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La piccola storia di Natale di Lilian ed Elijah

Avvertenza
C’è una piccola storia, quest’anno, per Natale, che prende inizio in un altro tempo e che poi in qualche modo è arrivata a noi. Si tratta di una storia che in gran parte non è mai stata raccontata e forse, in gran parte non è nemmeno vera.
Tuttavia, che cos’è vero e cosa non lo è, oggi, in questa notte di Vigilia, lo faremo rimanere nelle pieghe di quanto raccontiamo, tra ciò che si vede solo in controluce. E la realtà dei fatti la lasciamo per altre occasioni.

Londra, 1923, Vigilia di Natale.
wembleyFa freddo, com’è naturale che faccia freddo a Londra, alla Vigilia di Natale. Mai come quest’anno, però, l’attesa a Londra ha un sapore particolare. In aprile, Re Giorgio (Re Giorgio V) ha inaugurato il nuovo stadio di Wembley, un’opera straordinaria che per la maggior parte dell’opinione pubblica non fa altro che accrescere l’impazienza per le meraviglie che accadranno l’anno successivo – e che è poi il motivo alla base della costruzione dell’Empire Stadium – vale a dire la Grande Esposizione dell’Impero Britannico.
Detto questo, le cose non vanno bene. Nonostante la vittoria nella Guerra di pochi anni prima, tra il popolo serpeggia un grande malcontento. I salari sono al minimo, lo sfruttamento dei lavoratori è sistematico, soprattutto per quanto riguarda il settore minerario e siderurgico. C’è aria di rivolta e neppure Re Giorgio – che pure ha fama di avere in simpatia le classi meno abbienti – è certo che il suo regno potrà rimanere immune da quel pericoloso virus che si sta propagando dall’Unione Sovietica al resto del Continente.
508718992Comunque, tornando a ciò che ci interessa dire qui, da qualche mese la casa editrice “Jonathan Cape Ltd“, con sede al numero 13 di Bedford Square, ha pubblicato “The voyages of Doctor Dolittle”. Bedford Square è una piazza molto bella, sicuramente la migliore nel quartiere di Bloomsbury, realizzata dall’architetto Thomas Leverton e circondata da case di mattoni su tre piani con porte arrotondate sormontate da eleganti finestre a mezzaluna e balconi decorati da un frontone centrale. Jonathan Cape ci ha visto lungo a trasferirsi lì, in Gower Street. Si sta bene, è un luogo di prestigio e che continuerà ad esserlo. Comunque andranno le cose. La sua casa editrice è giovane, ma lui è bravo, sa individuare gli autori e, soprattutto, si sta specializzando in un settore – quello dell’editoria per ragazzi – che si mostra molto redditizio. “The voyages of Doctor Dolittle” è il secondo volume dei racconti di Hugh Lofting, un tipo particolare, si dice un pacifista, uno che ha partorito proprio nelle trincee del disastroso conflitto mondiale le vicende del favoloso Dolittle, un medico capace di parlare con gli animali. Il primo volume di racconti del Dottor Dolittle ha avuto un ottimo riscontro.
Il problema è che la bambina Lilian Joan Wylie ha ricevuto in dono il libro da parte di L.L.W. Solo che lo aveva già. Glielo aveva preso qualche settimana prima suo fratello, di undici anni più grande di lei. Si tratta del classico “regalo doppio”.
dolittle-1Lilian Joan Wylie di anni ne ha dieci ed è una bella bambina, dalla salute un po’ cagionevole. Per questo passa intere giornate a casa, a leggere. I suoi genitori non sono ricchi, ma conducono una vita onesta e laboriosa e sì, i Wylie sono una famiglia che si potrebbe tranquillamente definire “benestante”. Hanno avuto anche un lontano cugino – un cugino che morirà l’anno seguente – John George, attaccante dei Wanderers, capace di arrivare a indossare la casacca dei Tre Leoni, anche se per una sola presenza.
Importante è dire a questo punto che Lilian Joan Wylie conosce un ragazzino e da qualche tempo pensa spesso a lui. Lo ha incontrato diverse volte, al mercato di Charity ed è un ragazzino che le piace, le piace molto, se non fosse per via di quell’aria malinconica che ha sulla faccia e che però è esattamente ciò che l’ha attratta di lui, oltre ai suoi occhi neri e profondi. Il ragazzino ha dieci anni, come lei, e si chiama Elijah. Abita dalle parti di Golders Green dove i suoi lavorano al Bloom’s, un ristorante particolare che ha aperto da poco e che è specializzato nel servire piatti tipici della gente come Elijah. Che è ebreo.
Fortunatamente, dalla casa di Lilian per arrivare a Golders Green ci si impiega davvero poco, perché la Northern dell’Underground ferma proprio lì.
