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Gli smontagomme e il lavoro culturale

Nel paese in cui abito fanno gli smontagomme.IREI5tfGyVPTmIr
Anzi, siamo “famosi nel mondo” per gli smontagomme. Persino in Cina sembra che non avessero mai smontato una gomma in vita loro senza fare casini, prima che arrivassimo noi a spiegargli come si fa.
A memoria conto almeno quattro-cinque aziende, spesso imparentate tra loro, figlie e figliastre di soci che poi si sono dissociati, che producono smontagomme di qualità superiore.
A memoria. Probabilmente sono anche di più. Il che per un paese di circa 26mila abitanti rappresenta comunque una quota molto significativa di smontagomme pro-capite.

Dico questa cosa perché negli ultimi giorni – giorni in cui è “esploso” il “caso ISBN” e giorni in cui ISBN si è difesa (a modo suo) – si fa un gran parlare di “lavoro culturale”.

Ora, la “mia” base di partenza è che il lavoro vada pagato. E tutto il resto – le chiacchiere, le motivazioni, le difficoltà, i “potevamo fare” (ma non abbiamo fatto), la banche, le dilazioni, la crisi – ecco, dalle mie parti verrebbe definito “balle”. Le balle non sono necessariamente qualcosa di falso – e in questo caso, infatti, molte cose sono drammaticamente vere – ma sono spesso banalmente scuse: scuse per la propria incapacità, scuse per la propria manchevolezza, scuse per la propria supponenza, scuse per non aver fatto fino in fondo il proprio dovere di imprenditori (perché se hai una casa editrice, oplà, sei un imprenditore).
Ma qui è la definizione di “lavoro culturale” ad essere interessante, soprattutto, pur essendo già stata magistralmente smontata a suo tempo da Luciano Bianciardi. Dato che le parole sono importanti, un lavoro culturale, dunque, presupporrebbe l’esistenza di un lavoro non culturale. Ma qual è il lavoro non culturale? Se davvero “il lavoro nobilita l’uomo”, allora va da sé che ogni lavoro – onesto, legale, integerrimo – porti con sé una qualche forma di cultura. Dunque, in questo senso non si capisce per quale motivo uno scrittore – per esempio – svolga un lavoro definito “culturale” e un salumiere invece no. Quando magari, con tutta probabilità, il salumiere è portatore di una serie di conoscenze specifiche – e quindi di “cultura” – che allo scrittore manca. Dietro l’ideazione e la creazione di uno smontagomme – anzi: dei migliori smontagomme mondiali – ci sono competenze tecniche, ingegneristiche, meccaniche, comunicative, storiche e/o tradizionali e/o familiari che fanno dell’operaio che assembla lo smontagomme in questione un lavoratore culturale a tutti gli effetti.
L’aggettivazione culturale che segue la definizione di lavoro diventa così, allo stesso tempo, un recinto e un boomerang. Recinto e boomerang perché tende a qualificare, isolandolo, un determinato lavoratore all’interno di una specie di fascia protetta. Il lavoratore culturale diventa così qualcuno che gli altri osservano da lontano, magari da dietro la soglia di sicurezza di diritti acquisiti in altri settori da parte di altre categorie di lavoratori che, alla domenica, possono portare i figli al circo e indicare quelli là, laggiù: “Ecco, vedi figliolo? Quello là, vestito di pelli e di stracci, era un lavoratore culturale”.
Forse converrebbe pensare  – e converrebbe a loro stessi, ancor prima che a tutti gli altri – che lo scrittore, il traduttore, il redattore non siano “lavoratori culturali”, ma “lavoratori-e-basta”, esattamente come il salumiere o l’operaio. Converrebbe perché, se si cominciasse davvero a pensare così, allora anche il Massimo Coppola della situazione (Massimo Coppola e ISBN che ovviamente adesso non sono altro che Malaussène gettati in pasto al pubblico ludibrio da social network) perderebbe lo status autoassegnatosi di “imprenditore culturale”. Che è una qualifica molto pericolosa perché, quando accadono pasticci come questo, i colpevoli si sgravano da obblighi precisi (“vabbè, non paga i dipendenti MA fa impresa culturale” – quindi meritoria di essere sostenuta con fondi pubblici, per esempio / “vabbè, ma che vogliono questi? Come fai a pagarli SE fai impresa culturale?” – e quindi destinata al fallimento o comunque meritoria per il solo fatto di essere stata tentata).
Temo piuttosto – ma forse è solo una mia impressione – che lo svilimento di un certo tipo di lavoro nasca proprio dal non aver mai preso sul serio quel tipo di lavoro. Tutto diventa un hobby, scrivere è un hobby, tradurre è un hobby, editare è un hobby… “seriamente io, se ne ho la possibilità, faccio ben altro, ti pare che possa pagare il mutuo scrivendo racconti?”.
Eppure il salumiere molto difficilmente ti vende un etto di prosciutto crudo per hobby. Infatti se lo fa pagare.
Alcuni la chiamano “coscienza di classe”.

