito grave. Nella maggior parte dei casi, il morto ammazzato o il ferito grave vengono rinvenuti da Don Matteo, per una qualsiasi ragione necessaria (si va dal semplice “passavo di qua” al “dovevamo incontrarci per un’offerta alla parrocchia”). Scoperto il problema, Don Matteo fa sostanzialmente due cose: prima di tutto verifica se il corpo rinvenuto è vivo o morto – nel primo caso chiama il 118, nel secondo impartisce l’estrema unzione – e poi avverte i Carabinieri. Se la vittima è ferita, questa viene trasportata al nosocomio “San Matteo degli Infermi” – che è il vero ospedale di Spoleto – dove la prognosi è sempre la stessa, “coma farmacologico”, e la cura la medesima, un turbante di garze in testa e l’intubamento a vari macchinari in una sala cui è vietato l’accesso anche ai parenti più prossimi. Sappiamo che i medici del “San Matteo degli Infermi” si preoccupano di informare i famigliari secondo modalità di comunicazione standard, “è in pericolo”, “dobbiamo attendere”, “sta migliorando”, “risponde alle cure”. Non è ben chiara, invece, la funzione della fasciatura con rete alla testa, anche nei casi di accoltellamento alla schiena, ma nella maggior parte dei casi è un trattamento che sembra funzionare. E comunque “Don Matteo 11” non è un medical drama e quindi, alla fine, chi se ne frega. L’importante è sapere che esiste una sanità pubblica efficiente, che si prende cura delle persone al di là del loro status sociale o dell’AUSL di provenienza. E questa considerazione gronda di stato sociale.
Sia che la vittima sia defunta, sia che si trovi a combattere tra la morte e la vita, le indagini comunque prendono il via. E Don Matteo naturalmente vi partecipa attivamente, soprattutto dando buoni suggerimenti al Maresciallo Cecchini, suo fedele amico e compagno di partite a scacchi. Il quale Maresciallo Cecchini nella serie ha un duplice funzione: quando Nino Frassica interpreta il Maresciallo Cecchini, il Maresciallo Cecchini riporta le intuizioni di Don Matteo e fa procedere attivamente le indagini; quando invece è il Maresciallo Cecchini a interpretare Nino Frassica, si dà il via alla più classica e frassichiana comicità non-sense in cui il comico siciliano eccelle, alleggerendo la tensione.

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Nino Frassica è il Maresciallo Cecchini

Sappiamo che i polizieschi tv si dividono in due fondamentali categorie: quelli nei quali lo spettatore sa già il nome e il volto del colpevole e l’interesse è più che altro rivolto all’ingegnoso modo in cui il poliziotto in questione risolverà l’intrico (archetipo: il Tenente Colombo) e quelli dove, invece, non si conosce il responsabile, ma si dispone di una serie di indizi che possono portare alla colpevolezza di tre o quattro presunti indagati (archetipo: Jessica Fletcher). “Don Matteo 11” fa parte di quest’ultima categoria. Nel corso delle indagini, infatti, prima della felice conclusione del caso vengono presi in considerazione i moventi e gli alibi di diversi indiziati, convocati di volta in volta nell’ufficio della Capitana Anna Olivieri, e qui sottoposti a pressanti interrogatori alla presenza del PM, Marco Nardi, che, sulla base di quanto dichiarato dai sospettati, ne dispone le sorti (che nel 90% dei casi hanno a che fare con questa formula: “Mi dispiace, ma lei è in stato di arresto”). Particolare non secondario: gli interrogatori si svolgono nella più completa assenza di avvocati. I sospettati vengono fermati o convocati in caserma, interrogati e messi in arresto così, senza alcuna controparte a loro difesa. Non esistono avvocati in “Don Matteo 11”. L’unico avvocato presente è Cristiano Caccamo/Giovanni, un tizio che ha una tormentata storia d’amore con la Capitana Anna Olivieri, ma che poi si fa da parte per entrare in seminario (nel momento in cui scrivo non si ancora bene come andrà a finire la loro vicenda). Questo aspetto degli avvocati mi pare interessante: l’innocenza di una persona non è qui affidata alle prezzolate spalle di un azzeccagarbugli – cioè a uno di quei professionisti che le cronache ci rimandano spesso come in grado di far passare il male per il bene e viceversa – quanto al successivo colloquio che Don Matteo ha in carcere con il presunto colpevole. Questa scena c’è in tutte le puntate di “Don Matteo 11” e si svolge nel (bellissimo) parlatorio del (bellissimo) carcere di (presumibilmente) Spoleto: da una parte c’è Don Matteo, dall’altra l’ingiusto carcerato e in mezzo un sobrio tavolino Ikea. È qui che Don Matteo si convince definitivamente che l’arrestato non sia in realtà il vero colpevole o che, nella peggiore delle ipotesi, sia colpevole di qualcosa, ma non del reato maggiore, quello al centro della puntata. Il bene da una parte. Il male dall’altra. La certezza della pena (questa suona un po’ alla “Marco Minniti”, ma comunque anche la giustizia sarebbe un tema di sinistra).

Piccolo compendio di socialismo Lux Vide, fase 6: il sol dell’Avvenire
Alla fine di ogni puntata il vero colpevole viene comunque assicurato alla giustizia. Ed è qui che si disvela il socialismo della serie “Don Matteo 11”. Don Matteo e i Carabinieri arrivano alla soluzione del caso per vie diverse: gli indizi e le analisi della Scientifica per l’Arma; il cuore, la psicologia e la conoscenza degli uomini per quanto riguarda il sacerdote. Il tutto è costruito per arrivare al climax della scena finale e nella scena finale cosa troviamo? Nella scena finale c’è Don Matteo che arriva a colloquio con il colpevole, lo smaschera e lo porta a confessare il proprio delitto. Ma non lo giudica. Lo abbraccia. Ci sono vari motivi per cui i colpevoli in “Don Matteo 11” sono tali, ma in tutti i casi il sorriso di Don Matteo, le parole di conforto di Don Matteo – peraltro teologicamente super-ferrate – sono di castigo per le azioni commesse, ma sempre di misericordia per l’uomo o la donna che le ha commesse. Don Matteo giudica il peccato e mai il peccatore. Perché il tema di fondo di “Don Matteo 11” è l’umanesimo, che può anche essere condito in salsa cattolica, ma che comunque pone al centro dell’attenzione l’uomo, le sue fragilità, le sue cadute, ma anche la sua capacità di riscatto persino dal più profondo degli abissi in cui è precipitato. Quando arrivano i Carabinieri, e cioè lo Stato, si capisce che il loro dovere è di far rispettare la legge e di consegnare alla giustizia i colpevoli. Ma, guidati dalle intuizioni di Don Matteo (e dalla struggente musica di sottofondo), anche loro sanno che nel cuore delle persone albergano fondamentalmente dei buoni sentimenti e che sono le circostanze, troppo spesso, a rovinare le cose – la perdita del lavoro, le difficoltà economiche, il maldestro tentativo di farsi giustizia da soli, vendette, rancori del passato. Il cattivo in “Don Matteo 11” non lo è quasi mai per natura, ma solo spinto dalle difficoltà. Gli aridi di cuore, i veri malvagi, sono spesso tratteggiati nei panni di imprenditori senza scrupoli, industriali assetati di denaro, uomini di successo a loro volta vittime di vizi vari, categorie umane verso le quali Don Matteo non mostra mai particolare empatia. Gente che ha instaurato e ha approfittato dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Se non è marxismo questo, non so cos’altro lo possa essere.

In definitiva, dunque, e per riassumere: ho visto il futuro della sinistra e quel futuro potrebbe anche avere la tonaca consunta di Don Matteo 11 e dei suoi 15 milioni di audience.
Forse allora non sono tanto le idee, ma le categorie ideologiche ad essere tramontate. Eppure c’è una narrazione che ancora resiste e ancora pone l’uomo al centro del proprio racconto e le masse come destinatari di un messaggio di speranza e di riscatto.
E no, questa narrazione non la fa Eugenio Scalfari su Repubblica. La fa “Don Matteo 11” su Rai1, al giovedì sera.