L.L.W. capisce subito che un libro doppio non è di alcuna utilità in casa sua e che a Lilian farebbe molto piacere poterlo regalare a qualcuno, a qualcuno dei suoi amici. Solo che, tra tutti, rimane stupito, L.L.W., che il prescelto sia proprio il giovane Elijah. Elijah non festeggia il Natale, Lilian dovrebbe saperlo. Eppure è proprio per questa ragione che Lilian ha deciso di regalare il suo libro doppio a Elijah, per condividere la sua gioia con chi quel giorno non festeggerà. Infatti, anche la maestra, a scuola, ha detto che Lilian è una bambina molto generosa e sensibile.
Così L.L.W. prende il soprabito verde e il cappello. Poi veste di tutto punto Lilian, che non deve prendere freddo per nessuna ragione al mondo. Quando escono in strada diretti verso l’Undeground, L.L.W. osserva la sua bambina e le sue lentiggini leggere, sparse sul naso. Nel chiarore di quella Vigilia nebbiosa risaltano ancora di più. Lilian ha spesso la tosse e il medico dice che non va bene, che le cose non vanno bene, che deve fare degli altri esami, ma ha paura. Ha paura di qualcosa che non si può dire, adesso. Eppure Lilian è bellissima e come tutte le cose bellissime è anche fragile. Questa è la risposta che si è dato L.L.W., al diavolo i medici. Che ne sanno loro della bellezza? Se potesse, però, non uscirebbe con quel tempaccio. Ma lo sguardo di Lilian, prima, in sala, gli ha detto che no, non può non farlo.
Il secondo problema di quella giornata è che L.L.W e Lilian non hanno idea di dove esattamente abiti Elijah. Però in qualche modo Lilian sa che i genitori lavorano al Bloom’s – lo sa perché lo ha sentito dire un giorno della scorsa primavera, mentre era a passeggio ai Gardens proprio con suo fratello, a cercare di fare tesoro dei raggi di sole. Così si dirigono senza esitazioni al Bloom’s, una volta abbandonati i vagoni maleodoranti della metropolitana. Hanno improvvisato un pacchetto per il libro. Lilian ha scelto una carta gialla e lo tiene stretto a sé, sotto il suo cappotto color nocciola.
Elijah però non lo incontrano. Sua madre, che è una bella signora dai capelli nerissimi raccolti da un fermaglio luccicante, dice che è uscito da poco ma che tra poco dovrebbe ritornare. Dice anche che non avrebbero dovuto, non avrebbero assolutamente dovuto scomodarsi per portare quel regalo inatteso. Si è persino commossa. Non se lo sarebbe mai e poi mai aspettato, tanto più che, insomma, per loro Natale non è proprio Natale. Poi dice di aspettarla lì. Sparisce per un minuto nel retro della cucina del Bloom’s e quando ritorna ha in mano un vassoio pieno di dolci. Li ha appena fatti. Servono per Hannukkah, la festa delle luci, che sta per iniziare. L.L.W. dice no no, ma si figuri. La madre di Elijah invece insiste. Lilian comincia a tossire. Ed è una brutta tosse, di quelle che a volte le macchia il colletto della camicetta di puntini rossi. La madre di Elijah allora scarta il suo pacco, invoca quella che sembra una specie di benedizione e le offre un dolce, un “dolce della luce”, come lo chiama lei. Lilian lo assaggia e la tosse, la tosse improvvisamente si placa e Lilian sorride.
Elijah non torna. Non torna in tempo. Allora Lilian, anche se è un po’ delusa, lascia il libro nella mani della madre di Elijah e L.L.W. invece prende il pacchetto con i dolci e dice alla madre di Elijah che i suoi dolci sembrano davvero “miracolosi”.
stellaQuella sera, poco prima di coricarsi, Elijah sorriderà, pensando alla bambina Lilian, quella con le lentiggini e i capelli rossi che ha incontrato qualche volta mentre si affannava a finire le consegne che suo padre gli aveva affidato per quella giornata. Sorriderà attaccando con la colla il suo ex libris – con la Stella di David al centro – nella prima pagina interna di “The Voyager of Doctor Dolittle”. Il giorno dopo, a Natale, si ripromette che andrà a trovare la bambina Lilian e le porterà altri dolcetti “speciali”, di quelli che sua madre dice che fanno bene, e che faranno bene soprattutto a lei. Perché Natale dura un giorno, Hannukkah quasi un mese. Farà in tempo a contraccambiare. Elijah pensa anche che è bellissimo avere 10 anni, in quel 1923, dove ci si fanno dei regali e dove non è importante se la festa che si festeggia si chiami Natale o Hannukkah. Quel giorno ha fatto tardi perché si è fermato in Charing Cross dove c’era un tipo, all’angolo della strada, che parlava di razzi, razzi stellari, razzi che presto porteranno gli uomini su, fino sulla Luna. E lì, pensa Elijah, finalmente potremo conoscere il volto di Dio.
È bellissimo avere 10 anni nel 1923. E il futuro non potrà che essere ancora migliore.

