Tre libri per l’estate (+1)

Piccola puntata estiva per alcuni “consigli” – che poi, “consigli” è una parola fin troppo importante: diciamo, allora, suggerimenti nel caso vi trovaste in una libreria, in procinto di partire, cercando qualcosa da portare con voi (o semplicemente da sfogliare mentre siete lì e fuori picchiano 41 gradi e la libreria ha l’aria condizionata e la libraia è carina e sperate di fare colpo su di lei e, insomma, niente, “suggerimenti”, allora, tanto per scrivere qualcosa).

P.S.
Non sono libri che troverete in autogrill, quindi, se siete interessati, muovetevi per tempo.

Gianluca Serra, “Salam è tornata” (Exòrma)
salamProvate a immaginare di trovarvi in un posto dove sembra non succeda nulla, poco prima però che in quel posto accada “tutto”. Provate a immaginarvi se quel posto fosse per esempio la Siria – quando ancora la Siria era “quel luogo, ma sì dai, quello Stato dove c’è quella regina, tanto caruccia…”. Provate a immaginarvi, dunque, di essere in Siria, sulle tracce – e poi in difesa – di un uccello, un uccello sacro agli egiziani, un uccello che si riteneva estinto da almeno settant’anni. Provate così a raccontare la catastrofe prima della catastrofe, un attimo prima, che è poi quello in cui tutto diventa chiaro, l’attimo perfetto in cui è possibile ancora raccontare ciò che subito dopo non lo sarà più, la Siria, appena prima dello scoppio della guerra civile, con i beduini, i servizi segreti, la corruzione, il potere sfarzoso, i deserti, la cooperazione internazionale. Provate a immaginare di scattare questa fotografia, fare click, salvarla sulla memory card e poi riguardarla, dopo, dopo che tutto è successo e che tutti hanno parlato, e capire che il “tutto” era già lì. Un istante prima della catastrofe.
Ecco, questo è “Salam è tornata”.
Un libro dove – e so che sembra impossibile, ma è così – si ride anche molto.

Massimo Canuti, “Le coincidenze dell’estate” (e/o)
cover_9788866328377_1930_600C’è Milano e c’è l’estate (binomio raramente “vincente”). Poi ci sono un adolescente, Vincenzo, un tizio che recentemente è diventato un barbone, Italo, e una serie di altri personaggi, soprattutto anziani, tra cui spicca Evelina, ex parrucchiera dei divi di Cinecittà.
“Le coincidenze dell’estate” è un romanza che parla di un sacco di cose che, secondo me, si possono tutte riassumere nella voglia di “reset”: non importa che tu abbia 15 o 90 anni, esiste sempre un momento in cui la necessità è quella di resettare tutto, fare silenzio e ricominciare qualcosa di nuovo e magico e avventuroso. E la tua “isola del tesoro” potrà anche essere la scoperta dell’identità sessuale, il ritrovare una famiglia che pareva irrimediabilmente perduta o, più semplicemente, recuperare il senso di umanità che conduce a quel gesto, così semplice e così difficile, che è il “fare compagnia”.
Massimo Canuti ha scritto un romanzo “pulito” senza cadere nella smanceria, in una narrazione estremamente cinematografica, come ritmi e cadenze. Inoltre si dimostra uno scrittore coraggioso, perché porta felicemente in scena personaggi con età drammaticamente difficili da rappresentare: adolescenti e anziani, categorie cui molti autori opporrebbero facilmente un salvifico “vade retro”.

Jonas Hassen Khemiri, “Tutto quello che non ricordo” (Iperborea)
20161118150714_tutto_quello_che_non_ricordoSamuel, il protagonista di questo stupendo romanzo, è morto. Questo non è spoling di bassa categoria. È proprio così. Com’è morto Samuel? Un incidente, parrebbe. Ma forse qualcos’altro, un incidente in qualche modo voluto. Come sono andate le cose? Prova dunque a ricostruire la vita di Samuel uno scrittore, che va a raccogliere le testimonianze di amici, fidanzate, compagni, coinquilini, componendo una narrazione che parte dal gioco del “what if” – che cosa sarebbe successo se quello che è successo non fosse successo – ma arriva alla conclusione che ciò che resta di noi, resta nelle parole di chi ci racconta e che raccontare una persona significa raccontare un tempo e che tutto, nel racconto, è comunque e sempre vivo. E che questo, però, potrebbe essere solo un’illusione. Potrebbe.