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Memoria di un “paesaggio fragile”

9788806228330_0_0_1547_75Il paesaggio fragile è quello spesso in ombra, segnato da antiche memorie relative al lavoro e all’abitare, che attraversa valichi alpini, vie di sale e di libri, architetture dimenticate di terra cruda e di orizzonti ormai senza storia.
Il paesaggio fragile – L’Italia vista dai margini” (Einaudi) è anche il titolo del lavoro di Antonella Tarpino, che fa seguito così a quel “Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro“, vincitore del Premio Bagutta nel 2013.
Si tratta di quattro itinerari, per lo più concentrati in un’area geografica piuttosto “ristretta”, tra Liguria e Piemonte, con escursioni in Lunigiana o nelle valli piacentine, oltre a una più dettagliata fotografia sulle costruzioni in terra che arriva fino alla Marche e in Calabria.
Il libro di Antonella Tarpino, tuttavia, non è una guida turistica e nemmeno una riflessione passatista sulle presunte meraviglie di un passato ora scomparso. Certo, gli itinerari sono segnati dalle descrizioni delle vite di chi quelle strade le ha vissute e di chi ha abitato quei borghi ora spesso desolati – viandanti, commercianti di sale, acciughe, libri, neve. Eppure nelle pagine del libro emerge che il “paesaggio fragile” per eccellenza è quello della memoria, vale a dire il paesaggio simbolo di ciò che sta al confine tra visibile e invisibile. Grazie a queste coordinate, la memoria non è qualcosa cui rifugiarsi vagheggiando un’eta dell’oro peraltro mai esistita e non è nemmeno quell’esito sincretico e balzano che induce a pensarla come stereotipo identitario ed escludente. Quello è fare falsa memoria ad uso improprio (a volta anche elettorale). La memoria, esattamente come i paesaggi – tanto più i paesaggi di confine – è invece qualcosa di fluido e che, tramite le tracce che ne costituiscono la trama incessante, determina la lettura di un luogo e, nel migliore, dei casi, anche la sua prospettiva di futuro. “Nello scarto violento che viviamo, con il globale che ridisegna lo spazio e i paesaggi desueti del nuovo che invecchia, gli antichi margini, fragili ma emersi, per così dire, al nostro sguardo, possono riaprirsi un varco nelle geografie mobili del contemporaneo. Come? Anzitutto con un movimento mentale, una torsione dello sguardo: un cambio di legenda (…) dispiegando, in via preliminare, la potenza che il linguaggio ha di rinominare ogni volta le cose in tal modo da prefigurare, per successivi scarti, nuovi orizzonti. Spetta anzitutto alle parole, corrette dalla memoria profonda dell’abitare, il compito di riparare il paesaggio fragile, guasto. Oltre lo sguardo, questo sì opaco (e troppo corto) del presente, con il suo lessico infranto, per poterlo riguardare, quel paesaggio, e insieme averne riguardo”.
Antonella Tarpino, dunque, attraverso le pagine del suo libro, non ci conduce alla scoperta di luoghi dimenticati (e, come troppo spesso capita, possibili prede di un turismo senza storia e senza rispetto), ma dispiega con estrema precisione l’importanza delle parole nella costruzione di una memoria che sia il più possibile (ri)condivisa. E questo è importante non tanto per una narrazione precisa di “come siamo stati”, quanto piuttosto per una rialfabetizzazione del paesaggio che diventa necessario non per un esercizio filologico, ma per dare un senso compiuto alla “torsione”, al “ritorno”, alla “salvaguardia”, alla cultura. All’opporsi a quel diventare “invisibili a se stessi” che rappresenta una delle principali forme di povertà immateriali dell’oggi.

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I racconti di “Queste stanze vuote”

Premessa 1 – Il tempo
Se posso, cerco di non leggere racconti.
Sì, lo so che questa è una banalità, che da noi, in Italia, i racconti non si vendono solo perché “qualcuno” ha deciso così, che invece “la grande tradizione dei racconti della narrativa americana…”.
Nel mio caso credo sia più che altro una questione di ottimizzazione delle risorse: strappare il tempo per leggere alle altre mille cose che affollano la testa è sempre difficile (subito avrei voluto aggiungere a questa frase un “più” – è “sempre più difficile” – ma non voglio essere assolutista anche perché, al contrario, conosco un sacco di persone che ci riescono molto bene e quindi, probabilmente, il problema è solo mio). Comunque è “difficile” e utilizzare questa conquista per i racconti – invece che per il “Grande Romanzo Americano” – pare di buttarla anche un po’ via.
Queste stanze vuote”, di Massimiliano Maestrello, è un libro di racconti.

queste-stanze-vuotePremessa 2 – Il packaging
Quelli che sono informati, dicono che nelle case editrici si fanno studi precisi sul confezionamento dei libri. Una certa “dittatura del marketing” impone che il lettore sia acchiappato più che altro dalla copertina e non dalle famose prime quindici righe del contenuto.
Ecco, alle Edizioni Le Gru, l’editore di “Queste stanze vuote” non devono aver fatto questo ragionamento. Non perché la copertina del libro sia brutta. Anzi, trovo che rifulga di bellezza minimalista. Tuttavia, non “seduce” – in senso amazonian-commerciale – a prendere immediatamente in mano il libro (ma c’è un perché e lo vedremo dopo).

Solo che…
Solo che io so come scrive Massimiliano Maestrello. Lo so fin dai tempi di “Cronache degli anni Zero”. E poi lo so per le cose che ha fatto per Zandegù – “Spaghetti wrestler“, “Al di là del tendone” e “Morirò, me l’ha detto internet” – che sono bellissime. E lo so anche perché – giuro – leggo tutti i suoi post su Fb e se non sempre metto il like e solo per non sembrargli una specie di stalker.
Di conseguenza, non potevo continuare a ignorare la sua raccolta di racconti (uscita nel 2014).

Queste stanze vuote” si apre con una citazione di Jean Rostand – “Essere adulti vuol dire essere soli” – caricata poi ulteriormente da un pezzo da novanta, “we live, as we dream – alone”, di Joseph Conrad.
Ora, non è che questo non sia vero. Sono cose che abbiamo pensato tutti (ecco, magari non proprio-proprio con queste esatte parole), soprattutto quando non eravamo ancora adulti e ci immaginavamo come sarebbe stato quando… (da adulti, invece, si tende invariabilmente a spostare queste affermazioni al tempo della vecchiaia, sempre più avanti).
I racconti di “Queste stanze vuote” sono sette, suddivisi appunto per “stanze”, e sì, hanno a che fare con le citazioni che l’autore propone in apertura (lo sottolineo perché non è mica sempre così e spesso gli autori mettono citazioni che non c’entrano nulla con il libro che hanno scritto, solo per tirarsela un po’). I sette racconti del libro, infatti, colgono i giovani protagonisti nel momento decisivo della loro storia, nell’attimo in cui scoprono che essere adulti vuol dire essere soli (questo c’è scritto in quarta di copertina, che è una quarta di copertina perfetta).
Prima dei sette racconti c’è un “ingresso” – come in tutte le case – dove si specifica meglio: “A volte penso che anche le persone siano così, vicine una all’altra, ma separate da mura invisibili”.
Dopo ci sono i sette racconti veri e propri. Che, diciamolo subito, sono sette piccoli gioielli, di scrittura limpidissima, debitori di una tradizione narrativa italiana che affonda le radici nell’humus tondelliano e che si è poi sviluppata, con alterne fortune, nei decenni successivi.
I racconti della raccolta non sono “racconti felici” (chi l’avrebbe detto? Ma questo punto ricordate quanto si diceva prima sulla copertina?), cioè non portano a quel sano ottimismo che dovrebbe essere consono alle nuove generazioni. Sono racconti dove spesso sono le delusioni ad accompagnare la scoperta del crescere da parte dei personaggi, delusioni che agli occhi dei protagonisti arrivano spesso e volentieri dai comportamenti degli adulti. Quasi che “diventare grandi” sia essenzialmente saper finalmente vedere le cose così come stanno realmente e non per come te l’hanno raccontata fin lì. Sono storie di amicizie “al limite” – così come spesso è sostanzialmente “al limite” l’adolescenza stessa – e di famiglie corrotte dal silenzio o dall’incomunicabilità della routine. Sono anche storie dove, in ognuna di loro, c’è un punto preciso in cui si capisce che le vite dei protagonisti potrebbero essere diverse – una mano tesa, uno spazio in cui “adesso ci diciamo tutto”, un particolare in cui giocarsi tutta a felicità, possibile e futura – ma queste possibilità, tuttavia, non vengono colte, per una serie di circostanze che poi, a ragionarci su, appaiono ineluttabili.
C’è anche molta provincia dentro “Queste stanze vuote”. Una “provincia” – ecco un altro senso tondelliano – che chi abita nelle grandi città fatica a comprendere, una provincia che imprigiona i personaggi in un destino che per loro sembrerebbe già segnato e dalla quale però a un certo punto è necessario allontanarsi per vedere le cose più distintamente e provare a ribellarsi per un’ultima volta (o forse la prima) alla solitudine, alla “vuotezza” (che non è un bel termine, ma rende il concetto).
Perché le stanze sono vuote, sì, ma i sogni, ecco, i sogni di tutti, invece, sono pieni – siano essi il rincorrere un pallone in cortile senza poterlo fare o il farsi accettare dai propri genitori o il provare a sfangare un’altra inutile serata chiusi in una macchina a bere. O l’idea che quest’anno potremmo vincere i Mondiali.
E se nel diventare adulti ci fosse la possibilità di portarseli dietro, almeno un po’ di quei sogni, ecco, forse questo sarebbe anche il modo per sentirsi poi meno soli.

