Una questione di democrazia

Una domenica, mattina

Federico D’Improta uscì di casa molto presto. Erano le sei e mezza di una domenica di maggio.
– Non voglio far tardi… E poi ho preso l’impegno di essere là quando apriamo – disse ad Anna. La moglie sparì ancora di più sotto le coperte. Lui le diede ugualmente un bacio, appoggiando le labbra sulla coperta, più o meno all’altezza della guancia, e uscì. Mentre scendeva dal suo secondo piano, lungo le scale del condominio e cercando di fare più silenzio possibile, sperava che fuori ci fosse il sole, in modo da potersi almeno godere una passeggiata e l’aria, che immaginava fresca e pulita.
Invece, pioveva. Federico decise ugualmente di farsela a piedi che tanto, rasentando i muri, non sarebbero state quelle due gocce a fargli problema. Cercò di rammentare tutte le occasioni in cui era stato scrutatore, sempre nello stesso seggio, il numero 10 della Scuola Elementare “Collodi”, in via Galilei, angolo via Leonardo: quattro politiche, alcune elezioni anticipate, due regionali, tre amministrative, un paio di europee, almeno quattro referendum, di cui non ricordava nulla, che i referendum non se li ricorda mai nessuno, a parte quelli che li perdono.
Giunto davanti alla scuola, che per quel giorno sarebbe stata la sua scuola, Federico D’Improta sospirò. Poi guardò verso l’ingresso, incrociò lo sguardo del finanziere di piantone ai seggi e, infine, entrò.

Domenica, sera.

La giornata era poi trascorsa esattamente nel modo in cui Federico si aspettava. Avevano fatto quel che c’era da fare, nel seggio. Negli anni, lui si era convinto che in quella fragile Italia di inizio millennio fosse rimasta un’unica concreta testimonianza dell’idea di democrazia partecipativa che i padri della Repubblica avevano immaginato. E questa testimonianza – che in altro modo, oltre a testimonianza per l’appunto, Federico D’Improta non avrebbe saputo definire – era costituita dalla manodopera a basso costo svolta dal folto gruppo di scrutatori, segretari e presidenti di seggio, chiamati a difendere il barlume di democrazia popolare del Paese. Un piccolo esercito di uomini e donne, che, come Federico D’Improta, si ritrovavano gomito a gomito, senza distinzione di reddito o di censo, a rappresentare la democrazia. Tutto loro erano donne ed erano uomini, come Federico D’Improta, che con una certa tenacia difendevano il valore del diritto, quello che avevano appreso dalle fatiche e dall’etica di chi li aveva preceduti, e per questo studiavano con feroce disciplina tomi interi di regolamenti borbonici, per non sbagliare, per fare le cose per bene, per mettere effettivamente la busta A3 dentro quella A2 e poi dentro quella A1, solo perché così diceva la Legge e la Legge di solito si è tenuti a rispettarla. Erano uomini ed erano donne che, come Federico D’Improta, mentre il mondo si confrontava nelle piazze dei social network, erano costretti a muoversi tra carte bollate, pesanti timbri di ferro, gocce di inchiostro da versare nei calamai, come negli anni Cinquanta, numeri e sigle da annotare coscienziosamente con le biro fornite dal Ministero che non funzionavano, sigilli da apporre e schede da firmare, firmare, firmare infinite volte.

Aldo Maria Puricelli, però, era morto. Non era stata colpa sua. Ma, come molte volte succede in casi simili, era stato l’esito fatale della combinazione tra una lunga malattia e l’età avanzata. D’altra parte, il registro parlava chiaro: il nome di Aldo Maria Puricelli, nato il 15.04.1915, numero 437, stava ancora lì, in bella mostra sull’elenco azzurro dei maschi aventi diritto al voto iscritti in quel seggio, anche se il timbro del funzionario del Comune recava scritto defunto. Eppure Aldo Maria Puricelli, incurante di quella sua condizione, si presentò ugualmente al voto, sventolando sotto il naso della vicepresidente di seggio la sua scheda elettorale, perfettamente conservata. Fu la scrutatrice Giovanna Bonetti, una donna di mezz’età con i capelli elegantemente messi in piega e un tailleur lilla, a doversi occupare in prima battuta della faccenda. Fino alle 21 e 47 di quella stessa domenica, Giovanna Bonetti era stata prevalentemente occupata sul registro rosa, quello riservato alle donne. Aveva, inoltre, sostituito il presidente di seggio nelle occasioni in cui questo si era brevemente assentato. Come lo stesso Federico D’Improta, infatti, anche Giovanna Bonetti era stata già più volte parte di quella stessa squadra di scrutatori ed era, da tutti, considerata persona capace e affidabile. Il presidente di seggio, Romano Paglierini, e il segretario, il nipote Luca Paglierini, per esempio, riponevano in lei grande fiducia. A completare il seggio, in quella circostanza, c’erano Amilcare Bergianti, coetaneo di Federico D’Improta e a sua volta scrutatore di una certa esperienza, e Angelica Leonardi, trentenne, alla prima esperienza nel ruolo, che in pratica non aveva proferito parola durante l’intera giornata. Alle 21 e 47, dunque, Giovanna Bonetti stava sostituendo, causa stringenti necessità fisiologiche, il presidente Paglierini, quando le si presentò davanti Aldo Maria Puricelli.