Il +1
In precedenza, mi era accaduto una volta sola di pensare “accidenti, questo romanzo mi sarebbe piaciuto scriverlo io, se solo ne avessi le capacità…”. Era stato per “Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay”, di Michael Chabon (no, non è vero, era successo anche per “Ogni cose è illuminata”).
Beh, comunque sia, è successo di nuovo per “Il Nix” di Nathan Hill (Rizzoli).

Delle differenze tra “Europe Around The Borders” e “Sui confini”

img_8544Sui confini” è uscito il 16 marzo e in questi due mesi e mezzo, grazie soprattutto all’impegno di Exòrma, ha avuto recensioni e presentazioni, ha partecipato a festival ed è intervenuto in radio. Soprattutto – e questo era già avvenuto per i “Pesci Rossi” – mi ha dato l’opportunità di incontrare e confrontarmi con tantissime belle persone (il che, se vi sembra qualcosa di scontato, beh, invece non lo è affatto ed è la parte migliore di tutta la faccenda e le “persone migliori” sono un bel po’ che a ringraziarle tutte ci verrebbe un post lunghissimo – ma “essi lo sanno”).
Ma c’è una domanda che in questi 90 giorni è tornata più volte e ha a che fare con la sostanziale differenza – se esiste una differenza – tra quello che è stato il progetto “Europe Around The Borders” e il libro “Sui confini“.

Europe Around The Borders” è stato un meraviglioso progetto ideato da Ivano Di Maria, che aveva l’obiettivo, attraverso un’indagine sul tema dei confini e delle frontiere dismesse, di interrogarci in merito a due domande fondamentali: com’è l’Europa e quant’è l’Europa. Durante lo svolgimento del progetto, le domande sono cambiate, per causa di forza maggiore e il “quanta Europa c’è?” è diventata “quale Europa c’è?” e il “com’è l’Europa?” si è trasformata in “perché c’è l’Europa?“.
Eppure “Sui confini” non è (solo) il racconto di quell’esperienza e non rappresenta necessariamente le parole alle (magnifiche) foto di Ivano. “Sui confini” è un racconto in cui prevale la dimensione dell’intimità, rispetto alle considerazioni “geopolitiche”, ed è la narrazione di due personaggi che non si interrogano sul “futuro del mondo”, ma sul proprio futuro di persone, alle prese con alcuni nodi irrisolti del passato e con le tante incertezze prospettate dal futuro prossimo. “Sui confini” è la frontiera dei 40 anni, il confine della maturità, la dogana tra ciò che è stato, le cicatrici che ha lasciato, e il kairòs del domani.
Io vorrei essere un “narratore”, non un reporter. E se in alcune occasioni le due cose possono coincidere, beh, è solo “fortuna” (intesa alla maniera degli zingari).
Europe Around The Borders” era “Achtung baby”.
Sui confini” è “In Utero”.
Sui confini“, se vi va, vi aspetta venerdì 16 giugno a Bologna, alle ore 18, alla Libreria Trame e poi lunedì 19 giugno a Macerata, alle ore 18,30, per Macerata Accoglie. 
(P.S. poi ci prendiamo una breve pausa, ma da fine agosto “torneremo” con una serie di appuntamenti in giro per l’Italia).

