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Libri sotto l’ombrellone? No, grazie!

Siate felici!
Fregatevene dei “consigli di lettura”.
Soprattutto dei consigli per i “libri sotto l’ombrellone”.
I “libri sotto l’ombrellone” sono il male. Sotto l’ombrellone ci devono stare la Gazzetta dello Sport, un certo grado di cazzeggio social, le chiacchiere con quelli che ci sono lì vicino, qualche bel pensiero in testa, i giochi dei bimbi, la meraviglia per quanto si è fortunati – nonostante tutto, NONOSTANTE TUTTO – a esserci, a essere lì.
Ma se proprio-proprio non ne potete fare a meno, se proprio-proprio non vi daranno poi fastidio le pagine piene di sabbia e le copertine scolorate e gli schermi dei device graffiati, allora io di consigli comunque non ne ho. Ma posso segnalare alcuni libri che ho letto e che mi sono piaciuti, ecco.

Fabio Geda, Marco MagnoneBerlin (Mondadori)
Questo, in effetti, non è un libro singolo, ma una saga. Quindi, se tra una paletta e un secchiello, tra la crema solare e la voglia di un mojito al bar, non avete timore nell’infilare nella borsa-mare sei-dico-sei libri, ecco che “Berlin” è ciò che fa per voi. “Berlin” racconta di un mondo dove gli adulti sono tutti morti per via di un misterioso virus che, di fatto, uccide al compimento più o meno della maggiore età e… Eh sì, lo so: non tirate subito fuori Ammanniti o “questo l’ho già sentito”, perché poi “Berlin” – che comunque è un progetto editoriale che si è snodato in tre anni – è qualcosa di estremamente raffinato. Certo, c’è del fantasy. Certo c’è – miodioooo! – del “young adults” (e certo, lo fa Mondadori in hard cover). Certo, ci sono tutte queste cose, compresi i brufoli e i “palpitamenti” di sentimenti adolsecenziali. Però avete presente quelle cose che fanno davvero battere il cuore? L’avventura! L’amore! Il rischio! La passione! Gira pagina, dai, gira, ancora una, una che voglio vedere come va a finire. Vi pare poco?

Nathan EnglanderUna cena al centro della terra (Einaudi)
Allora, qui dobbiamo parlare di quello che secondo me è tra i tre/quattro migliori scrittori viventi (la sparo un po’ grossa? Niente affatto). Il suo meglio Englander lo dà nella forma-racconto, ma già nel suo precedente “Il Ministero dei casi speciali” aveva dato prova di tenere benissimo la “lunghezza”. Questa è una spy story, mescolata a un sacco di altre cose (come sono poi tutte le spy story, no?). C’è un particolare di Englander che non vi ho ancora detto: quando leggete Englander capite che per scrivere – per scrivere bene intendo – non ci deve essere nemmeno una parola giù di posto. O inutile. E’ un po’ come riascoltare un vecchio album dei REM. Provare per credere.

Massimo MantelliniBassa risoluzione (Einaudi)
Qui, con questo libro, vi abbronzerete pochissimo. O forse moltissimo, dato che è breve. Ma ehi, volete sapere come ci stanno fregando? Anzi: come ci stiamo fregando da soli? Come e quando abbiamo accettato di declassare le nostre vite e accontentarci di sogni a bassa risoluzione, appunto? E di come l’abbiamo fatto proprio noi, che avevamo invece sogni di rock’n’roll? Un libro semplice, immediato, perfetto. E se queste frase vi suona un po’ come una fascetta, ok, che male c’è? Per una volta può anche starci.

Kent Haruf
TUTTO QUELLO CHE HA SCRITTO KENT HARUF (in Italia lo edita NN). Che sono poi quattro romanzi. Ma che ve lo dico affà?