Queste stanze vuote”, di Massimiliano Maestrello, è un magnifico libro di racconti.
Uno dei più belli che mi sia capitato di leggere ultimamente.

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Per una lettura estetica della puntata di “Dalla vostra parte” in collegamento da Correggio

Annunciata a gran voce sui social locali, giovedì 29 dicembre è andata in onda una puntata di “Dalla vostra parte” con un collegamento da Correggio (oltre che da Sesto San Giovanni).
Dalla vostra parte” è una striscia quotidiana di Rete 4, che precede e sposta in avanti di un’ora circa il prime time del canale, curata (tra gli altri autori) da Mario Giordano e attualmente condotta da Maurizio Belpietro.
Si tratta di un talk monotematico perché affronta, quasi sempre, il caso dei cittadini italiani in difficoltà – collegati da varie piazze locali – contrapposti ai privilegi riservati agli immigrati – spesso difesi in studio da un mediatore culturale straniero.
Molti lo definiscono un “programma trash”. Invece è un prodotto che presenta un’estetica molto dettagliata e curata in modo iperprofessionale, che di fatto trasporta il formato del talk show nell’ambito della soap opera (lo smarmellamento delle luci in studio, la ripetitività ossessiva delle situazioni presentate, il riassumere continuamente il punto della situazione sono tutti elementi della serialità da telenovelas applicati all’agone della chiacchiera politica).
Procediamo dunque a una definizione dell’estetica di “Dalla vostra parte”, così come si è palesata nella puntata “correggese”.

Premesse generali
1. Il conduttore
novellaLa puntata è stata condotta dal bravo Federico Novella, al posto dell’indiscussa star Maurizio Belpietro: l’indubbia professionalità di Novella nel gestire la situazione è stata molto importante per coprire la possibile mezza delusione per il pubblico data dall’assenza del noto conduttore brizzolato. Alla fine è stato come andare allo stadio per vedere Mauro Icardi e trovarsi invece Eder ma con Eder che segna una doppietta (una cosa del genere, ecco).

2. Il titolo
titoloNel caso a qualcuno fosse sfuggita qualche puntata precedente, ecco che il titolo viene in soccorso: “Immigrati accolti, italiani abbandonati”. Non c’è alcun tentativo di gioco di parole, titolazione arguta, motto di spirito: “Dalla vostra parte” bada al sodo e il verbo “accogliere” viene utilmente e sagacemente contrapposto al verbo “abbandonare”, anche senza il conforto della grammatica.

183. La coreografia
Le luci nello studio sono abbondanti, eppure lì, a parte il conduttore, non c’è nessuno. Gli ospiti sono tutti in collegamento, ma mentre i “politici” sono ripresi in ambienti asettici, il popolo è sistemato coreograficamente come un “terzo stato”, con luci più spartane, a sottolineare che la vita, quella vera, è diversa dalla ribalta dei salotti televisivi.

4. I cartelli
cartelli 1 cartelli 2Il popolo in collegamento da Sesto San Giovanni e quello di Correggio alzano cartelli, scritti con simile calligrafia. Chi scrive quei cartelli? Gli autori? Gli inviati? Li fanno lì sul momento? Non si sa, ma l’effetto finale è una rassicurante sensazione che tutta Italia sia partecipe in ugual misura delle stesse proteste.

5. Gli ospiti
Bisogna sapere che gli ospiti in “Dalla vostra parte” non sono veri e propri ospiti. Sono archetipi mutuati dalla drammaturgia. Abbiamo dunque ospitiil Personaggio Filogovernativo (di centrosinistra) che si contrappone al Personaggio Oppositivo (di centrodestra). Entrambi sono fronteggiati dal Personaggio Del Popolo (in genere un leghista, a volte un grillino a propria insaputa), che ha il compito di stare dalla parte della gente. Poi c’è O’Malamente, il mediatore culturale di origine straniera cui viene riservata la parte più difficile: far vedere di essere uscito dalla giungla e di essersi istruito, ma di averlo fatto a scapito degli italiani. Infine c’è l’Ospite A Sorpresa (di cui parleremo più avanti).

La “nostra” puntata – I cinque momenti estetici clou
1. Il Servizio Più Drammatico dell’Intera Serata
oscurataIn ogni puntata di “Dalla vostra parte” c’è sempre un momento di altissimo dramma narrativo. In questa occasione, per distacco, abbiamo avuto la testimonianza della donna di Correggio rilasciata con volto oscurato e voce in falsetto. Una scelta apparentemente senza motivo, primo perché a Correggio tutti sanno chi è questa donna e secondo perché già a Rio Saliceto (paese confinante con Correggio) la sua vicenda non interessa a nessuno. Eppure questa è stata grandissima televisione, perché l’impatto di qualcuno costretto a nascondersi in questo modo nel cuore della democratica Emilia è fortemente suggestivo per il pubblico di Rete 4. Il quadretto perfetto è stato completato dal fatto che la signora abbia parlato in casa con la tv accesa (sintonizzata ovviamente su Rete 4) e dalla magnifica inquadratura degli angioletti-soprammobili, iconografia da “Verità Inoppugnabile” che sarà ripresa anche per il collegamento con l’Ospite A Sorpresa.angioletti

2. Daniela Santanché
Come tutti gli altri ospiti, anche Daniela Santanché (Personaggio Oppositivo) è in collegamento dall’esterno. La sua serafica bellezza è perfettamente incastonata in un contesto di chalet alpino (o di sauna finlandese), con il microfono a giocare maliziosamente con la camicetta vedo/non vedo.
santanchèDa questo altrove immaginifico, la Santanché solidarizza con il popolo, tutto il popolo. Al quale popolo viene servita l’abbacinante immagine di qualcuno che ce l’ha fatta, portandolo a riservare i propri strali verso la meticolosa figura del Personaggio Filogovernativo (la “secchiona” Titti Di Salvo, che invece che stare a Cortina perde tempo a telefonare agli amministratori locali in cerca di risposte inutili, perché tanto il popolo conosce già).

3. I “danè”
centonaioAl minuto 35, Gianmarco Centinaio, Personaggio del Popolo, fin lì sottotono, svolta clamorosamente verso un auspicabile successo, snocciolando più volte la parola “danè” (con magistrale mimica dei gesti). Accusa le cooperative di arricchirsi sul tema dei migranti. Il termine “danè” viene ripetuto molte volte, fino a quando a Federico Novella viene in mente che il pubblico di Rete 4 probabilmente non è solo nelle valli bergamasche e quindi autorizza Centinaio a usare il termine solo in quanto “è del nord” (facendo intuire che si potrebbe anche sottotitolare i prossimi interventi dell’esponente del popolo, ma lasciando capire che non ce ne sarà bisogno perché il popolo, anche quello meridionale, capisce molto meglio la parola “danè” degli astrusi dibattiti verbali in corso tra la Di Salvo e la Santanchè).

4. Le case popolari in Egitto
case in egittoAl minuto 20.35, uno spilungone da Correggio domanda a Mattia Abdu se in Egitto vengano assegnate case popolari a italiani. Questo è un momento di alti significati interpretativi perché in realtà la domanda sottintende altro: intanto perché Mattia Abdu aveva già detto di non essere egiziano, ma italiano (e quindi gli tocca ora ribadire di non sapere nulla della situazione degli alloggi popolari in Egitto); e poi perché su tutto, fin dalla presentazione dello stesso Abdu, aleggia lo spettro della vicenda Regeni, che tuttavia non può essere nominato in quanto figura iconica di parte avversa sia allo spirito della trasmissione sia alle simpatie politiche del tizio correggese che ha sollevato il problema.