“Sui confini”, in libreria dal 16 marzo

16819071_759586124247606_2691478422509589130_oEurope around the borders” è stato un viaggio. Un viaggio reale. Ma anche un viaggio dentro alla voglia, alla possibilità, alla capacità di raccontare ciò che – Ivano, con le foto e io con la scrittura – avevamo in mente (e abbiamo visto).
Europe around the borders” è stata poi una “necessità” di mettersi in gioco di fronte a qualcosa di più grande di noi, cui stavamo assistendo e che ci sembrava chiamasse all’urgenza di essere detto.
Lo splendido lavoro fotografico di Ivano è diventato una bellissima mostra – che con fatica (spesso proprio ” fatica fisica”) e grandi sacrifici stiamo portando in giro in questi mesi. E poi è diventato anche un catalogo, che accompagna i vari allestimenti. Proprio perché il catalogo ha la funzione di valorizzare ulteriormente le fotografie esposte, in calce riporta solo un brevissimo estratto del reportage narrativo.
Che adesso – dal 16 marzo – uscirà invece in forma integrale per Exòrma e si intitola “Sui confini“.
Per me è una cosa molto importante. Intanto perché completa il progetto, in senso narrativo (quando raccontavamo il nostro era un progetto “multiforme” intendevamo proprio questo). E poi perché, va bene, a distanza di sei anni dai Pesci Rossi, ritornare in libreria è molto emozionante.
Sui confini” non racconta il progetto “Europe around the borders”. Non solo, cioè. Racconta, invece, di me e Ivano mentre costruiamo il progetto “Europe around the borders”, con i nostri errori, i cambi di direzione, gli scambi di opinioni, le persone incontrate, ciò che è vero e ciò che ci è sembrato vero. Non è giornalismo, ma narrazione. Ci sono i fatti, ma anche le opinioni.
Exòrma, invece, è una (splendida) casa editrice di Roma. Ha un catalogo molto bello e in presentazione dice: “Exòrma è un progetto di divulgazione di alto profilo, di ergonomia grafica e tipografica, di artigianato delle suggestioni. Arte, letterature, letteratura di viaggio, saggistica, fotografia. Particolare attenzione alla fusione dei generi, agli aspetti antropologici, estetici, all’attualità dei temi sociali, ai temi della storia, della scienza e dell’arte”.
E per me, direi che ora sia un “onore” farne parte.
Dunque, come in ogni bel viaggio che si rispetti, il viaggio non finisce mai, ma ricomincia sempre (e ci aggiorneremo presto su date e luoghi di appuntamenti e presentazioni).

I racconti di “Queste stanze vuote”

Premessa 1 – Il tempo
Se posso, cerco di non leggere racconti.
Sì, lo so che questa è una banalità, che da noi, in Italia, i racconti non si vendono solo perché “qualcuno” ha deciso così, che invece “la grande tradizione dei racconti della narrativa americana…”.
Nel mio caso credo sia più che altro una questione di ottimizzazione delle risorse: strappare il tempo per leggere alle altre mille cose che affollano la testa è sempre difficile (subito avrei voluto aggiungere a questa frase un “più” – è “sempre più difficile” – ma non voglio essere assolutista anche perché, al contrario, conosco un sacco di persone che ci riescono molto bene e quindi, probabilmente, il problema è solo mio). Comunque è “difficile” e utilizzare questa conquista per i racconti – invece che per il “Grande Romanzo Americano” – pare di buttarla anche un po’ via.
Queste stanze vuote”, di Massimiliano Maestrello, è un libro di racconti.

queste-stanze-vuotePremessa 2 – Il packaging
Quelli che sono informati, dicono che nelle case editrici si fanno studi precisi sul confezionamento dei libri. Una certa “dittatura del marketing” impone che il lettore sia acchiappato più che altro dalla copertina e non dalle famose prime quindici righe del contenuto.
Ecco, alle Edizioni Le Gru, l’editore di “Queste stanze vuote” non devono aver fatto questo ragionamento. Non perché la copertina del libro sia brutta. Anzi, trovo che rifulga di bellezza minimalista. Tuttavia, non “seduce” – in senso amazonian-commerciale – a prendere immediatamente in mano il libro (ma c’è un perché e lo vedremo dopo).

Solo che…
Solo che io so come scrive Massimiliano Maestrello. Lo so fin dai tempi di “Cronache degli anni Zero”. E poi lo so per le cose che ha fatto per Zandegù – “Spaghetti wrestler“, “Al di là del tendone” e “Morirò, me l’ha detto internet” – che sono bellissime. E lo so anche perché – giuro – leggo tutti i suoi post su Fb e se non sempre metto il like e solo per non sembrargli una specie di stalker.
Di conseguenza, non potevo continuare a ignorare la sua raccolta di racconti (uscita nel 2014).