– Mi scusi, signor Aldo Maria Puricelli, ma lei è deceduto – annunciò a voce alta, consultando il registro. – E non può votare, aggiunse in tono inequivocabile.
– Il fatto che io sia morto da pochi giorni non mi toglie il diritto di esprimere la mia preferenza a difesa della Costituzione, per cui tanto ho combattuto durante la guerra – sentenziò invece il Puricelli, apparentemente refrattario alla condizione del suo stato civile.
– Questo sì che si chiama senso civico – interruppe il presidente Paglierini, rientrando nell’aula scolastica.
– Non in buona compagnia, dato l’assenteismo – aggiunse il Paglierini giovane, che già stava compilando la documentazione burocratica e i verbali da consegnare alla chiusura dei seggi.
– Senso civico o meno, io chiedo formalmente di poter compiere per l’ultima volta il mio dovere elettorale. Poi potrò riposare in pace – rispose Puricelli.
– Prego, allora. Si accomodi – disse la Bonetti. – In fondo, non vedo quale sia il problema. Tanto la scheda è stata validata e ci mancherebbe anche che mandassimo via uno dei pochi elettori che si sono presentati…
– Scusate, ma io non sono d’accordo – s’intromise allora Angelica Leonardi, in modo perentorio.
Nel seggio scese un silenzio imbarazzato.

Federico D’Improta capì in quell’istante che la situazione stava imboccando una china pericolosa. Fece per intervenire, ma poi, poi non disse nulla. Non spettava a lui decidere quale fosse la cosa da fare. Non era nemmeno pagato per quello.

Alle 00 e 39, vale a dire un’ora e trentanove minuti dopo la chiusura regolamentare dei seggi, lo scrutinio al numero 10 della Scuola Elementare “Collodi” non era ancora iniziato. Nessuno, infatti, era stato in grado di convincere Angelica Leonardi che un solo defunto non potesse in alcun modo inficiare il risultato elettorale. Né si era riuscita a farla desistere dalla sua richiesta di un “parere più autorevole”. Per questo, il presidente Paglierini si era visto costretto, alle 23 e 24, a inviare comunicazione scritta alla commissione elettorale provinciale, richiedendo formale risposta in merito al caso di Aldo Maria Puricelli. Parere che, tuttavia, ancora tardava ad arrivare. 
Così, mentre in tutto il resto della città gli scrutini procedevano regolarmente, alla “Collodi” sembrava non esserci modo di poter nemmeno iniziare il conteggio. Aldo Maria Puricelli attendeva pazientemente di poter esprimere il suo voto, seduto in un angolo della stanza.
– Tanto non c’ho mica fretta io… Ehhh, dove devo andare dopo l’unica cosa che non manca è il tempo.

Ogni singola particella d’ossigeno nell’aria aveva aumentato la sua persecutoria percentuale di umidità. Federico D’Improta scese nel cortile della scuola per fumare una sigaretta, ma si accorse di aver dimenticato l’accendino nella tasca della giacca. Un finanziere gli si avvicinò offrendogli un fiammifero.
– Così dovete ancora cominciare? – disse sfilando anche lui una sigaretta dal pacchetto.
– E pare che non sarà una cosa breve.
– E pure questo mi dispiace – aggiunse ancora il finanziere.
– Già, qua siamo tutti sulla stessa barca.
– Più che altro per me è una questione di licenze. Finita questa incombenza dovremmo tornare a casa un paio di giorni e per noi prima si chiude meglio è. Che poi non siamo mica come qualche anno fa…
– Qualche anno fa? – domandò Federico.
– Ebbè sì, qualche anno fa, gli anni difficili… – disse il finanziere dando di gomito a Federico D’Improta – quando in giro c’erano gli esagitati. Guardi, qua, adesso, le elezioni possono pure farle senza di noi, che tanto non succede nulla e di problemi non ce ne sono. È davvero tutto un mortorio, tanto vale farlo votare questo Puricelli.
– Ah, sì, sì – rispose Federico. – È proprio vero – ripeté spegnando il mozzicone di sigaretta sotto la scarpa.
– Piuttosto, ora vado dentro a vedere se le cose si sono messe meglio. Con permesso… – concluse il finanziere.
– Prego, si figuri. E grazie per il fiammifero.
Federico D’Improta rimase ancora un po’ nel cortile ad annusare quell’aria pesante che gli scendeva liquida nei polmoni. Poi decise di rientrare. 