5. L’uso festivo della parola “merda”
merda 1La parola “merda” viene pronunciata in due circostanze. La prima al minuto 12 quando una signora di Sesto San Giovanni dice che (per colpa di quelli là, i soliti) sta passando “un Natale di merda”. E qui interviene prontamente Federico Novella – “piano con le parole” – per dirle in sostanza “gioca con i fanti, ma lascia stare i santi”.
La seconda, invece, è una clamorosa epifania. Parliamo naturalmente di Marco Moriconi, ristoratore di Punta Marina (Ravenna), l’Ospite A Sorpresa. Il Moriconi è lì perché nei giorni scorsi è stato protagonista delle cronache per aver donato un pranzo natalizio a 23 italiani in difficoltà. Italiani, non stranieri. Potrebbe essere una bella storia dickensiana. Se non ci fosse di mezzo O’Malamente Abdu il quale, con il suo atteggiamento, indispettisce Marco Moriconi così tanto che l’oste a un certo punto – minuto 34 – perde le staffe, si avvicina minaccioso alla telecamera e urla all’Abdu “pezzo di merdaaa”. Il tutto con clamorosa inquadratura di un gigantesco Gesù ligneo che il Moriconi stesso ha sistemato nel suo locale, sacrificando a occhio almeno quattro posti tavolo. Perché Federico Novella questa volta non interviene? Perché non si comporta come ha fatto in precedenza con la signora?
Semplice.
Perché al minuto 34 siamo ormai alla fine della trasmissione. E il fine della trasmissione è che qualcuno dica all’altro “pezzo di merdaaa”. Ma questo non può e non deve avvenire al minuto 12 perché sarebbe come chiudere una puntata di Beautiful due minuti dopo l’inizio.
Marco Moriconi, dunque, l’Ospite A Sorpresa, è il vero trionfatore della serata, con un gol di rara bellezza e utilità siglato sul finire dell’incontro.
Chapeau.
Il popolo ha vinto ancora una volta.
moriconi

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Cinque libri per il 2016 (+ un’altra cosa) (+ un’altra cosa ancora)

FullSizeRender“Cinque libri per il 2016” è un titolo ambizioso. Dovrei aggiungere la solita precisazione “che ho letto io”, per onestà (che poi sono state letture tutto sommato limitate perché è stato un anno lungo e complicato da varie cose). Ma se ne scrivo qui è più che altro per evitare di dimenticarmi di questo anno bisesto, che in molti auspicano termini presto, ma che, invece, dovremmo tener caro, come si tiene in conto di tutto ciò che passa e che, comunque vada, non ritornerà (o non ritornerà più allo stesso modo). Letture comprese.

Jon Kallman Stefansson, Paradiso e Inferno (Iperborea)
Ho deciso di leggere un solo libro di Stefansson all’anno, anche se avrei voglia di accelerare (e a occhio e croce, ogni anno l’ex bibliotecario islandese sarà in cima a post simili a questo). Quest’anno è la volta di “Paradiso e inferno”, che è un racconto che inizia con due amici pronti per una battuta di pesca. Uno muore quasi subito, in modo anche abbastanza stupido. Ma dove uno muore per aver dato troppa importanza alle parole, l’altro sopravvive proprio per l’importanza delle parole stesse. Sembra una cosa da poco, solo che Stefansson è un autore talmente straordinario che credo che anche una sua lista della spesa acquisirebbe immediatamente indiscutibile spessore poetico.

Emmanuel Carrère, A Calais (Adelphi)
Sono 50 pagine. Magistrali. Dove Carrère parla di Calais – anzi della “jungle” di Calais, ad un certo punto dell’anno il più grande ed esteso e pericoloso campo profughi in terra europea – senza però nemmeno entrare nella “jungle” di Calais. Ma siccome Carrère è un grande scrittore, parlando/non parlando di Calais e della sua jungle in realtà parla di noi stessi alle prese con la paura di essere noi stessi allo specchio. Cinquanta pagine sono più o meno un romanzo di Erri De Luca. Ma questa non è una “furbata” di Adelphi per sfruttare un nome di punta: è una piccola opera, a suo modo, definitiva.

Zerocalcare, Kobane Calling (Bao)
Non è perché è Zerocalcare e allora fa ridere. Non è perché è Zerocalcare e fa ridere, sì, però questa volta no. E non è nemmeno perché l’argomento trattato ti prende come una stretta allo stomaco e non ti abbandona più, fino alla fine del libro. Non è per nessuna di queste ragioni, pur essendolo un po’ per tutte. Ma è soprattutto perché Zerocalcare ha scritto una grande storia. E poi l’ha anche disegnata. Ma prima di tutto l’ha scritta. “Che ne sappiamo noi dei curdi?” è una domanda che dopo “Kobane Calling” ha meno senso farsi. Parlano tutti bene di Zerocalcare (ma proprio “tutti” compresi quelli che non parlano mai bene di nessuno, tipo anche il Fatto Quotidiano): nasce del sospetto verso quelli di cui tutti parlano bene, ma questa volta gli elogi sono davvero meritati.

Fergus Fleming, A caccia di draghi (Castelvecchi)
Io per esempio non lo sapevo che sulle Alpi esistessero i draghi. Sono scomparsi quando l’uomo ha cominciato a conquistare le alte vette, in modi a volte buffi, altre ingegnosi, altri ancora temerari, ma sempre avventurosi. L’epica narrazione di questa scacciata dei draghi è appunto al centro del libro di Fleming (che è stato ripubblicato ora da Elliot, solo che io l’ho letto nell’edizione Castelvecchi e quindi mi attengo a quella). Unico neo: il libro parla, con umorismo e arguzia, della corsa alle vette delle Alpi occidentali (quelle francesi, savoiarde e svizzere) e per chi, come me, abita a cavallo dell’A22, le Alpi sono più quelle “altre”.

Roald Dahl, Il GGG (Salani)
Tra un po’ esce il film (l’ha fatto Spielberg). Quale migliore occasione, dunque, per prepararsi all’evento che leggere il GGG a Lorenzo, alla sera? Ma quanto ti accorgi che sei tu, adulto, ad attendere con ansia il momento di andare a letto, per andare avanti con la storia, per capire che fine faranno San Guinario e gli altri maledetti ciucciabudella, allora cogli una volta in più la grandezza e il potere di una storia e della capacità di saperla raccontare bene. Dahl era un maestro.

P.S.
Sì, lo so che quest’anno è uscito “Eccomi“, il romanzo nuovo di Jonathan Safran Foer. Sono a metà lettura. Si tratta di un libro tecnicamente perfetto. Però, JSF, però: la magia di “Ogni cosa è illuminata” non c’è. La perfezione non significa empatia, così come Jonathan Franzen non sarà mai Foster Wallace. “Ogni cosa è illuminata” era un libro necessario. “Eccomi” è perfetto. Ma, tutto sommato, potevamo farne a meno? La domanda vale il prezzo del dubbio ed è già una mezza sconfitta per chi ha amato Safran Foer sopra ogni altro autore.

P.S. 2
Anche quest’anno, naturalmente, sono state pubblicate tonnellate e tonnellate di carta straccia. Cioè, l’editoria italiana ha persino trovato le risorse per pubblicare un troglo come Matteo Salvini con il suo offensivo “Secondo Matteo“. Eppure, eppure che ne dite di “Cazzi miei“, imperdibile opera di Gianna Nannini edita da Mondadori? C’è ancora spazio e fondo per raschiare il barile prima della fine?