P.S.
Il “finale” di questa storia – con la spiegazione delle cose false che vi sono dette ma anche di quelle un po’ vere – se vi interessa è raccontato in “Sui confini”, nel capitolo dedicato a Passau.
Altrimenti niente, terminiamo pure qui.
Perché una storia di Natale deve rimanere a Natale, appunto, e non ha nessun bisogno di un “dopo”.

Un racconto di Natale

Come ogni Natale, ecco che lo sguardo severo di “zio Charles” torna a fare visita da queste parti, nel momento preciso in cui si sta qui ad attaccare il vischio alla porta. Credo sia la celeberrima “maledizione” di Ebenezer Scrooge, il mio personaggio nella recita di Natale in quinta elementare: dire così tante volte “Scrooge”, alle maestre sembrava complicare le cose, così cambiarono il nome nel più semplice “Smith”. Da allora, quasi come per “vendetta”, a casa mia non c’è Natale che si rispetti senza una qualche carola dickensiana. Portate pazienza.

Detto questo, l’augurio per tutti i Pesci Rossi lo posto quiUn racconto di Natale (“inedito”) (dai, come se poi fosse una novità) a sfondo educativ-moraleggiante.

Posso dire che spero che lo apprezzerete.

Ma se anche ciò non accedesse, beh, ci vorremo bene ugualmente e questo dei racconti di fantasmi di Natale è un piccolo “vezzo” che comunque non abbandonerò.

Buon Natale guys.

E buone feste.

Siate felici.

Il più possibile.

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Cinque libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti (più uno, bellissimo, che però devo ancora finire di leggere) (più un altro che non mi è piaciuto e vi dico perché) (più un altro parecchio brutto che però va letto anch’esso, secondo me)

Ogni anno faccio letture disordinate. Poi mi pento e mi dolgo e mi riprometto “ah, ma l’anno prossimo mi darò un metodo. E tutto sarà molto più bello”. Dopo, però, non la faccio mai, questa cosa del darmi un metodo. Così, di solito verso dicembre, cerco di mettere un po’ di ordine e son due o tre anni che ci sono persone che sembrano interessate a quello che ho letto io. “Anzi, perché non ti sbrighi a scriverle un po’ prima, queste cose, che così ci mettiamo avanti per i regali di Natale?”, mi hanno detto queste persone. Quindi, l’appuntamento con i “5 libri” è diventato una specie di incentivo al PIL. Quanto meno al PIL correggese. E chi sono io per non offrire il mio contributo alla causa del PIL? Così, ecco quelli che NON SONO i “cinque migliori libri del 2014”, ma, più modestamente, solo “i cinque migliori libri che ho letto IO nel 2014”. Più un altro paio di robette, che metto alla fine perché non c’entrano con il PIL.