Queste stanze vuote” si apre con una citazione di Jean Rostand – “Essere adulti vuol dire essere soli” – caricata poi ulteriormente da un pezzo da novanta, “we live, as we dream – alone”, di Joseph Conrad.
Ora, non è che questo non sia vero. Sono cose che abbiamo pensato tutti (ecco, magari non proprio-proprio con queste esatte parole), soprattutto quando non eravamo ancora adulti e ci immaginavamo come sarebbe stato quando… (da adulti, invece, si tende invariabilmente a spostare queste affermazioni al tempo della vecchiaia, sempre più avanti).
I racconti di “Queste stanze vuote” sono sette, suddivisi appunto per “stanze”, e sì, hanno a che fare con le citazioni che l’autore propone in apertura (lo sottolineo perché non è mica sempre così e spesso gli autori mettono citazioni che non c’entrano nulla con il libro che hanno scritto, solo per tirarsela un po’). I sette racconti del libro, infatti, colgono i giovani protagonisti nel momento decisivo della loro storia, nell’attimo in cui scoprono che essere adulti vuol dire essere soli (questo c’è scritto in quarta di copertina, che è una quarta di copertina perfetta).
Prima dei sette racconti c’è un “ingresso” – come in tutte le case – dove si specifica meglio: “A volte penso che anche le persone siano così, vicine una all’altra, ma separate da mura invisibili”.
Dopo ci sono i sette racconti veri e propri. Che, diciamolo subito, sono sette piccoli gioielli, di scrittura limpidissima, debitori di una tradizione narrativa italiana che affonda le radici nell’humus tondelliano e che si è poi sviluppata, con alterne fortune, nei decenni successivi.
I racconti della raccolta non sono “racconti felici” (chi l’avrebbe detto? Ma questo punto ricordate quanto si diceva prima sulla copertina?), cioè non portano a quel sano ottimismo che dovrebbe essere consono alle nuove generazioni. Sono racconti dove spesso sono le delusioni ad accompagnare la scoperta del crescere da parte dei personaggi, delusioni che agli occhi dei protagonisti arrivano spesso e volentieri dai comportamenti degli adulti. Quasi che “diventare grandi” sia essenzialmente saper finalmente vedere le cose così come stanno realmente e non per come te l’hanno raccontata fin lì. Sono storie di amicizie “al limite” – così come spesso è sostanzialmente “al limite” l’adolescenza stessa – e di famiglie corrotte dal silenzio o dall’incomunicabilità della routine. Sono anche storie dove, in ognuna di loro, c’è un punto preciso in cui si capisce che le vite dei protagonisti potrebbero essere diverse – una mano tesa, uno spazio in cui “adesso ci diciamo tutto”, un particolare in cui giocarsi tutta a felicità, possibile e futura – ma queste possibilità, tuttavia, non vengono colte, per una serie di circostanze che poi, a ragionarci su, appaiono ineluttabili.
C’è anche molta provincia dentro “Queste stanze vuote”. Una “provincia” – ecco un altro senso tondelliano – che chi abita nelle grandi città fatica a comprendere, una provincia che imprigiona i personaggi in un destino che per loro sembrerebbe già segnato e dalla quale però a un certo punto è necessario allontanarsi per vedere le cose più distintamente e provare a ribellarsi per un’ultima volta (o forse la prima) alla solitudine, alla “vuotezza” (che non è un bel termine, ma rende il concetto).
Perché le stanze sono vuote, sì, ma i sogni, ecco, i sogni di tutti, invece, sono pieni – siano essi il rincorrere un pallone in cortile senza poterlo fare o il farsi accettare dai propri genitori o il provare a sfangare un’altra inutile serata chiusi in una macchina a bere. O l’idea che quest’anno potremmo vincere i Mondiali.
E se nel diventare adulti ci fosse la possibilità di portarseli dietro, almeno un po’ di quei sogni, ecco, forse questo sarebbe anche il modo per sentirsi poi meno soli.

Queste stanze vuote”, di Massimiliano Maestrello, è un magnifico libro di racconti.
Uno dei più belli che mi sia capitato di leggere ultimamente.

