Il cuore dell’uomo

“Il cuore dell’uomo” è l’ultimo capitolo della “Trilogia del ragazzo” (come è identificato il protagonista, cui non viene mai dato un nome proprio) e segue “Paradiso e inferno” e “La tristezza degli angeli”.
Che romanzo straordinario! Cos’altro si potrebbe dire di un autore che scrive in questo modo:

Dobbiamo vivere per vincere la morte, è l’unica cosa che sappiamo e possiamo fare. Se viviamo come possiamo, e magari anche un po’ meglio, la morte non vincerà mai. Non moriremo, diventeremo qualcos’altro. Non conosco le parole per dirlo, intendo per spiegarlo. Forse semplicemente ci trasformiamo in musica.
Dove comincia la vita e dove si ferma la morte, se non in un bacio?

e che mantiene questo livello per oltre 400 pagine? 
Tutta la trilogia – che qui trova un finale che a pieno titolo si inserisce tra gli “indimenticabili” – si gioca sul tema delle relazioni: ambientata tra i fiordi occidentali dell’Islanda, in un piccolo villaggio di pescatori, alla fine del XIX secolo, la vicenda vede i protagonisti uniti nel cercare un senso a vite fatte di asperità e amore, di notte e di luce, di memoria e di poesia. Ma, più di ogni altra cosa, Stefánsson si chiede cosa separi la vita dalla morte. L’unico tentativo di risposta è in un amore accompagnato dalla poesia, perché dove l’indicibile procura silenzio – il silenzio dei morti – questi appunto vi si ribellano tramite le parole, con la narrazione che genera ricordi, rimpianti e memoria. Vita, appunto. Il tutto portando al centro il “cuore dell’uomo”, immerso in una natura che è scenario impetuoso – come sono il mare, le montagne, la neve – delle vicende umane, ma che dagli uomini, dalle loro passioni, dalle loro relazioni, dalla loro compassione e dalla loro misericordia – ne è a propria volta dominata: la natura esiste perché l’uomo le dà un senso. Altrimenti sarebbe il nulla.

Oltre alla profondità degli argomenti, nell’opera di Stefánsson c’è una densità di scrittura che, secondo me, ne fa un autore totalmente a sé, in un contemporaneità dove dominano velocità e plot: c’è qualcosa di romantico, nella sua prosa, ma anche qualcosa che riconduce direttamente alla grande letteratura russa. Ma, soprattutto, c’è il tentativo di dire qualcosa, qualcosa di universale, qualcosa che, alla fin fine, ha a che fare direttamente con Dio (qualsiasi forma gli si voglia dare).

P.S.
Un paio di anni fa andai a sentire Stefánsson a Mantova, intervistato da Alessandro Zaccuri. Ne rimasi estremamente deluso. Non so dire se per timidezza o altro, ma nel tentativo di empatizzare con il pubblico tirò fuori frasi sconcertanti come “posso parlare di Dio, come di una pisciata sul muro, per me è indifferente”. Non so perché quella sera disse quelle cose, ma io me andai piuttosto triste.
Detto questo, i suoi libri rimangono merce rara e preziosa e occorre dunque ringraziare Iperborea, la casa editrice, per averceli messi a disposizione e Silvia Cosmini, a mio parere una traduttrice magnifica.

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