Giorgio Fontana, “Morte di un uomo felice” (Sellerio)
“Morte di un uomo felice” è un libro di una bellezza talmente nitida, secondo me, e lucente, e a suo modo struggente, che ridurlo nelle poche righe di un commento non è nemmeno giusto. Ha vinto il Campiello, meritatissimo. Ma ancora di più. Nel mondo editoriale (e non solo in quello) passa tutto così in fretta e tutto viene catalogato in modo anche svilente alla voce “capolavoro”, salvo poi dimenticare tutto dopo un paio di mesi. Capolavori. Le librerie sono piene di “capolavori”, nelle fascette. Ecco, non posso dire se questo sia davvero un “capolavoro”. Posso sperare, invece, che questo sarà un libro che rimarrà. Perché ha lo stile, lo status, la grazia e la forza del “classico”. Il giudice Giacomo Colnaghi è un personaggio memorabile. E Giorgio Fontana è uno scrittore sopraffino.

Alice Munro, “Chi ti credi di essere” (Einaudi)
Commentare un’opera (verrebbe da dire “qualsiasi opera”) dell’Alice Munro è persino imbarazzante. Questo però è un libro perfetto e quindi me la cavo con poco e non devo aggiungere molto altro. La circolarità del meraviglioso impianto narrativo diventa, di volta in volta, poetica, comica, dolorosa e buffa. E l’autrice padroneggia magistralmente ogni tono narrativo, ogni piccola sfumatura. In tutto il testo non c’è traccia di una singola parola fuori posto o superflua o fine a se stessa. Gran nota di merito per la traduzione di Susanna Basso. Uno straordinario racconto femminile. Con tutto il plus che questo comporta.

Michale Chabon, “Cronache di principi e viandanti” (Indiana)
Ottima annata, per me, fan incallito di Chabon, che me la sono goduta con ben due sue uscite. Ma se il romanzo-romanzo – “Telegraph Avenue” (Rizzoli) – pur con sprazzi di limpida genialità (al solito), non mi ha però convinto fino in fondo, questo più piccolo, e apparentemente modesto, racconto mi ha ricompensato di ogni cosa. L’avventura, signori e signori, l’avventura classica. Declinata nel miglior Chabon. Cito dalla postfazione: “E se trovate ancora buffa l’idea degli ebrei con le spade, guardatevi adesso: seduti al vostro posto su un aereo a reazione, mettiamo, con le scarpe in poliestere e neoprene di un arancione agghiacciante, mentre ascoltate musica digitale percorrendo il cielo da Charlotte a Las Vegas, con la speranza di perdervi – voi stessi, la casa, le certezze, i confini e le barriere della vita – grazie a un fascio di fogli di pasta di legno, cuciti, incollati e colorati con macchie di pigmento e resina. Gente con i libri. Cosa potrebbe esserci di più incongruo, al giorno d’oggi? Mi viene da ridere”.

Cristiano Cavina, “I frutti dimenticati” (marcos y marcos)
In realtà, il libro di quest’anno di Cavina sarebbe “Inutile Tentare Imprigionare Sogni”. Che è molto buono. Però, siccome quando Cavina è venuto a Correggio, all’inizio dell’anno, ho avuto il grande piacere di presentarlo e siccome di Cavina mi mancava da leggere questo suo precedente, per fare “bella figura” l’ho recuperato. Ed è stato un tuffo al cuore. Del tutto autobiografico – che poi uno si chiede come sia possibile mettersi a nudo in questo modo, solo i grandi autori riescono a farlo – la narrazione limpida del garbuglio che comporta l’essere contemporaneamente padre e figlio, marito/compagno e singola persona è di classe superiore.

Philip Roth, “La nostra gang” (Einaudi)
Non è certo il romanzo per eccellenza di Roth. Non stiamo parlando di “Pastorale americana”, per dire. E allora, perché un racconto scritto all’epoca di Nixon e che parla di Nixon e che mette alla berlina Nixon, è così attuale? Perché “La nostra gang” non è un romanzo su Nixon, ma un romanzo sulle “parole del potere”, sull’utilizzo del linguaggio che il potere adotta ed esercita, spesso per giustificare la propria autoconservazione. Memorabile il passaggio del libro in cui Nixon dichiara a reti unificate l’aggressione atomica alla Danimarca, accusata di essere una nazione pornografa. Nella parodia, non c’è una sola parola che non abbiamo sentito anche noi , in questi anni di “interventismi democratici”.