MTV Unplugged: Nirvana

Abaout a boy – Montage of Heck

MTV Unplugged: NirvanaHo fumato la mia ultima sigaretta in un luminoso pomeriggio di aprile del 1994, uno di quei rari giorni in cui la bellezza di Correggio e del verde appena accennato dei suoi tigli è talmente disarmante che sei disposto a concederle fiducia ancora una volta.
So anche dove, terza panchina sulla destra, ai giardini pubblici, partendo da piazzale Carducci.
Ecco, sto lì, in attesa di un appuntamento che poi non andrà come avevo in mente, e in mano ho una cassetta TDK da 120.
Per chi non lo sapesse, la TDK da 120 era una specie di iPod, perché se ci registravi sopra in modalità “lp” ci stavano dentro quattro ore di musica. Potevi scegliere tre opzioni: 1. fare una “compilation” di robe varie, che adesso si chiamano playlist; 2. metterci un album intero sulla facciata A e un secondo album intero sulla facciata B; 3. duplicare un album unico, nelle due facciate, mantenendo la sequenza dell’originale, salvo però lasciare tipo 30 minuti di buco vuoto alla fine di ognuno dei due lati.
Nella TDK da 120 c’è un bootleg scarsissimo dell’Unplugged in NY dei Nirvana. L’album ufficiale uscirà solo di lì a qualche mese. Però ho un amico che a sua volta ha un amico che si è registrato tutto quanto direttamente dalla tv, visto che un terzo amico è là, in America, per via di uno scambio scolastico e ha mandato la videocassetta del concerto.
La TDK da 120 ha un difetto. O forse ha un difetto la fonte originaria. O forse c’è qualche altro ca-sino, che non so. Fatto sta che la sequenza dei pezzi è diversa da quella che poi uscirà sull’album. Ma l’ultimo pezzo è comunque “Where did you sleep last night?”. Solo che qualcosa è andato storto. Nelle registrazioni casalinghe – di quel tipo, poi – capitava frequentemente. E l’ultima strofa è ripetuta all’infinito, “ragazza mia, ragazza mia, non dirmi bugie, where did you sleep last night?”. Non ci sono gli applausi. Non c’è nient’altro che la voce rotta di Kurt Cobain, a ripetere quella frase.
Kurt Cobain è il mio eroe di quei giorni.
Kurt Cobain si è ucciso qualche giorno prima.

Unplugged in NYIn quella giornata di aprile del 1994 a Correggio, io non lo so, non ancora almeno, che l’Unplugged in NY è stato il funerale in diretta che Cobain ha fatto a se stesso. I tappeti, le candele, la luce soffusa, l’intensità dello sguardo, la voce straziata, tutto è funebre in quell’esibizione. Ma io non l’ho ancora vista. Ho solo questa TDK da 120 che finisce in loop. Ma in quella strofa c’è tutto ciò che serve, anche se molte cose appariranno chiare solo molti anni dopo: ci sono, cioè, il tradimento, l’insicurezza, le domande, la disillusione, i frantumi di una famiglia a pezzi, una famiglia in cui regna la menzogna e il dolore. La famiglia, che è il bene assoluto che Kurt ha inseguito per tutta la vita, e la cui mancanza, alla fine, ha rappresentato la mancanza di tutto.
Chi lo dice?
Beh, prima di tutto lo dice lui stesso, quando nelle sue ultime interviste non fa altro che parlare di sua figlia, l’allora piccola Frances Bean, e del dovere di non darle una famiglia di merda come ha avuto lui.

CobainPoi lo scrive Tommaso Pincio, in quel capolavoro che è “Un amore dell’altro mondo” (Einaudi, 2002): “Molti anni dopo, quando tutta questa storia sarebbe finita nell’unico modo possibile, quando non ci sarebbe stato più niente da dire, e aggiungere qualcosa sarebbe parso non soltanto inutile, ma anche irriguardoso, la madre rilasciò un’intervista: – Il nostro divorzio fu un’esperienza devastante per lui. Ne uscì distrutto. Divenne… come dire? Triste su tutta la linea”.
Infine, lo dice anche Charles Cross, nel suo “Più pesante del cielo” (Arcana, 2002), ancora oggi, secondo me, la più bella bio di Cobain: “Per Kurt fu un olocausto emotivo. Per lui fu traumatico perché vedeva sfaldarsi sotto gli occhi tutto ciò su cui lui confidava, la sicurezza, la famiglia e anche il suo mantenimento”.
Olocausto emotivo.
C’è questa scena terribile in “Montage of Heck”, il docu di Brett Morgen su Cobain, uscito nelle sale italiane il 28 e 29 aprile. Sono riprese da uno dei celebri lost weekend della coppia tossica Cobain-Love. Si vede Kurt, fattissimo, che cerca di far camminare Frances Bean, mentre lui stesso non si regge in piedi. Perché lo fa? Perché in un momento in cui l’eroina è padrona della sua vita, si presta a questa cosa? Perché non desiderava altro che sua figlia fosse felice. Che è l’aspirazione di tutti i genitori. E la felicità di un figlio è data prima di tutto da due genitori che stanno insieme. Punto. Insieme, in qualsiasi condizione.
Questo, secondo me, è il senso più vero – e per certi versi più straziante – del film di Morgen. In cui, per il resto, vengono messe in scena le grottesche figure dei genitori e della terribile Coutney Love, mentre l’unico personaggio dotato di umanità toccante è il bassista e amico Chris Novoselic (Dave Grohl, invece, nemmeno viene intervistato, per una scelta inopinata del regista), senza nulla aggiungere alla figura di un death rocker, di cui tutto, e oltre, è stato detto e scritto.

Nell’Unplugged, alla fine, la telecamera stringe sul viso di Cobain e poi sugli occhi che, pure al culmine della sua tossicità e della disperazione, sono limpidi e bellissimi come non mai: “Where did you sleep last night?”, mormora.
Anche io ho capito molto dopo che non è la risposta quello che conta. Ma il fatto che ci sia qualcuno che te lo chiede. Qualcuno cui probabilmente importa qualcosa di te, qualcuno che solo dimostrando questo interesse diventa la tua famiglia.
Quando certe volte mi guardo allo specchio, quando vedo i miei bimbi giocare, mi torna in mente quel giorno di aprile e non tanto per l’ultima sigaretta fumata o per l’appuntamento andato male, quanto per la TDK da 120 con la registrazione rovinata alla fine.
E mi riconosco fortunato per aver avuto chi mi ha fatto spesso quella domanda, una domanda che molte volte ti salva la vita.

Cinque libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti (più uno, bellissimo, che però devo ancora finire di leggere) (più un altro che non mi è piaciuto e vi dico perché) (più un altro parecchio brutto che però va letto anch’esso, secondo me)

Ogni anno faccio letture disordinate. Poi mi pento e mi dolgo e mi riprometto “ah, ma l’anno prossimo mi darò un metodo. E tutto sarà molto più bello”. Dopo, però, non la faccio mai, questa cosa del darmi un metodo. Così, di solito verso dicembre, cerco di mettere un po’ di ordine e son due o tre anni che ci sono persone che sembrano interessate a quello che ho letto io. “Anzi, perché non ti sbrighi a scriverle un po’ prima, queste cose, che così ci mettiamo avanti per i regali di Natale?”, mi hanno detto queste persone. Quindi, l’appuntamento con i “5 libri” è diventato una specie di incentivo al PIL. Quanto meno al PIL correggese. E chi sono io per non offrire il mio contributo alla causa del PIL? Così, ecco quelli che NON SONO i “cinque migliori libri del 2014”, ma, più modestamente, solo “i cinque migliori libri che ho letto IO nel 2014”. Più un altro paio di robette, che metto alla fine perché non c’entrano con il PIL.

Giorgio Fontana, “Morte di un uomo felice” (Sellerio)
“Morte di un uomo felice” è un libro di una bellezza talmente nitida, secondo me, e lucente, e a suo modo struggente, che ridurlo nelle poche righe di un commento non è nemmeno giusto. Ha vinto il Campiello, meritatissimo. Ma ancora di più. Nel mondo editoriale (e non solo in quello) passa tutto così in fretta e tutto viene catalogato in modo anche svilente alla voce “capolavoro”, salvo poi dimenticare tutto dopo un paio di mesi. Capolavori. Le librerie sono piene di “capolavori”, nelle fascette. Ecco, non posso dire se questo sia davvero un “capolavoro”. Posso sperare, invece, che questo sarà un libro che rimarrà. Perché ha lo stile, lo status, la grazia e la forza del “classico”. Il giudice Giacomo Colnaghi è un personaggio memorabile. E Giorgio Fontana è uno scrittore sopraffino.

Alice Munro, “Chi ti credi di essere” (Einaudi)
Commentare un’opera (verrebbe da dire “qualsiasi opera”) dell’Alice Munro è persino imbarazzante. Questo però è un libro perfetto e quindi me la cavo con poco e non devo aggiungere molto altro. La circolarità del meraviglioso impianto narrativo diventa, di volta in volta, poetica, comica, dolorosa e buffa. E l’autrice padroneggia magistralmente ogni tono narrativo, ogni piccola sfumatura. In tutto il testo non c’è traccia di una singola parola fuori posto o superflua o fine a se stessa. Gran nota di merito per la traduzione di Susanna Basso. Uno straordinario racconto femminile. Con tutto il plus che questo comporta.

