“Torno subito”: sulla chiusura dell’Officina dei Libri a Cagliari

11864813_10207550059297376_193111965482547388_oQuando chiude una libreria, spesso si ergono lamenti funebri che evocano scenari apocalittici tipo “la morte della cultura” o la “fine della civiltà”. E quando chiude una libreria bella, frutto dell’impegno e della passione e della straordinaria competenza di un libraio bravo – o “molto” bravo – ecco che a questo si aggiunge, spesso in ordine casuale, la ricerca delle colpe. Quando chiude una libreria non ci sono quasi mai cause. Ci sono colpe: il sistema; la crisi; la crisi epocale; la pressione fiscale; l’ignoranza del popolo illetterato/l’ignoranza degli editori da cassetta/l’ignoranza di autori contemporanei semplicemente scarsi (che se ci fosse ancora Moravia allora sì); gli ebook; Fabio Volo. Amazon.
Chiariamo: tutte queste colpe sono reali. Se tu sei di Cagliari, per esempio, e vai nella libreria di Patrizio Zurru e gli chiedi un consiglio per un libro e lui ti parla di Percival Everett e tu gli dici “ok, vediamo…” ma esci senza aver acquistato il libro di Percival Everett e a casa ti colleghi invece su Amazon Italia, che però fino a qualche mese fa aveva sede fiscale da un’altra parte, cerchi il libro di Percival Everett e non lo trovi o se lo trovi ti accorgi che sotto non c’è scritta nemmeno una recensione e così ripieghi sull’ultimo di Fabio Volo (o di Andrea Scanzi, questo lo aggiungo gratuitamente) perché ha tanti feed positivi e perché è proposto con uno sconto del 30% rispetto allo stesso libro di Fabio Volo (o Andrea Scanzi) che Patrizio Zurru teneva nel retrobottega, ecco che la filiera delle colpe è quasi al completo.
430642_3390494008028_1439952686_3152492_596559788_nPatrizio ha chiuso l’Officina dei Libri. Ma qui non gli scriveremo il coccodrillo. Perché Patrizio, con Mauri e Daniela – per tutto quello che hanno fatto in questi anni per Damian e soci, loro saranno evidentemente e per sempre Pesci Rossi ad honorem e i Pesci Rossi sono abituati da secoli a ricevere anche palate sui denti, come niente fosse – sono troppo intelligenti e troppo preparati e non è tempo di coccodrilli per chi è intelligente e preparato. E appassionato.
Quindi Patrizio farà qualcos’altro (in realtà lo sta già facendo) (anche qui). E lo farà con le medesime competenze e intraprendenza e lo stesso coraggio con cui ha fatto il libraio. La cultura non morirà. E nemmeno la letteratura. Al peggio rimarranno, semmai, nello stato agonizzante in cui versano anche adesso. Ma la chiusura dell’Officina non significherà per loro il distacco della spina.
Saranno invece i lettori – quelli superstiti – a rimanere più poveri di prima. Nella fattispecie quelli di Cagliari. Perché la chiusura di una libreria non è un colpo inferto alla cultura. La chiusura di una libreria indipendente – così come la chiusura di altre attività commerciali o spazi autonomi di creatività – è un colpo alla libertà di scelta. E quindi, stringi-stringi, all’idea stessa di democrazia. Non è un deficit culturale, quello cui si assiste. È un deficit politico, intendendo l’aggettivo non nel termine istituzionale, ma in senso aggregativo, cioè nella sua capacità di produrre e far circolare idee nuove a disposizione della collettività. Questo, secondo me, è il valore aggiunto che Patrizio ha messo dentro alla sua attività, al di là dei vari aspetti economici e contabili, e che non decade con la chiusura della libreria.
La chiusura di una libreria indipendente, quindi, rappresenta semmai una domanda diretta, che mi interroga non come lettore (e tanto meno come scrittorucolo da quattro soldi), ma come cittadino: è il mio, il nostro spazio democratico a rivelarsi depauperato e in pericolo. Prenderne coscienza e sensibilità significherebbe, con le ultime parole scritte da Pier Vittorio Tondelli, “riscoprire la partecipazione, l’impegno e, cosa ben più importante, la solidarietà”. E sarebbe il primo passo per far sì che “nonostante il sipario di ombre dell’estate, in fondo è possibile intravedere la luce”.