Bene.

Poi.

Il libro bellissimo che però devo ancora finire di leggere – e che quindi rimane senza giudizio definitivo – è “Il figlio”, di Philipp Meyer (Einaudi), il ritorno della Grande Avventura Americana (e le maiuscole non sono messe a caso).

Il libro che non mi è piaciuto è “Il desiderio di essere come TUTTI”, di Francesco Piccolo (Einaudi). Dentro ci sono molti passaggi interessanti, di quelli che una volta avrebbero dato vita a lunghi corsivi e carteggi sulle pagine culturali dei quotidiani e adesso, invece no, perché, appunto, dopo una settimana son già lì tutti a parlare d’altro. Il testo di Piccolo, tuttavia, Gronda, però, furbizia fabiofaziesca da ogni singola riga.

Infine.

Il libro parecchio brutto che però, secondo me, va ugualmente letto è “Frankenstein” di Mary Shalley (l’edizione Oscar Mondadori è un supplemento di bruttezza da non trascurare). Va letto perché è il libro più “attuale” che mi sia capitato tra le mani in questi anni. Il perché, però, adesso lo tengo per me, visto che su questo testo ci sto lavorando un po’ su, per una cosa mia.

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Cinque libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti (più uno che devo ancora leggere) (più un altro che ho letto e che consiglio anche se non mi è piaciuto e vi dico perché)

Ritorna, con questo aggiornamento 2013, il post che lo scorso anno ha gettato nel panico le librerie correggesi. Che nel periodo natalizio avrebbero già il loro bel daffare a districarsi tra i pacchi di Bruno Vespa e simili anche senza che ci si metta qualcuno ad arrivare lì a chiedere libri che non sono novità (e per non-essere una novità, basta essere stati editati da un paio di mesi).

Ma qui si insiste. Ecco. Mica per niente siamo pesci rossi.

Per cui…

 

Del romanzo di Marco Lazzarotto, Il ministero della bellezza (Indiana), avevamo già parlato qui e di conseguenza non mi ripeto (ah, la bellezza dei link!).

 

Shalom Auslander, Prove per un incendio (Guanda)

Pur sorvolando sulla circostanza che mi ha visto fin dalle prime pagine del romanzo assai vicino a Kugel, il protagonista, per via della sua grandiosa ipocondria (circostanza che, in effetti, potrebbe condizionare il giudizio), secondo me, al netto di difettucci vari, questo è un romanzo che rimane per molti versi “geniale”. Lo è sicuramente perché tratta di argomenti impegnativi – il dolore, il senso di colpa, la trasmissione dei valori, il sentimento di appartenenza a una storia (famigliare e assoluta) vissuto come un dovere – e la fa per larghi tratti con sarcasmo. Non con ironia, proprio con sarcasmo. Che sarebbe una tecnica da maneggiare sempre con molta cura, dato che è sovente molto facile scendere il gradino e ritrovarsi nel grottesco (che a me poi non dispiacerebbe nemmeno, ma non è qui il luogo per affrontare questa discussione). Ora, non è tanto il fatto che Auslander osi dissacrare la Tragedia con la T maiuscola del ventesimo secolo, l’Olocausto – e lo fa, uditeudite, avendo il coraggio di ridicolizzare addirittura Anna Frank. Cioè, è poi anche quello dato che, mi chiedo per esempio, chi di noi avrebbe la forza di scherzare su Primo Levi. Ma il tentativo di Auslander è quello di provare a consegnare quella Tragedia, appunto, intatta e in tutta la sua reale portata, alla storia. E questo passaggio avviene, deve avvenire quasi per forza, portando in luce una certa banalità della “trasmissione del dolore”, quasi come se questo dovesse avvenire per genetica, come se l’Olocausto fosse diventato, negli anni e per buona parte della borghesia ebraica americana, che ne ha edificato e custodito le ortodosse fondamenta memoriali, non la Tragedia, appunto, ma il pretesto dietro il quale nascondere piccole beghe quotidiane. Svilendola. Magistrale, in questo senso, la figura della madre di Kugel, un’ebrea americana nata nel 1945 e che dunque non ha mai vissuto l’esperienza della Deportazione, ma che, a seguito dell’abbandono subito da parte del marito, ha cominciato a costruirsi una memoria falsa ad uso personale, fatta di torture e campi di concentramento, chiudendo ogni suo discorso sempre con quel “figli di puttana”, riferito immancabilmente ai tedeschi. Solo che il problema è che questa, questa memoria totalmente fasulla, lei ha cercato di trasmetterla ai suoi figli, generando appunto la situazione paradossale che Auslander descrive con sarcasmo. Inoltre: i dialoghi sono addirittura superlativi (oserei dire). E, insomma, forse non troviamo qui la pulizia di scrittura e l’eleganza stilistica di Nathan Englander (direi che siamo più dalle parti di Keret, giusto per avere un’idea, approssimando di molto, naturalmente), ma ce ne fossero di romanzi del genere. Magari anche qui, anche in Italia, dove esiste un problema di memoria condivisa grande come una casa.