Michale Chabon, “Cronache di principi e viandanti” (Indiana)
Ottima annata, per me, fan incallito di Chabon, che me la sono goduta con ben due sue uscite. Ma se il romanzo-romanzo – “Telegraph Avenue” (Rizzoli) – pur con sprazzi di limpida genialità (al solito), non mi ha però convinto fino in fondo, questo più piccolo, e apparentemente modesto, racconto mi ha ricompensato di ogni cosa. L’avventura, signori e signori, l’avventura classica. Declinata nel miglior Chabon. Cito dalla postfazione: “E se trovate ancora buffa l’idea degli ebrei con le spade, guardatevi adesso: seduti al vostro posto su un aereo a reazione, mettiamo, con le scarpe in poliestere e neoprene di un arancione agghiacciante, mentre ascoltate musica digitale percorrendo il cielo da Charlotte a Las Vegas, con la speranza di perdervi – voi stessi, la casa, le certezze, i confini e le barriere della vita – grazie a un fascio di fogli di pasta di legno, cuciti, incollati e colorati con macchie di pigmento e resina. Gente con i libri. Cosa potrebbe esserci di più incongruo, al giorno d’oggi? Mi viene da ridere”.

Cristiano Cavina, “I frutti dimenticati” (marcos y marcos)
In realtà, il libro di quest’anno di Cavina sarebbe “Inutile Tentare Imprigionare Sogni”. Che è molto buono. Però, siccome quando Cavina è venuto a Correggio, all’inizio dell’anno, ho avuto il grande piacere di presentarlo e siccome di Cavina mi mancava da leggere questo suo precedente, per fare “bella figura” l’ho recuperato. Ed è stato un tuffo al cuore. Del tutto autobiografico – che poi uno si chiede come sia possibile mettersi a nudo in questo modo, solo i grandi autori riescono a farlo – la narrazione limpida del garbuglio che comporta l’essere contemporaneamente padre e figlio, marito/compagno e singola persona è di classe superiore.

Philip Roth, “La nostra gang” (Einaudi)
Non è certo il romanzo per eccellenza di Roth. Non stiamo parlando di “Pastorale americana”, per dire. E allora, perché un racconto scritto all’epoca di Nixon e che parla di Nixon e che mette alla berlina Nixon, è così attuale? Perché “La nostra gang” non è un romanzo su Nixon, ma un romanzo sulle “parole del potere”, sull’utilizzo del linguaggio che il potere adotta ed esercita, spesso per giustificare la propria autoconservazione. Memorabile il passaggio del libro in cui Nixon dichiara a reti unificate l’aggressione atomica alla Danimarca, accusata di essere una nazione pornografa. Nella parodia, non c’è una sola parola che non abbiamo sentito anche noi , in questi anni di “interventismi democratici”.

Bene.

Poi.

Il libro bellissimo che però devo ancora finire di leggere – e che quindi rimane senza giudizio definitivo – è “Il figlio”, di Philipp Meyer (Einaudi), il ritorno della Grande Avventura Americana (e le maiuscole non sono messe a caso).

Il libro che non mi è piaciuto è “Il desiderio di essere come TUTTI”, di Francesco Piccolo (Einaudi). Dentro ci sono molti passaggi interessanti, di quelli che una volta avrebbero dato vita a lunghi corsivi e carteggi sulle pagine culturali dei quotidiani e adesso, invece no, perché, appunto, dopo una settimana son già lì tutti a parlare d’altro. Il testo di Piccolo, tuttavia, Gronda, però, furbizia fabiofaziesca da ogni singola riga.

Infine.

Il libro parecchio brutto che però, secondo me, va ugualmente letto è “Frankenstein” di Mary Shalley (l’edizione Oscar Mondadori è un supplemento di bruttezza da non trascurare). Va letto perché è il libro più “attuale” che mi sia capitato tra le mani in questi anni. Il perché, però, adesso lo tengo per me, visto che su questo testo ci sto lavorando un po’ su, per una cosa mia.

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La neve a Gaza (a volte arriva davvero) (almeno là)

Il libro è piccolo, un centinaio di pagine all’incirca. Ma la storia invece no, la storia è grande, grande più o meno 2,51 milioni di chilometri quadrati, come l’estensione del Mediterraneo. Perché “La neve a Gaza”, esordio dello scrittore cagliaritano Vincenzo Soddu (Caracò Editore), secondo me parte con un sottotitolo sviante, “Una storia palestinese”. E invece non è “una storia palestinese”, ma “una storia mediterranea”. La vicenda segue un tratto di vita – un tratto dai contorni luminosi e ben definiti, proprio come sanno essere certe giornate su quel mare lì, da qualche parte – di Karim, in un viaggio andata/ritorno tra la Palestina, appunto, e Cagliari. C’è una rapina, evento intorno cui sembra in un primo momento ruotare la vicenda. E, soprattutto, c’è l’assemblaggio della pittoresca banda che compirà il furto, un variegato gruppo di persone che, al netto delle provenienze eterogenee, condivide umanità e sfighe di tratto monicelliano. Eppure “La neve a Gaza” non è un noir e neppure una storia “classica” dove il povero emarginato supera di slancio tutti i problemi che gli si parano davanti grazie alla propria volontà ferrea e al proprio ingegno. “La neve a Gaza” è invece un romanzo di formazione. E lo è quasi più per il lettore che per i personaggi, lettore che viene lentamente, ma con sempre più irrimediabilità, attratto dal baricentro della vicenda che Soddu mette in scena. Che è Gaza, la Palestina. Ma è anche Cagliari, la Sardegna. Il Mediterraneo, appunto, terra/mare di civiltà e terra/mare di gente e popoli sconfitti. Così, mentre ancora sembra impossibile non guardare al benessere e ai welfare del nord Europa come a un modello da imitare a tutti i costi, “La neve a Gaza”, storia di conflitti mai risolti e di soprusi quotidiani che non trovano la via della giustizia (e dunque della riconciliazione), ci riporta nell’utero della nostra civiltà, in quel mare che va “da lì a là in fondo”, in quel mare che dalla Grecia all’Africa ribolle oggi di idee e grida la propria voglia di esserci e di non essere calpestato. Perché è il Mediterraneo che ci accomuna tutti ed è nel Mediterraneo che, forse, sarà più possibile “restare umani”, che è poi il testamento di Vittorio Arrigoni (presente nel romanzo nel ruolo di se stesso) e il messaggio ultimo di un libro da leggere.

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Cinque libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti (più uno che devo ancora leggere) (più un altro che ho letto e che consiglio anche se non mi è piaciuto e vi dico perché)

Ritorna, con questo aggiornamento 2013, il post che lo scorso anno ha gettato nel panico le librerie correggesi. Che nel periodo natalizio avrebbero già il loro bel daffare a districarsi tra i pacchi di Bruno Vespa e simili anche senza che ci si metta qualcuno ad arrivare lì a chiedere libri che non sono novità (e per non-essere una novità, basta essere stati editati da un paio di mesi).

Ma qui si insiste. Ecco. Mica per niente siamo pesci rossi.

Per cui…

 

Del romanzo di Marco Lazzarotto, Il ministero della bellezza (Indiana), avevamo già parlato qui e di conseguenza non mi ripeto (ah, la bellezza dei link!).