Per una lettura estetica della puntata di “Dalla vostra parte” in collegamento da Correggio

Annunciata a gran voce sui social locali, giovedì 29 dicembre è andata in onda una puntata di “Dalla vostra parte” con un collegamento da Correggio (oltre che da Sesto San Giovanni).
Dalla vostra parte” è una striscia quotidiana di Rete 4, che precede e sposta in avanti di un’ora circa il prime time del canale, curata (tra gli altri autori) da Mario Giordano e attualmente condotta da Maurizio Belpietro.
Si tratta di un talk monotematico perché affronta, quasi sempre, il caso dei cittadini italiani in difficoltà – collegati da varie piazze locali – contrapposti ai privilegi riservati agli immigrati – spesso difesi in studio da un mediatore culturale straniero.
Molti lo definiscono un “programma trash”. Invece è un prodotto che presenta un’estetica molto dettagliata e curata in modo iperprofessionale, che di fatto trasporta il formato del talk show nell’ambito della soap opera (lo smarmellamento delle luci in studio, la ripetitività ossessiva delle situazioni presentate, il riassumere continuamente il punto della situazione sono tutti elementi della serialità da telenovelas applicati all’agone della chiacchiera politica).
Procediamo dunque a una definizione dell’estetica di “Dalla vostra parte”, così come si è palesata nella puntata “correggese”.

Premesse generali
1. Il conduttore
novellaLa puntata è stata condotta dal bravo Federico Novella, al posto dell’indiscussa star Maurizio Belpietro: l’indubbia professionalità di Novella nel gestire la situazione è stata molto importante per coprire la possibile mezza delusione per il pubblico data dall’assenza del noto conduttore brizzolato. Alla fine è stato come andare allo stadio per vedere Mauro Icardi e trovarsi invece Eder ma con Eder che segna una doppietta (una cosa del genere, ecco).

2. Il titolo
titoloNel caso a qualcuno fosse sfuggita qualche puntata precedente, ecco che il titolo viene in soccorso: “Immigrati accolti, italiani abbandonati”. Non c’è alcun tentativo di gioco di parole, titolazione arguta, motto di spirito: “Dalla vostra parte” bada al sodo e il verbo “accogliere” viene utilmente e sagacemente contrapposto al verbo “abbandonare”, anche senza il conforto della grammatica.

183. La coreografia
Le luci nello studio sono abbondanti, eppure lì, a parte il conduttore, non c’è nessuno. Gli ospiti sono tutti in collegamento, ma mentre i “politici” sono ripresi in ambienti asettici, il popolo è sistemato coreograficamente come un “terzo stato”, con luci più spartane, a sottolineare che la vita, quella vera, è diversa dalla ribalta dei salotti televisivi.

4. I cartelli
cartelli 1 cartelli 2Il popolo in collegamento da Sesto San Giovanni e quello di Correggio alzano cartelli, scritti con simile calligrafia. Chi scrive quei cartelli? Gli autori? Gli inviati? Li fanno lì sul momento? Non si sa, ma l’effetto finale è una rassicurante sensazione che tutta Italia sia partecipe in ugual misura delle stesse proteste.

5. Gli ospiti
Bisogna sapere che gli ospiti in “Dalla vostra parte” non sono veri e propri ospiti. Sono archetipi mutuati dalla drammaturgia. Abbiamo dunque ospitiil Personaggio Filogovernativo (di centrosinistra) che si contrappone al Personaggio Oppositivo (di centrodestra). Entrambi sono fronteggiati dal Personaggio Del Popolo (in genere un leghista, a volte un grillino a propria insaputa), che ha il compito di stare dalla parte della gente. Poi c’è O’Malamente, il mediatore culturale di origine straniera cui viene riservata la parte più difficile: far vedere di essere uscito dalla giungla e di essersi istruito, ma di averlo fatto a scapito degli italiani. Infine c’è l’Ospite A Sorpresa (di cui parleremo più avanti).

La “nostra” puntata – I cinque momenti estetici clou
1. Il Servizio Più Drammatico dell’Intera Serata
oscurataIn ogni puntata di “Dalla vostra parte” c’è sempre un momento di altissimo dramma narrativo. In questa occasione, per distacco, abbiamo avuto la testimonianza della donna di Correggio rilasciata con volto oscurato e voce in falsetto. Una scelta apparentemente senza motivo, primo perché a Correggio tutti sanno chi è questa donna e secondo perché già a Rio Saliceto (paese confinante con Correggio) la sua vicenda non interessa a nessuno. Eppure questa è stata grandissima televisione, perché l’impatto di qualcuno costretto a nascondersi in questo modo nel cuore della democratica Emilia è fortemente suggestivo per il pubblico di Rete 4. Il quadretto perfetto è stato completato dal fatto che la signora abbia parlato in casa con la tv accesa (sintonizzata ovviamente su Rete 4) e dalla magnifica inquadratura degli angioletti-soprammobili, iconografia da “Verità Inoppugnabile” che sarà ripresa anche per il collegamento con l’Ospite A Sorpresa.angioletti