 

Ian McEwan, Miele (Einaudi)

Allora, “Miele” non è il miglior romanzo di McEwan (a parte il fatto che un romanzo scarso di McEwan meriterebbe di stare comunque in un elenco dei cinque migliori libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti). Però l’ambientazione – siamo nella Londra dei primi anni Settanta – è davvero interessante, soprattutto perché in genere risulta poco battuta. Insomma, non so nell’immaginario comune, ma nel mio sicuramente (a meno che non siate granbritanni), Londra passa allegramente dai Beatles ai Sex Pistols (per intenderci), ignorando tutto “quello che sta in mezzo”. E “quello che sta in mezzo” è una lunga stagione buia, tra le bombe dell’Ira e la crisi petrolifera. McEwan è un maestro assoluto nel ricreare su carta le atmosfere giuste. Ok, siamo abbastanza lontani dai vertici di “Espiazione”, per dire. Ma là stavamo leggendo un capolavoro assoluto e qui invece ci accontentiamo di una storia che regge. Serena Frome, la protagonista, è una buona voce narrante, che tra i diversi meriti, riesce a coprire il giudizio su altri personaggi un po’ meno riusciti. Per cui in conclusione: “Miele” rimane comunque un’ottima lettura tanto che, pur non essendo inclini a giustificare certi “trucchetti” narrativi, tuttavia tenderemmo ad essere parecchio indulgenti sull’espediente finale. Che in questo romanzo non manca (ehi, avete l’acquolina in bocca adesso, sì o no?).

 

Massimo Canuti, Contro i cattivi funziona (Instar)

Magari qualcuno potrà dire “ah, vabbè, metti questo libro solo perché dentro al libro medesimo c’è il segnalibro promo del tuo libro”. Oppure ci saranno i complottisti che grideranno appunto al complotto di scuderia (“guarda un po’, questi Instar, che si danno una mano a vicenda”). Ah ahhh, miei cari, niente di tutto ciò. Pensate un po’, invece, che la prima volta che ho letto il libro di Massimo Canuti non mi era piaciuto perché pensavo che ci fosse una gran quantità di dialogo, troppo, tipo sceneggiatura, che andava a scapito della costruzione complessiva. Poi, però, l’ho letto una seconda volta (te lo puoi permettere, non è lunghissimo). E lì è scoccato l’amore. Perché io subito non l’avevo mica capito. Non avevo mica capito, cioè, che la straordinaria forza di questo romanzo è proprio nella sua (apparente) semplicità. Con una grande attenzione alla ricetta basilare di ogni narrazione: personaggi che ti entrano nel cuore e di cui ben difficilmente ti dimenticherai. Una storia che procede in senso lineare, ma che va a dimostrare che c’è della bellezza nel mondo e che questa bellezza spesso ha a che fare con l’adolescenza perché è lì, è a quel punto della vita, che le cose hanno una nitidezza e una luminosità e un’intransigenza uniche, lì e forse mai più, lì perché sono (quasi) sempre accompagnate dal candore assoluto.