Angelica Leonardi stava ancora combattendo ostinatamente la sua ostruzionistica battaglia di princìpi.
– Ma non mi si venga a dire che la democrazia si gioca su particolari come questi… – sbottò Amilcare Bergianti.
– La democrazia si gioca sulla libertà. E la libertà sulla verità -. Anche la Leonardi alzò il volume della sua voce stridula. – E la verità è che qui abbiamo un morto, il cui presunto voto andrà ovviamente a incidere sul risultato complessivo.
Il presidente Paglierini tacque e si accasciò sulla minuscola sedia, una sedia da bambini delle elementari, che a stento sosteneva il suo corpaccione. Angelica Leonardi rovistò nella borsetta estraendone una salviettina umidificata che si passò subito sul volto.

– Ma lei converrà – disse allora Giovanna Bonetti – che non si tratta certo di un grosso problema. E oltretutto sono certa che Aldo Maria Puricelli sarebbe comunque venuto a votare… Insomma, vogliamo dargliela un’ultima possibilità?
– Io convengo, signora, che dove ci sono delle regole queste vadano rispettate. Io sono stata abituata così. Se per voi vale diversamente, me ne dispiace – concluse invece la Leonardi sempre più rossa in viso. – E ora scusatemi, ma mi assento qualche minuto per recarmi alla toilette.
Federico D’Improta si limitò ad allargare le braccia allo sguardo rassegnato dei due Paglierini.

Democrazia, libertà, verità, regole: erano i termini utilizzati dalla Leonardi poco prima di andare a rifarsi il trucco. Tanto – troppo? pensò – tempo prima Federico D’Improta avrebbe magari organizzato un cineforum per ognuna di quelle parole: “O resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro, senza chiederti come mai, continuerai a farti scegliere o sceglierai”, ricordò a se stesso, non senza un pizzico di nostalgia.

Nel frattempo, il rumore dei tacchi della Leonardi sul pavimento lucido della scuola annunciava il suo ritorno in seggio.
Nessuna novità dall’ufficio elettorale.

– Nel caso, noi restiamo nell’aula qua di fianco – disse il finanziere che aveva offerto il fiammifero a Federico, affacciandosi alla porta. Romano Paglierini ringraziò con un cenno del capo. L’altro Paglierini si concentrò a fondo nella risoluzione di un Sudoku. Giovanna Bonetti cercò invano di mettersi in contatto con la famiglia Puricelli, per capire almeno se ci fossero disposizioni testamentarie in merito. Amilcare Bergianti, dopo l’alterco con la Leonardi, decise di andarsene un po’ in giro e staccare qualche minuto per rinfrescarsi le idee. Angelica Leonardi, nell’attesa, aprì l’ultimo numero della rivista Chi.
Aldo Maria Puricelli stava sempre lì, quasi beffardo nel suo essere evidentemente fuori posto e, forse, anche fuori tempo massimo.
– Per vent’anni non mi hanno fatto votare e, perdio, adesso non sarà mica per il fatto di essere morto che ci rinuncio. Sono in debito, io, con la democrazia.
Federico D’Improta decise di telefonare a casa per comunicare che avrebbe fatto tardi.
– Come mai? – gli chiese Anna. – Non è mai successo -. Lui ci pensò un po’. 
– È una questione di democrazia – rispose infine.
– Buonanotte, allora – disse sua moglie e lui non capì se fosse ironica o meno. – Speriamo di vederci, domani mattina. 
– Speriamo che domani mattina sia un giorno migliore – mormorò Federico prima di interrompere la telefonata.
– Sarà migliore, se lo farete essere migliore – commentò Puricelli.

Il cielo, in quella notte, decise di virare sul blu plumbeo.