2. Daniela Santanché
Come tutti gli altri ospiti, anche Daniela Santanché (Personaggio Oppositivo) è in collegamento dall’esterno. La sua serafica bellezza è perfettamente incastonata in un contesto di chalet alpino (o di sauna finlandese), con il microfono a giocare maliziosamente con la camicetta vedo/non vedo.
santanchèDa questo altrove immaginifico, la Santanché solidarizza con il popolo, tutto il popolo. Al quale popolo viene servita l’abbacinante immagine di qualcuno che ce l’ha fatta, portandolo a riservare i propri strali verso la meticolosa figura del Personaggio Filogovernativo (la “secchiona” Titti Di Salvo, che invece che stare a Cortina perde tempo a telefonare agli amministratori locali in cerca di risposte inutili, perché tanto il popolo conosce già).

3. I “danè”
centonaioAl minuto 35, Gianmarco Centinaio, Personaggio del Popolo, fin lì sottotono, svolta clamorosamente verso un auspicabile successo, snocciolando più volte la parola “danè” (con magistrale mimica dei gesti). Accusa le cooperative di arricchirsi sul tema dei migranti. Il termine “danè” viene ripetuto molte volte, fino a quando a Federico Novella viene in mente che il pubblico di Rete 4 probabilmente non è solo nelle valli bergamasche e quindi autorizza Centinaio a usare il termine solo in quanto “è del nord” (facendo intuire che si potrebbe anche sottotitolare i prossimi interventi dell’esponente del popolo, ma lasciando capire che non ce ne sarà bisogno perché il popolo, anche quello meridionale, capisce molto meglio la parola “danè” degli astrusi dibattiti verbali in corso tra la Di Salvo e la Santanchè).

4. Le case popolari in Egitto
case in egittoAl minuto 20.35, uno spilungone da Correggio domanda a Mattia Abdu se in Egitto vengano assegnate case popolari a italiani. Questo è un momento di alti significati interpretativi perché in realtà la domanda sottintende altro: intanto perché Mattia Abdu aveva già detto di non essere egiziano, ma italiano (e quindi gli tocca ora ribadire di non sapere nulla della situazione degli alloggi popolari in Egitto); e poi perché su tutto, fin dalla presentazione dello stesso Abdu, aleggia lo spettro della vicenda Regeni, che tuttavia non può essere nominato in quanto figura iconica di parte avversa sia allo spirito della trasmissione sia alle simpatie politiche del tizio correggese che ha sollevato il problema.

5. L’uso festivo della parola “merda”
merda 1La parola “merda” viene pronunciata in due circostanze. La prima al minuto 12 quando una signora di Sesto San Giovanni dice che (per colpa di quelli là, i soliti) sta passando “un Natale di merda”. E qui interviene prontamente Federico Novella – “piano con le parole” – per dirle in sostanza “gioca con i fanti, ma lascia stare i santi”.
La seconda, invece, è una clamorosa epifania. Parliamo naturalmente di Marco Moriconi, ristoratore di Punta Marina (Ravenna), l’Ospite A Sorpresa. Il Moriconi è lì perché nei giorni scorsi è stato protagonista delle cronache per aver donato un pranzo natalizio a 23 italiani in difficoltà. Italiani, non stranieri. Potrebbe essere una bella storia dickensiana. Se non ci fosse di mezzo O’Malamente Abdu il quale, con il suo atteggiamento, indispettisce Marco Moriconi così tanto che l’oste a un certo punto – minuto 34 – perde le staffe, si avvicina minaccioso alla telecamera e urla all’Abdu “pezzo di merdaaa”. Il tutto con clamorosa inquadratura di un gigantesco Gesù ligneo che il Moriconi stesso ha sistemato nel suo locale, sacrificando a occhio almeno quattro posti tavolo. Perché Federico Novella questa volta non interviene? Perché non si comporta come ha fatto in precedenza con la signora?
Semplice.
Perché al minuto 34 siamo ormai alla fine della trasmissione. E il fine della trasmissione è che qualcuno dica all’altro “pezzo di merdaaa”. Ma questo non può e non deve avvenire al minuto 12 perché sarebbe come chiudere una puntata di Beautiful due minuti dopo l’inizio.
Marco Moriconi, dunque, l’Ospite A Sorpresa, è il vero trionfatore della serata, con un gol di rara bellezza e utilità siglato sul finire dell’incontro.
Chapeau.
Il popolo ha vinto ancora una volta.
moriconi

