Tre libri+uno scrittore per i regali di Natale

Ci sono molti blogger (e altrettanti bookblogger) bravissimi e io – che invece non sono bravissimo e non sono nemmeno un bookblogger – ho sparato troppe cartucce nel post sui libri per l’estate. E adesso, rispetto alle segnalazioni dei Libri-Per-Natale sono arrivato un po’ con il fiato corto. Dovrei, quindi, arrendermi all’evidenza e, invece, comunque, procedo con tre+una segnalazioni (esercizio del tutto inutile, dati i numeri di questo blog – diciamo che serve a me stesso come promemoria).

Jon Kalman Stefansson, Il cuore dell’uomo (Iperborea)
Nello scorso settembre andai a Mantova, al Festival Letteratura, unicamente per sentire Stefansson, intervistato da Alessandro Zaccuri. Fu una serata non riuscita, nonostante l’impegno di Zaccuri e della bravissima traduttrice dei libri di Stefansson, Silvia Cosimini. Non riuscita perché, per tutto l’incontro, Stefansson non fece altro che gigioneggiare senza troppo senso, evitando di approfondire temi cruciali della sua scrittura, banalizzandoli tanto da arrivare a dire che per lui, dal punto di vista narrativo, parlare di Dio o di una pisciata dopo una sbronza sarebbe più o meno la stessa cosa. Venni via deluso, e anche arrabbiato, perché quella sera avrei potuto fare altro e perché avevo ben altre aspettative.
Dopodiché, Stefansson è però uno che scrive queste cose: “Quando l’uomo ha pronunciato la sua prima parola è diventato quel filo che oscilla in eterno tra la cattiveria e la bontà, tra il paradiso e l’inferno. Sono state le parole a recidere le radici tra l’uomo e la natura, sono state il serpente e la mela e ci hanno elevato dalla sublime e ignorante condizione animale fino a un mondo che ancora non comprendiamo. La storia afferma che qui, una volta, quasi al principio dei tempi, la differenza tra parola e significato era a stento misurabile, ma le parole si sono consumate nel corso del cammino umano e la distanza che le separa dal loro significato si è talmente dilatata che nessuna vita, nessuna morte sembra più poterla colmare. Eppure le parole sono l’unica cosa che abbiamo“.
Oppure, Stefansson è uno che scrive un finale così: “Baciamo ancora, chiede lei, e l’acqua smetterà di salire. Sì, dice lui, e ora capisce, sì, dice, perché dove comincia la vita e dove si ferma la morte, se non in un bacio?“.
Quindi, io di fronte a tutto questo mi fermo, dimentico la pessima serata a Mantova e continuo, nonostante tutto, ad ammirare Jon Kalman Stefansson, ciò che scrive e come lo scrive. Perché, secondo me, è un genio.

Leonardo Malaguti, Dopo il diluvio (Exòrma)
“Dopo il diluvio” è il romanzo d’esordio di un autore nato nel 1993. Questo bisogna dirlo, per inquadrare ancora meglio la faccenda. Se “Dopo il diluvio” lo avesse scritto uno nato – che ne so? – nel 1968, forte della sofferente maturità dei 50 anni, a “Dopo il diluvio” – e ai temi che il romanzo solleva – avrebbero dedicato almeno un inserto “Robinson” e un’intervista da Fazio. Lui, l’autore, l’ho sentito sostenere di non aver scritto un romanzo politico. Ma un romanzo, punto. Secondo me lo dice per evitare di rimanere ingabbiato in certe, fastidiose, etichette. Infatti, “Dopo il diluvio” è al contempo una favola, una favola noir, un racconto in tempo di guerra, un “Deserto dei Tartari” scritto per Netflix e sì, alla fine, anche una narrazione politica. Perché se voi prendete “Dopo il diluvio” – che è un racconto ambientato in un tempo imprecisato – e poi aprite un qualsiasi giornale, va bene, capirete tutto.

Crushiform, Colorama. Il mio campionario cromatico (L’Ippocampo Ragazzi)
Sapete com’è esattamente il color “balenottera azzurra”? E che differenza corre tra il “marrone” e il “bruno di mummia” e il “cacao”? Avete presente quando a Natale qualcuno regalerà a vostro figlio/a, a vostro/a nipote, una di quelle interminabili scatole con 400 pastelli ai quali sarete chiamati a dare un nome ciascuno? Ecco, “Colorama” è il libro che fa per voi. Un colore, una storia (e una breve spiegazione). Perché – fortunatamente – il nostro mondo è a colori e ogni colore ha un nome e ogni nome ha una storia e ogni storia è fatta di parole (a questo punto potete ritornare alla parte su Stefansson).

Bonus: Emiliano Poddi
Emiliano Poddi ha scritto tre romanzi: “Tre volte invano” e “Alboran“, pubblicati da Instar, e “Le vittorie imperfette“, edito da Feltrinelli. Secondo me bisogna leggerli tutti e tre. Perché sono tre storie molto belle. E perché quando si dice/pensa – e ci sono molte persone, troppe, che se ne vanno in giro avvolti nelle loro culturali sciarpette di seta a sproloquiare in questo modo – “ah, Calvino, ah Gadda, ah Cassola, ah blablabla, ah non ci sono più quei tempi lì, adesso fa tutto schifo“, ecco, beh, NON è vero. I tempi sono quelli della nostra vita. E sono bellissimi, anche solo per questo. E c’è, davvero, chi ci sta mettendo le parole per raccontarceli bene. Emiliano Poddi è uno di questi.