 

Esor-Dire

Mentre parli e c’è qualcuno che ti riprende può capitare che ti dimentichi di dire alcune cose.
Per cui quasi tutto quello che mi è venuto in mente sull’argomento “esordire” lo trovate qui.

Ovvio però che la questione meriterebbe sicuramente di essere approfondita.
Per esempio, posso aggiungere ora altri due o tre consigli (anche se non è che poi mi senta in grado di dare chissà quale consiglio al riguardo)… Comunque:
– prerequisito: per me la scrittura è sostanzialmente un fatto di umiltà perché significa mettere a nudo un sacco di cose di te – e la maggior parte sono debolezze – e poi, per l’appunto, condividerle con persone che non puoi (ancora) conoscere: allora, se tu non fai questa cosa con umiltà sei fregato in partenza. Non è una questione di “basso profilo” o “falsa modestia”, ma è proprio il rendersi conto che hai la fortuna e il piacere di fare una cosa che ti piace solo perché dall’altra parte c’è qualcuno che ha giudicato con indulgenza le tue incapacità;
– “esordire” significa “esordire tutti i giorni” e cioè stupirsi delle cose interessanti che ti capitano: perciò, ogni nuova mattina ripeti il tuo esordio nella vita, ma non l’ha detto nessuno che il tuo sia più importante di quello di tua moglie che va a scuola a fare il suo lavoro o di tuo figlio che va all’asilo. La differenza è che può capitarti che ti chiedano un’opinione in merito e quindi, su questo, ritorniamo al punto precedente. Ma, appunto perché scrivere è mettere lì davanti agli altri un pezzettino di te, ogni nuova scrittura è un esordio, ogni nuova lettura è un esordio, ogni nuovo incontro è un esordio, ogni nuova possibilità che ti viene offerta è un esordio;
– infine – consiglio pratico – mai e poi mai e poi mai “pagare” per esordire. Chi ti chiede soldi per far avverare ciò che magari tu consideri il tuo sogno è solo un dannato truffatore (e non lasciatevi impietosire dai discorsi sui “rischi”, sulla “crisi” o cose del genere). Anche in questo caso può essere d’aiuto affidarsi all’umiltà e ricominciare daccapo, semmai, se qualcosa non ha funzionato, se la tua scrittura è stata valutata forse non ancora pronta. Pagare per essere felici alla lunga non porta a niente dato che la felicità è un bene di consumo eccezionalmente gratuito perché ha a che fare con il te stesso più profondo: cioè con qualcosa che non puoi permetterti di mettere in vendita.

Per tutto il resto, beh… Evviva Bookup.
E ok… Stay tuned 🙂

Bookup – La prima storia bella

E vai con il trapano…

Difficile “staccarsi” dai Pesci Rossi.

Come già scritto in altre occasioni è molto particolare la sensazione che si prova quando si sa che una storia, che era stata solo la tua storia, è diventata anche la storia di altri (cioè di quelli che hanno avuto la bontà e/o la pazienza di leggerla). Poi ci sono le persone che di quella storia parlano, scrivono e dicono: e i Pesci Rossi sono stati fortunati, in questo senso, perché hanno incontrato sulla loro strada (meglio: nella loro pozzanghera) un sacco di amici. Ma anche questa è una sensazione particolare.

A un certo punto, tuttavia, la testa comincia a girare intorno ad altre cose. Ed è quello il momento dove ho capito che Damian è diventato capace di muoversi con le proprie gambe (almeno un po’) e questa cosa genera gioia, ma anche una certa nostalgia. L’anno scorso, di questi tempi, non avrei immaginato nulla e i Pesci Rossi erano solo un file sul portatile, chiamato “Jag/Fuoco” (ehi: giàggià, questa è una piccola notizia di backstage).

E ora, invece, è arrivato il momento di pensare a una vicenda diversa. O meglio: iniziare a dare forma a una cosa finora solo pensata. Il che, in soldoni, si traduce nel ricominciare a guardare con ansia una certa pila di A4 stampati che aspettano sulla scrivania, nel fare tardi la notte, nell’andare al lavoro con in mente un passaggio che sarebbe meglio “sistemarlo lì invece che là”, nel dire “stasera non esco”, nel tirare fuori, con pazienza, e tanta fatica (almeno per me è così) una parola e poi un’altra e un’altra ancora.

Insomma, miei cari: suvvia, si riparte con il trapano e il martello e i chiodi e il cacciavite. Siamo piccoli artigiani, mica siamo a qui ad asciugare gli scogli (cit.).

E speriamo ne esca una cosa decente.

In ogni caso siamo qua.

In ogni caso sarà bello.

 

P.S.

Altre news dal backstage dei Pesci Rossi: la foto che vedete qua sotto è tratta dal “servizio” servito per dare una forma alle trapanate di Erik, il papà di Damian. Nella foto il trapano lo maneggia invece il mio papà, quello vero, che è ben diverso da Erik e che, tra le altre cose, mi ha insegnato ad essere felice (che è poi tutto quanto serve)…