Cinque libri per il 2016 (+ un’altra cosa) (+ un’altra cosa ancora)

FullSizeRender“Cinque libri per il 2016” è un titolo ambizioso. Dovrei aggiungere la solita precisazione “che ho letto io”, per onestà (che poi sono state letture tutto sommato limitate perché è stato un anno lungo e complicato da varie cose). Ma se ne scrivo qui è più che altro per evitare di dimenticarmi di questo anno bisesto, che in molti auspicano termini presto, ma che, invece, dovremmo tener caro, come si tiene in conto di tutto ciò che passa e che, comunque vada, non ritornerà (o non ritornerà più allo stesso modo). Letture comprese.

Jon Kallman Stefansson, Paradiso e Inferno (Iperborea)
Ho deciso di leggere un solo libro di Stefansson all’anno, anche se avrei voglia di accelerare (e a occhio e croce, ogni anno l’ex bibliotecario islandese sarà in cima a post simili a questo). Quest’anno è la volta di “Paradiso e inferno”, che è un racconto che inizia con due amici pronti per una battuta di pesca. Uno muore quasi subito, in modo anche abbastanza stupido. Ma dove uno muore per aver dato troppa importanza alle parole, l’altro sopravvive proprio per l’importanza delle parole stesse. Sembra una cosa da poco, solo che Stefansson è un autore talmente straordinario che credo che anche una sua lista della spesa acquisirebbe immediatamente indiscutibile spessore poetico.

Emmanuel Carrère, A Calais (Adelphi)
Sono 50 pagine. Magistrali. Dove Carrère parla di Calais – anzi della “jungle” di Calais, ad un certo punto dell’anno il più grande ed esteso e pericoloso campo profughi in terra europea – senza però nemmeno entrare nella “jungle” di Calais. Ma siccome Carrère è un grande scrittore, parlando/non parlando di Calais e della sua jungle in realtà parla di noi stessi alle prese con la paura di essere noi stessi allo specchio. Cinquanta pagine sono più o meno un romanzo di Erri De Luca. Ma questa non è una “furbata” di Adelphi per sfruttare un nome di punta: è una piccola opera, a suo modo, definitiva.

Zerocalcare, Kobane Calling (Bao)
Non è perché è Zerocalcare e allora fa ridere. Non è perché è Zerocalcare e fa ridere, sì, però questa volta no. E non è nemmeno perché l’argomento trattato ti prende come una stretta allo stomaco e non ti abbandona più, fino alla fine del libro. Non è per nessuna di queste ragioni, pur essendolo un po’ per tutte. Ma è soprattutto perché Zerocalcare ha scritto una grande storia. E poi l’ha anche disegnata. Ma prima di tutto l’ha scritta. “Che ne sappiamo noi dei curdi?” è una domanda che dopo “Kobane Calling” ha meno senso farsi. Parlano tutti bene di Zerocalcare (ma proprio “tutti” compresi quelli che non parlano mai bene di nessuno, tipo anche il Fatto Quotidiano): nasce del sospetto verso quelli di cui tutti parlano bene, ma questa volta gli elogi sono davvero meritati.

Fergus Fleming, A caccia di draghi (Castelvecchi)
Io per esempio non lo sapevo che sulle Alpi esistessero i draghi. Sono scomparsi quando l’uomo ha cominciato a conquistare le alte vette, in modi a volte buffi, altre ingegnosi, altri ancora temerari, ma sempre avventurosi. L’epica narrazione di questa scacciata dei draghi è appunto al centro del libro di Fleming (che è stato ripubblicato ora da Elliot, solo che io l’ho letto nell’edizione Castelvecchi e quindi mi attengo a quella). Unico neo: il libro parla, con umorismo e arguzia, della corsa alle vette delle Alpi occidentali (quelle francesi, savoiarde e svizzere) e per chi, come me, abita a cavallo dell’A22, le Alpi sono più quelle “altre”.