Giobbe feat. DioIl Libro
Il male, il bene, il dolore e la ricompensa. Il senso delle cose, di tutte. Non abbiate timore di essere scambiati per Testimoni di Geova se vi portate in spiaggia il “Libro di Giobbe”. Non è che solo perché uno va in spiaggia deve per forza trasformarsi in un coglione laureato all’Università della Vita. Tra l’altro, dopo aver letto Giobbe provate a farvi un giro su Fb e vedrete sotto una luce nuova anche il post più odioso del personaggio che vi sta più antipatico, il vostro Scanzi personale. E sì – spoling – c’è un perché nel fatto che esistano queste persone, che scrivano certe cose, che voi vi arrabbiate e, insomma, nel succedersi dei fatti. Si chiama “vita”. Bisogna spiegarsela, in qualche modo.

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Gli “invisibili” di Vincenzo Soddu

img_0269Con “Invisibili” (Arkadia, 2018), Vincenzo Soddu scrive l’ennesimo libro sulla scuola. Ennesimo non suoni come un demerito perché lo dice lui stesso, nella nota al termine del romanzo, considerando l’universo-scuola appunto come un universo, sempre mutabile nei suoi apparentemente immutabili meccanismi. La scuola è talmente tanto un universo da essere, proprio come l’universo vero e proprio, in continua espansione (anche perché è soggetta a un ricambio costante di attori protagonisti). L’espansione, naturalmente, è il presupposto perché le storie non finiscano (potenzialmente) mai.
Dunque, in “Invisibili” non troverete un professor Keating. Non un Dewey Finn di “School of rock”. E nemmeno il professor Vivaldi, della scuola di Starnone (che pure è sicuramente uno degli autori presenti nell’immaginario e nella scrittura di Soddu). Troverete, invece, Alessandro, un insegnante cinquantenne, disilluso dalla professione e dalla vita, sull’orlo di un alcolismo conclamato. E, soprattutto, solo. Solo di una solitudine che si è sostanzialmente autoimposto, una condizione capace di ferire mortalmente. Ecco, Alessandro lo incontriamo in questo frangente: dopo tanti anni è stato trasferito dalla sua storica classe serale, dove ormai aveva consolidato una rassicurante per quanto inappagate routine, ad una di quindicenni. E quindi? Quindi cosa succede? Succede che in questo suo nuovo ruolo, Alessandro si trova improvvisamente di fronte i classici casi critici, quelli che ci sono in ogni classe di scuola superiore che si rispetti. Ma è a questo punto che il racconto di Vincenzo Soddu raccoglie a piene mani la tradizione di tutte le narrazioni sull’universo-scuola, per reinterpretarle in modo proprio e originale. Perché, in questo romanzo non è tanto Alessandro a “salvare” i casi critici, ma il contrario. Anzi, ancora meglio: sia Alessandro che i casi critici si salvano a vicenda, insieme, come marinai in una stessa nave, senza condottieri autoritari, ma semmai autorevoli.

I ragazzi erano e sono così, mi dissi, e si deve pensare con la loro testa, altrimenti si può anche rinunciare a capirli. Ci si deve guardare dentro e chiedersi ogni volta se si vuole conquistarli o accontentarsi di tenerli a distanza, se si vogliono demonizzare i loro feticci, o magari usarli per farli crescere. Così, per conquistarli, bisogna abbracciarli metaforicamente, avvicinarsi, anche fisicamente, respirare la stessa aria, non stare seduto in cattedra, ma passeggiare tra di loro, donargli il cuore, perché poi tornerà sempre indietro.

Con una narrazione che alterna riflessioni personali a una sorta di “diario di classe”, Alessandro/Vincenzo ci conducono dunque all’interno di un meccanismo di rinascita che coinvolge tanto i ragazzi quanto il protagonista, in una sorta di scrittura collettiva (anche se “fittizia”, trattandosi di un romanzo). La destinazione finale, per tutti, sono gli scrutini di luglio. Quell’altra destinazione finale, quella metanarrativa, sta invece dalle parti di Barbiana.