 

Shalom Auslander, Prove per un incendio (Guanda)

Pur sorvolando sulla circostanza che mi ha visto fin dalle prime pagine del romanzo assai vicino a Kugel, il protagonista, per via della sua grandiosa ipocondria (circostanza che, in effetti, potrebbe condizionare il giudizio), secondo me, al netto di difettucci vari, questo è un romanzo che rimane per molti versi “geniale”. Lo è sicuramente perché tratta di argomenti impegnativi – il dolore, il senso di colpa, la trasmissione dei valori, il sentimento di appartenenza a una storia (famigliare e assoluta) vissuto come un dovere – e la fa per larghi tratti con sarcasmo. Non con ironia, proprio con sarcasmo. Che sarebbe una tecnica da maneggiare sempre con molta cura, dato che è sovente molto facile scendere il gradino e ritrovarsi nel grottesco (che a me poi non dispiacerebbe nemmeno, ma non è qui il luogo per affrontare questa discussione). Ora, non è tanto il fatto che Auslander osi dissacrare la Tragedia con la T maiuscola del ventesimo secolo, l’Olocausto – e lo fa, uditeudite, avendo il coraggio di ridicolizzare addirittura Anna Frank. Cioè, è poi anche quello dato che, mi chiedo per esempio, chi di noi avrebbe la forza di scherzare su Primo Levi. Ma il tentativo di Auslander è quello di provare a consegnare quella Tragedia, appunto, intatta e in tutta la sua reale portata, alla storia. E questo passaggio avviene, deve avvenire quasi per forza, portando in luce una certa banalità della “trasmissione del dolore”, quasi come se questo dovesse avvenire per genetica, come se l’Olocausto fosse diventato, negli anni e per buona parte della borghesia ebraica americana, che ne ha edificato e custodito le ortodosse fondamenta memoriali, non la Tragedia, appunto, ma il pretesto dietro il quale nascondere piccole beghe quotidiane. Svilendola. Magistrale, in questo senso, la figura della madre di Kugel, un’ebrea americana nata nel 1945 e che dunque non ha mai vissuto l’esperienza della Deportazione, ma che, a seguito dell’abbandono subito da parte del marito, ha cominciato a costruirsi una memoria falsa ad uso personale, fatta di torture e campi di concentramento, chiudendo ogni suo discorso sempre con quel “figli di puttana”, riferito immancabilmente ai tedeschi. Solo che il problema è che questa, questa memoria totalmente fasulla, lei ha cercato di trasmetterla ai suoi figli, generando appunto la situazione paradossale che Auslander descrive con sarcasmo. Inoltre: i dialoghi sono addirittura superlativi (oserei dire). E, insomma, forse non troviamo qui la pulizia di scrittura e l’eleganza stilistica di Nathan Englander (direi che siamo più dalle parti di Keret, giusto per avere un’idea, approssimando di molto, naturalmente), ma ce ne fossero di romanzi del genere. Magari anche qui, anche in Italia, dove esiste un problema di memoria condivisa grande come una casa.

 

Ian McEwan, Miele (Einaudi)

Allora, “Miele” non è il miglior romanzo di McEwan (a parte il fatto che un romanzo scarso di McEwan meriterebbe di stare comunque in un elenco dei cinque migliori libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti). Però l’ambientazione – siamo nella Londra dei primi anni Settanta – è davvero interessante, soprattutto perché in genere risulta poco battuta. Insomma, non so nell’immaginario comune, ma nel mio sicuramente (a meno che non siate granbritanni), Londra passa allegramente dai Beatles ai Sex Pistols (per intenderci), ignorando tutto “quello che sta in mezzo”. E “quello che sta in mezzo” è una lunga stagione buia, tra le bombe dell’Ira e la crisi petrolifera. McEwan è un maestro assoluto nel ricreare su carta le atmosfere giuste. Ok, siamo abbastanza lontani dai vertici di “Espiazione”, per dire. Ma là stavamo leggendo un capolavoro assoluto e qui invece ci accontentiamo di una storia che regge. Serena Frome, la protagonista, è una buona voce narrante, che tra i diversi meriti, riesce a coprire il giudizio su altri personaggi un po’ meno riusciti. Per cui in conclusione: “Miele” rimane comunque un’ottima lettura tanto che, pur non essendo inclini a giustificare certi “trucchetti” narrativi, tuttavia tenderemmo ad essere parecchio indulgenti sull’espediente finale. Che in questo romanzo non manca (ehi, avete l’acquolina in bocca adesso, sì o no?).

 

Massimo Canuti, Contro i cattivi funziona (Instar)

Magari qualcuno potrà dire “ah, vabbè, metti questo libro solo perché dentro al libro medesimo c’è il segnalibro promo del tuo libro”. Oppure ci saranno i complottisti che grideranno appunto al complotto di scuderia (“guarda un po’, questi Instar, che si danno una mano a vicenda”). Ah ahhh, miei cari, niente di tutto ciò. Pensate un po’, invece, che la prima volta che ho letto il libro di Massimo Canuti non mi era piaciuto perché pensavo che ci fosse una gran quantità di dialogo, troppo, tipo sceneggiatura, che andava a scapito della costruzione complessiva. Poi, però, l’ho letto una seconda volta (te lo puoi permettere, non è lunghissimo). E lì è scoccato l’amore. Perché io subito non l’avevo mica capito. Non avevo mica capito, cioè, che la straordinaria forza di questo romanzo è proprio nella sua (apparente) semplicità. Con una grande attenzione alla ricetta basilare di ogni narrazione: personaggi che ti entrano nel cuore e di cui ben difficilmente ti dimenticherai. Una storia che procede in senso lineare, ma che va a dimostrare che c’è della bellezza nel mondo e che questa bellezza spesso ha a che fare con l’adolescenza perché è lì, è a quel punto della vita, che le cose hanno una nitidezza e una luminosità e un’intransigenza uniche, lì e forse mai più, lì perché sono (quasi) sempre accompagnate dal candore assoluto.

 

Zerocalcare, La profezia dell’armadillo (Bao)

Allora, Zerocalcare è un genio. Ma mica lo dico io. Mo’ adesso lo stanno dicendo un po’ tutti. Ecco, prendete questa vignetta, così, come aperitivo, come spriz. Io qui ho messo “La profezia dell’armadillo”, perché ora ho letto questo (grazie, grazie, grazie Ivano per il consiglio), ma sapete cosa vi dico? Prendete questa lista di libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti, stampatela e appallottolatela (o buttate nel cesso il foglio A4). Davvero. Non vi porterò rancore se lo farete. Ma per favore, vi prego, leggete una qualsiasi cosa di Zerocalcare. Vi spaccherete dalle risate e in più, gratis, ci scapperanno anche riflessioni serie, poesia pura, manualistica di sopravvivenza e varie altre cose. Leggete Zerocalcare anche se vi fanno schifo i fumetti. Diventerete persone migliori.

Zerocalcare

Zerocalcare

 

P.S.1

Ed ecco qui il libro che a me non è piaciuto, ma che per un sacco di motivi consiglio ugualmente di leggere. Perché è uno di quei libri che ne vale la pena, vada come vada.

Giovanni Cocco, La caduta (Nutrimenti)

Finalmente, un romanzo di un autore italiano il cui intento non è parlare del proprio ombelico. Scrittura potente (già lo hanno detto molti altri), struttura potente, intreccio potente e lingua potente (però, ecco, io DeLillo lo lascerei fuori dai paragoni importanti che sono stati spesi per il romanzo). Sappiamo anche che “La caduta” – e lo sappiamo dalle note dell’autore a corredo dell’edizione, note che tuttavia lasciano trasparire un po’ di fastidiosa (parere personale) supponenza – è solo parte di un’impresa narrativa più vasta e ambiziosa. E dunque cosa c’è che non va? Niente, in effetti. Eppure, la sensazione che lascia alla fine quest’opera è quella di una narrazione fredda e in alcuni casi persino un po’ artefatta, qualcosa tra il nozionismo wikipediano e l’abilità, indubbia, di costruire storie all’interno di un quadro narrativo già delineato dalla realtà dei fatti. Pregevole l’intenzione di ricollegare tutti i fili delle varie storie, ma la “cupezza” di fondo, che secondo me poi non c’entra granché nemmeno con l’Apocalisse tanto citato in esergo dei vari capitoli, è un escamotage furbesco: perché è anche abbastanza facile suscitare l’emozione nel lettore così, narrando da un punto di vista personale episodi che hanno segnato tragicamente e collettivamente gli ultimi anni (dagli attentati londinesi alla strage di Utoya, per esempio). Eppure sembra non esserci alcuna “com-passione” in Cocco, quasi che l’autore si sia sforzato, persino esplicitamente a volte, di mostrarsi distaccato dalla propria narrazione e dai propri personaggi. Tecnica narrativa nella quale Cocco eccelle, ma che ha la capacità d’emozionare di una bistecca fredda (a meno che uno non sia in stato di grazia come il Truman Capote di “In cold blood”). Inoltre, anche dal punto di vista meramente “ideologico”, la lettura della presunta caduta dell’Occidente, mi sembra persino forzatamente millenaristica, volta più che altro a cogliere, giustamente, i segni dell’orrore, ignorando però deliberatamente tutti gli agenti positivi in azione in questo scorcio di inizio millennio (che ci sono, ci sono, mai perdere la fiducia).