 

Zerocalcare, La profezia dell’armadillo (Bao)

Allora, Zerocalcare è un genio. Ma mica lo dico io. Mo’ adesso lo stanno dicendo un po’ tutti. Ecco, prendete questa vignetta, così, come aperitivo, come spriz. Io qui ho messo “La profezia dell’armadillo”, perché ora ho letto questo (grazie, grazie, grazie Ivano per il consiglio), ma sapete cosa vi dico? Prendete questa lista di libri che ho letto quest’anno e che mi sono piaciuti, stampatela e appallottolatela (o buttate nel cesso il foglio A4). Davvero. Non vi porterò rancore se lo farete. Ma per favore, vi prego, leggete una qualsiasi cosa di Zerocalcare. Vi spaccherete dalle risate e in più, gratis, ci scapperanno anche riflessioni serie, poesia pura, manualistica di sopravvivenza e varie altre cose. Leggete Zerocalcare anche se vi fanno schifo i fumetti. Diventerete persone migliori.

Zerocalcare

Zerocalcare

 

P.S.1

Ed ecco qui il libro che a me non è piaciuto, ma che per un sacco di motivi consiglio ugualmente di leggere. Perché è uno di quei libri che ne vale la pena, vada come vada.

Giovanni Cocco, La caduta (Nutrimenti)

Finalmente, un romanzo di un autore italiano il cui intento non è parlare del proprio ombelico. Scrittura potente (già lo hanno detto molti altri), struttura potente, intreccio potente e lingua potente (però, ecco, io DeLillo lo lascerei fuori dai paragoni importanti che sono stati spesi per il romanzo). Sappiamo anche che “La caduta” – e lo sappiamo dalle note dell’autore a corredo dell’edizione, note che tuttavia lasciano trasparire un po’ di fastidiosa (parere personale) supponenza – è solo parte di un’impresa narrativa più vasta e ambiziosa. E dunque cosa c’è che non va? Niente, in effetti. Eppure, la sensazione che lascia alla fine quest’opera è quella di una narrazione fredda e in alcuni casi persino un po’ artefatta, qualcosa tra il nozionismo wikipediano e l’abilità, indubbia, di costruire storie all’interno di un quadro narrativo già delineato dalla realtà dei fatti. Pregevole l’intenzione di ricollegare tutti i fili delle varie storie, ma la “cupezza” di fondo, che secondo me poi non c’entra granché nemmeno con l’Apocalisse tanto citato in esergo dei vari capitoli, è un escamotage furbesco: perché è anche abbastanza facile suscitare l’emozione nel lettore così, narrando da un punto di vista personale episodi che hanno segnato tragicamente e collettivamente gli ultimi anni (dagli attentati londinesi alla strage di Utoya, per esempio). Eppure sembra non esserci alcuna “com-passione” in Cocco, quasi che l’autore si sia sforzato, persino esplicitamente a volte, di mostrarsi distaccato dalla propria narrazione e dai propri personaggi. Tecnica narrativa nella quale Cocco eccelle, ma che ha la capacità d’emozionare di una bistecca fredda (a meno che uno non sia in stato di grazia come il Truman Capote di “In cold blood”). Inoltre, anche dal punto di vista meramente “ideologico”, la lettura della presunta caduta dell’Occidente, mi sembra persino forzatamente millenaristica, volta più che altro a cogliere, giustamente, i segni dell’orrore, ignorando però deliberatamente tutti gli agenti positivi in azione in questo scorcio di inizio millennio (che ci sono, ci sono, mai perdere la fiducia).

 

P.S.2

E proprio poco fa, è uscito “La neve a Gaza” (Caracò), di Vincenzo Soddu. Siccome è appena stato pubblicato io non l’ho ancora letto. Ma vi posso dire che se il libro rivelerà solo una minima parte della sensibilità, della cultura, dell’amore per i suoi studenti e della profondità del suo autore, beh, ogni cosa sarà illuminata e questo sarà sicuramente un grande romanzo.

 

P.S. 3

Ci sarebbe poi da dire anche un’altra cosa… Che in questo 2013 ho poi letto e riletto e ririletto e riririletto anche un certo manoscritto, che mi auguro che diventi poi libro nel 2014. Ma di quello, semmai, faremo sempre in tempo a parlare.

Stay tuned e buone feste!

Foto libri per post

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