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Altre due cose (+1) che devo aggiungere sui “libri per il 2017”

Il fatto è che non avevo finito. Cioè, quando avevo scritto quell’altro post, l’anno non era finito e io non avevo ancora terminato alcune cose. E quelle alcune cose ora le vorrei proprio far entrare tra ciò che mi porterò sicuramente dietro, nel nuovo anno, tra quelle che quando le riprenderò in mano, e beh, dirò “ah, il 2017, che ottima annata”.
Ci sono due libri e un podcast.
71nnuoja7lIl primo libro è “Nudi come siamo stati” e l’ha scritto Ivano Porpora. Allora, da quanto so (e leggo sui social, dov’è piuttosto attivo) Ivano Porpora abita a Viadana (Mantova) e tifa Milan e Parma, il che rappresenta una combo per me potenzialmente letale. Però, avete presente quando vien fuori qualcuno a dire “eh, ma la narrativa italiana è scialba, priva di nerbo, ombelicale, pensierodebolosa, blablabla…”? Avete presente? Bene. “Nudi come siamo stati” è l’esatto contrario. “Nudi come siamo stati” è una narrativa potente, profonda, densa, impegnativa e mai banale. Al che uno potrebbe pensare “vabbè, è un libro palloso”. E invece no, niente affatto. “Nudi come siamo stati” ha un plot vivo, che ti si pianta lì in mezzo, in testa, e magari mica subito, ma ti ci ritrovi a pensarci su anche dopo qualche settimana. Che è una delle caratteristiche principali dei libri davvero-davvero importanti.

nzoPaciv Tuke” è stata invece qualcosa di inaspettato e bellissimo. Per me è andata così. Poco prima di Natale sono tornato in libreria perché avevo dimenticato un paio di cose. Lì, il libraio si era a sua volta dimenticato di dirmi che la mia amica e scrittrice Fabrizia Amaini – “Sopravvissi non so come alla notte“, fra gli altri – aveva lasciato per me un classico “libro sospeso”. Il libro era poi questo magnifico romanzo di Simona Fiori, che racconta le vicende del nano Ferdinand, della donna barbuta Gwenna, della ragazza Tania e dell’orsa Pia, zingari ad Auschwitz. “Paciv Tuke” è un romanzo durissimo e intenso. Che improvvisamente – e spesso in modo del tutto inaspettato – si squarcia di poesia. Luminosa. Per me è stata una straordinaria sorpresa. Non è vero che il tema del porrajmos – lo sterminio degli zingari nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale – non è mai stato trattato da nessuno, come si sente dire a volte. Lo hanno trattato in diversi autori. Simona Fiori però lo fa in modo magistrale.

Veleno“, infine, è un podcast, prodotto per Repubblica.it e realizzato da Pablo Trincia e Valeria Teodonio. Racconta una storia sconvolgente – nel vero e più proprio senso del termine – di cui è difficile anticipare qualcosa senza fare spoiling. Le vicende sono reali e sono in gran parte ambientate tra Massa Finalese e Finale Emilia. “Veleno” è un’inchiesta in sette puntate, ma è anche una narrazione pazzesca, dove non manca un aspetto assente invece in gran parte della produzione entertainment e mainstream attuale: la pietà. E dove risuona potente la voce di Guglielmo da Baskerville ne “Il nome della rosa“: “La sola prova dell’esistenza del diavolo è il nostro desiderio di vederlo all’opera”.

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Un’ottima annata

img_0129Per una serie di fortunate coincidenze – treni presi, aerei in volo, viaggi, destinazioni, hotel, ostelli – quest’anno sono riuscito a leggere molto. Che meraviglia. E anzi, potrei dire tranquillamente “mammamia quanti libri belli ho avuto la fortuna di leggere”! Già, “mammamia”. Son tre mesi che mi dico che questa volta mi sarà impossibile fare il classico “podio” o “cinquina” di consigli, perché è stata davvero un’ottima annata e, come nelle migliori vendemmie, le “ottime annate” non si classificano. Si gustano. Quindi sì, certo, ho letto “Eccomi” di Jonathan Safran Foer, ho (già) letto il nuovo Zerocalcare (“Macerie prime“), ho letto alcuni classici e ho tappato dei buchi che avevo (tipo con “La famiglia Karnowski“), ho letto “Le otto montagne” – che manco vi devo linkare – e anche “Il giro del miele“. Ho letto ancora Jon Kallman Stefansson (“qualsiasi cosa”, ma che ve lo dico a fare, lui ormai è un “dovere”). Sono anche in pari con la saga di “Berlin“, di Fabio Geda e Marco Magnone.
Ma non sono questi libri che metterò qui di seguito.
E non metterò nemmeno il nuovo di Paul Auster – che pure devo ancora comprare.
Qui provo a segnalare alcuni libri che io, in persona, regalerei anche se uno li ha già, proprio per dire “guarda, ti voglio bene, ti regalo comunque qualcosa che te lo dimostra”. Sono frammenti di consigli sentimentali, se così si può dire.