Roald Dahl, Il GGG (Salani)
Tra un po’ esce il film (l’ha fatto Spielberg). Quale migliore occasione, dunque, per prepararsi all’evento che leggere il GGG a Lorenzo, alla sera? Ma quanto ti accorgi che sei tu, adulto, ad attendere con ansia il momento di andare a letto, per andare avanti con la storia, per capire che fine faranno San Guinario e gli altri maledetti ciucciabudella, allora cogli una volta in più la grandezza e il potere di una storia e della capacità di saperla raccontare bene. Dahl era un maestro.

P.S.
Sì, lo so che quest’anno è uscito “Eccomi“, il romanzo nuovo di Jonathan Safran Foer. Sono a metà lettura. Si tratta di un libro tecnicamente perfetto. Però, JSF, però: la magia di “Ogni cosa è illuminata” non c’è. La perfezione non significa empatia, così come Jonathan Franzen non sarà mai Foster Wallace. “Ogni cosa è illuminata” era un libro necessario. “Eccomi” è perfetto. Ma, tutto sommato, potevamo farne a meno? La domanda vale il prezzo del dubbio ed è già una mezza sconfitta per chi ha amato Safran Foer sopra ogni altro autore.

P.S. 2
Anche quest’anno, naturalmente, sono state pubblicate tonnellate e tonnellate di carta straccia. Cioè, l’editoria italiana ha persino trovato le risorse per pubblicare un troglo come Matteo Salvini con il suo offensivo “Secondo Matteo“. Eppure, eppure che ne dite di “Cazzi miei“, imperdibile opera di Gianna Nannini edita da Mondadori? C’è ancora spazio e fondo per raschiare il barile prima della fine?

There is no map: the new italian(s)

Questa è una breve storia che prima non mi andava tanto di raccontare e ora invece sì (forse qualcuno ricorderà che ne avevamo parlato qualche tempo fa).
Goldfish don’t live in puddles” è il titolo inglese dei nostri Pesci Rossi. Acquistato da un editore americano sarebbe dovuto uscire a febbraio (ma roba che proprio-proprio ci sono contratti firmati e anticipi incassati).
Poi a volte succede che di un progetto non se ne faccia niente (a me capita spesso, ma non è importante: questa era la parte che non volevo dire).
Fatto sta che invece, abbastanza improvvisamente, adesso, nel primo di settembre – annunciato da un semplice tweet qualche giorno fa – “Word without borders“, che un magazine online di letteratura internazionale fichissimo (di quelli che hai sempre pensato “ah, gli americani, ma quanto ci sanno fare su ‘sta cose”) decide di dedicare un numero monografico ai new italian(s)&migrations – “There is no map“, appunto – cioè letteratura e poesia italiana che affrontano i temi delle migrazioni e delle minoranze. Che è una cosa molto bella, secondo me, perché magari noi, presi come siamo a guardaci l’ombelico, non ci siamo neanche accorti che all’estero ci considerano – qualche volta – “un paese che sta cambiando”. E quindi interessante.
Bene, nella selezione di “There is no map” c’è anche un estratto del grande lavoro che aveva fatto André Naffis-Sahely, che un poeta, uno scrittore e un traduttore e che, appunto, aveva preparato l’edizione inglese dei Pesci Rossi.
E io adesso leggo questo primo capitolo per la prima volta.
Inizia così: “My father stopped being a gypsy in the spring of 1987. As for the hows and whys that led to his decision—or, according to his point of view, how this simply happened to him—we’ll get to that later. For the time being, all you need to know is that my father stopped being a gypsy when I was seven years old and he was thirty. Up to that point, we’d had a few things in common, one of them being that neither of us had ever been to school. This is an important fact to mention not so much for biographical reasons, but so as to realize what a crucial role compulsory education played at the exact moment when my father’s existential horizons—and, by extension, our family’s—were completely transformed“.
E adesso io sono anche emozionato.
Così volevo dirvelo, ecco.