 

P.S.2

E proprio poco fa, è uscito “La neve a Gaza” (Caracò), di Vincenzo Soddu. Siccome è appena stato pubblicato io non l’ho ancora letto. Ma vi posso dire che se il libro rivelerà solo una minima parte della sensibilità, della cultura, dell’amore per i suoi studenti e della profondità del suo autore, beh, ogni cosa sarà illuminata e questo sarà sicuramente un grande romanzo.

 

P.S. 3

Ci sarebbe poi da dire anche un’altra cosa… Che in questo 2013 ho poi letto e riletto e ririletto e riririletto anche un certo manoscritto, che mi auguro che diventi poi libro nel 2014. Ma di quello, semmai, faremo sempre in tempo a parlare.

Stay tuned e buone feste!

Foto libri per post

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“Il Ministero della bellezza” (un libro proprio da leggere)

Una scrittura colta, ironica, leggera senza essere mai banale, piena di trovate capaci di scaldare il cuore e illuminare la mente. Stiamo ovviamente parlando di “Come miele colato su un tomino”, folgorante opera prima del giovane Adriano Cassandro, un nome sul quale, non facendoci difetto l’esperienza, diciamo subito che la letteratura italiana potrà far gran conto nei decenni a venire. A dire il vero, per le italiche sorti letterarie all’orizzonte si profilano anni di rinnovato entusiasmo, percependo l’inizio di una di quelle vette che, seppur raramente, quando appaiono sanno però caratterizzare un mondo altrimenti asfittico: “Clinker”, dell’altrettanto splendida esordiente Ottavia Dallamano, infatti, si pone come una sorta di controcanto femminile al miele dei tomini e nulla vieta di pensare alla coppia Cassandro-Dallamano come ai Moravia-Morante del terzo millennio.

Ma torniamo al nostro giovane Cassandro. Prima della sua felice uscita editoriale sapevamo certamente che il tomino è un classico formaggio piemontese, ricavato esclusivamente dal latte caprino. Nessuno, finora, si era però spinto con così felice ardimento a raffigurare una colata di dolcissimo miele su tale formaggio, metafora evidente del binomio di gusti, oserei dire del melting pot di convivenze, cui i giovani d’oggi devono pur guardare con speranza. Ecco, è proprio il tema della speranza, tra l’altro, a rappresentare il filo conduttore del romanzo di Cassandro che, recuperando certe felicissime intuizioni del primo Andrea Zambelli – quello del celebrato e pluripremiato “Avvisali tutti!”, per intenderci –  riesce con coraggio nel non facile intento di trasmettere i sogni, le ambizioni, le paure, l’amore di un’intera generazione, quella che solitamente è relegata ai margini del mainstream, la stessa che con tenacia e fierezza si confronta sui grandi temi nei salotti televisivi delle due e mezza del pomeriggio. Insomma, Adriano Cassandro riesce felicemente laddove altri, prima di lui, avevano arrancato per abbozzare sprazzi di questa nuova letteratura di sentimenti, sentimenti veri, sentimenti che fanno timidamente capolino tra un gelato e un pomeriggio al centro commerciale, altri autori che invece avevano solo lasciato intravedere possibilità e capacità che poi, alla concreta prova dei fatti, hanno deluso le attese (e ci riferiamo soprattutto al Labrozzo di un paio di stagioni fa, con il suo inconcludente “Regalo di compleanno”).

In definitiva, quindi, sappiamo tutti che nel nostro meraviglioso paese del sole e del mare, la lettura non è tenuta in gran conto. E a ragione: perché perdere tempo con il naso incollato a pagine di libri quando la vita all’aria aperta ci chiama con tale bellezza? Eppure, se proprio volete leggere un libro all’anno, per migliorare la nostra posizione nelle classifiche internazionali di genere, che per i motivi suddetti ogni anno ci inchiodano nelle ultime posizioni, ecco, allora senza indugio leggete “Come miele colato su un tomino”, di Adriano Cassandro. E fatelo prima che esca il film – che a quanto dicono sarà presto nelle sale per la regia di Fabio Volo – per non togliervi poi il gusto di assaporare le singole parole del Cassandro non disgiungendole dalla conoscenza della delicata e perfetta trama narrativa del romanzo.

Bene.

Detto questo aggiugno che:

– nonostante Marco Lazzarotto mi abbia tirato il pacco al Salone di Torino, non presentandosi all’appuntamento stabilito da precedenti e vincolanti accordi e cercando di rimediare con una tardiva telefonata;

– nonostante per il citato motivo, la mia copia de “Il Ministero della bellezza”, seconda opera di Marco Lazzarotto, sia rimasta priva dell’autografo con dedica dell’autore;

– ecco, nonostante tutti questi motivi di vario risentimento, voglio specificare qui che Marco Lazzarotto con “Il Ministero della bellezza”, edito da Indiana, ha scritto un gran bel romanzo, uno di quelli che ci rimani male alla fine proprio perché è finito (ed è finito senza sapere più nulla di Lisa, ex ragazza del protagonista del romanzo, lo scrittore torinese Matteo Labrozzo, personaggio che, nel contesto della dittatura morbida della Callistocrazia – siamo in un’Italia futuribile, ma nemmeno poi troppo – dicevamo, questa Lisa, in questo contesto, aveva tutte le carte in regola per continuare ad allietarci fino a pagina 280 – e non resta quindi che continuare a immaginarcela in sottoveste, in splendida forma, in una delle ultime scene a metà del romanzo in cui fa la sua apparizione).

Io non so se Marco Lazzarotto conosca Marco Bosonetto. Però, “Il Ministero della bellezza” mi ha ricordato per alcuni aspetti – soprattutto per certi spunti satirici e per l’ambientazione in un’Italia del futuro prossimo la cui politica è irrimediabilmente corrotta – “Nel grande show della democrazia”: ma se Bosonetto concentrava gran parte della sua ironia nel racconto dello sfacelo partitico e istituzionale, Lazzarotto ci regala, invece, una seconda parte di romanzo (soprattutto) dove l’attenzione viene spostata sul mondo editoriale, con gli assurdi meccanismi che sempre più spesso sembrano regolarlo. Riuscendo spesso esilarante. Nel senso migliore del termine, ovvio.

Ora, i casi sono tre:

– Marco Lazzarotto conosce Marco Bosonetto;

– Marco Lazzarotto non conosce Marco Bosonetto;

– Marco Lazzarotto e Marco Bosonetto possono tranquillamente dire “Marco Truzzi l’ha fatta fuori dal vaso ancora una volta” e buona lì.

Però, alla fine, posso concludere questa recensione, che nei fatti è poi diventata quasi una metarecensione – e posso farlo con la coscienza pulita – con lo stesso consiglio che chiudeva la finta recensione al finto libro dell’inesistente Adriano Cassandro: leggete “Il Ministero della bellezza”, di Marco Lazzarotto, edito da Indiana. Non ve ne pentirete, davvero.

 

P.S.

Così, per chiarire ancora meglio: “Come miele colato sui tomini” non esiste, così come è inesistente lo scrittore Adriano Cassandro e tutto il resto citato nella prima parte di questa recensione. Si tratta di titoli e autori che compaiono nel romanzo di Marco Lazzarotto: il che offre solo un piccolo assaggio della straordinaria capacità inventiva e narrativa dell’autore. Per cui non chiedeteli al vostro libraio, non mettetelo in difficoltà che ha già mille altri casini cui pensare.

P.S. 2

Siccome ho parlato di un sacco di cose, ma non della trama de “Il Ministero della bellezza“, ecco qui, dalla quarta di copertina: “L’Italia e una Repubblica fondata sulla bellezza: i brutti vengono retrocessi o licenziati, esclusi dai centri storici, dai locali, dai supermercati, costretti a coprirsi il volto con eleganti sacchetti per il pane. Anche il cielo, di un perenne e limpido azzurro, sembra essersi piegato ai voleri del nuovo governo. In un Paese ormai schiavo dell’apparenza, Matteo Labrozzo, scrittore emergente, diventa vittima dei propri limiti fisici, ritrovandosi sempre più emarginato: la fidanzata se ne va, il suo editore non ha intenzione di pubblicargli altri libri e la sua calvizie è sempre più incipiente. Per sopravvivere, Matteo dovrà guardarsi allo specchio e prendere una decisione: conformarsi e lasciarsi plasmare, o dichiarare guerra aperta alla patinata dittatura della Callistocrazia”.

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