Dunque, il primo è “Il caso Malaussène – Mi hanno mentito“. Perché? Perché fin dalle prime anticipazioni sull’uscita del libro, avevo scorto un certo pessimismo sulla “minestra riscaldata” di Daniel Pennac e invece no, invece no: ritrovare Belleville e la famiglia Malaussène ha avuto il sapore, come dire?, di “tornare a casa”, ecco. E pazienza per quel “continua” finale: io credo fermamente in Malaussène e non me la sono presa, tutt’altro. Quel “continua” è un augurio.

Con “Il Nix“, di Nathan Hill – accidenti a lui – mi è capitata una cosa che nella mia vita di lettore mi era successa solo in un’altra occasione. E quell’altra occasione era per “Le fantastiche avventure di Kavalier&Clay” – e ho detto tutto. E quella cosa, invece, è arrivare all’ultima pagina, chiudere il libro e dire “oh, ma quanto piacerebbe A ME saper scrivere una storia del genere, in questo modo!”. Tipo come quando da bambino vedevo Nicola Berti e provavo a fare uguale, ma riuscivo al massimo a somigliare ad Angelo Orlando. “Il Nix” è un libro super, che tiene le fila della storia, tra vari salti temporali e narrativi, sempre con grande maestria (e ottimamente tradotto da Alberto Cristofori, che dirlo non fa male).

Neve cane piede“, di Claudio Morandini, è un breve, bellissimo romanzo che:
punto numero uno si svolge in montagna;
punto numero due ha per protagonista un personaggio che non dimenticherete tanto facilmente;
punto numero tre sembra che parli di vita e invece parla di morte, ma invece parla di vita.

Il Regno” è stato uno dei tre libri di Emmanuel Carrère che ho letto quest’anno. Ora, facile dire “beh, ma bella scoperta…” perché, cacchio, me lo dico anche da solo, non infierite. Ora, “Il Regno” racconta, al modo di Carrère, la storia di una conversione. E poi di una controconversione. E poi racconta di San Paolo e di quel libro incredibile e misconosciuto che passa con il titolo “Atti degli Apostoli”. Esattamente a pagina 101 c’è la frase più bella che abbia letto quest’anno, in assoluto: “Ti abbandono, Signore. Tu non abbandonarmi”.

E poi… Beh, e poi, ovviamente: MICHAEL CHABON, “Sognando la luna“. Scrivo il nome in maiuscolo, apposta. Il “mio” Autore. Chabon per me è come il no look con cui Pirlo smarca Fabio Grosso, è come un film di Steven Spielberg, è come un album degli U2. Non mi interessa la qualità, non sono obiettivo, MAI, con Chabon. Per me è e resta in assoluto il migliore. Ma “Sognando la luna” è davvero un piccolo capolavoro (il  “grande capolavoro” rimane Kavalier eccetera eccetera). Davvero il miglior Chabon, in grande forma.

A questo punto, dunque, potrei/dovrei aver finito.
Invece no.
Perché vorrei spendere qualche ulteriore consiglio per una serie di libri di amici. Ho alcuni amici che scrivono cose incredibili e per me sono “incredibili” non perché sono amici, ma proprio a livello oggettivo.
Di “Queste stanze vuote“, di Massimiliano Maestrello, avevo già parlato qui (dio salvi la Regina, sì, ma anche chi ha inventato i link).
Massimo Canuti se ne è uscito quest’anno con “Le coincidenze dell’estate“, che ha una copertina che mi convince poco – e lui lo sa – ma che è una piccola e deliziosa storia, dove alcuni macrotemi – la solitudine, la diversità, l’amicizia, la vecchiaia – vengono svolti in modo delicato e leggero e ironico, così tanto che alla fine ti lasciano felice di aver letto quella storia lì. Che non è poco. Comunque ne avevamo parlato qui.
Matteo De Benedittis quest’anno ha voluto esagerare e ha pubblicato due libri. In uno “Dinotrappole” ok, ci mette di mezzo i dinosauri e quindi vuole vincere facile. Ma nell’altro, “S.M.A.R.F.O.“, riesce a condensare alcuni temi di attualità, di pseudogiovinanza e di celato harrypotterismo (anche senza magia) che, insomma, a me in alcune parti ha persino commosso anche se lui voleva far sorridere.

P.S.
Ovviamente, non ve la sto qui a menare con “Sui confini“. Ehi, a proposito: apparte le belle parole e le pacche sulle spalle e i complimenti, ma poi “Sui confini” l’avete comprato/letto?

P.P.S.
Non vi ho ancora convinto? Bene, allora ecco la cartuccia finale. Un libro pazzesco, bellissimo: “Io non mi chiamo Miriam“, di Majgull Axelsson.

Libreria

Tre libri per l’estate (+1)

Piccola puntata estiva per alcuni “consigli” – che poi, “consigli” è una parola fin troppo importante: diciamo, allora, suggerimenti nel caso vi trovaste in una libreria, in procinto di partire, cercando qualcosa da portare con voi (o semplicemente da sfogliare mentre siete lì e fuori picchiano 41 gradi e la libreria ha l’aria condizionata e la libraia è carina e sperate di fare colpo su di lei e, insomma, niente, “suggerimenti”, allora, tanto per scrivere qualcosa).

P.S.
Non sono libri che troverete in autogrill, quindi, se siete interessati, muovetevi per tempo.

Gianluca Serra, “Salam è tornata” (Exòrma)
salamProvate a immaginare di trovarvi in un posto dove sembra non succeda nulla, poco prima però che in quel posto accada “tutto”. Provate a immaginarvi se quel posto fosse per esempio la Siria – quando ancora la Siria era “quel luogo, ma sì dai, quello Stato dove c’è quella regina, tanto caruccia…”. Provate a immaginarvi, dunque, di essere in Siria, sulle tracce – e poi in difesa – di un uccello, un uccello sacro agli egiziani, un uccello che si riteneva estinto da almeno settant’anni. Provate così a raccontare la catastrofe prima della catastrofe, un attimo prima, che è poi quello in cui tutto diventa chiaro, l’attimo perfetto in cui è possibile ancora raccontare ciò che subito dopo non lo sarà più, la Siria, appena prima dello scoppio della guerra civile, con i beduini, i servizi segreti, la corruzione, il potere sfarzoso, i deserti, la cooperazione internazionale. Provate a immaginare di scattare questa fotografia, fare click, salvarla sulla memory card e poi riguardarla, dopo, dopo che tutto è successo e che tutti hanno parlato, e capire che il “tutto” era già lì. Un istante prima della catastrofe.
Ecco, questo è “Salam è tornata”.
Un libro dove – e so che sembra impossibile, ma è così – si ride anche molto.

Massimo Canuti, “Le coincidenze dell’estate” (e/o)
cover_9788866328377_1930_600C’è Milano e c’è l’estate (binomio raramente “vincente”). Poi ci sono un adolescente, Vincenzo, un tizio che recentemente è diventato un barbone, Italo, e una serie di altri personaggi, soprattutto anziani, tra cui spicca Evelina, ex parrucchiera dei divi di Cinecittà.
“Le coincidenze dell’estate” è un romanza che parla di un sacco di cose che, secondo me, si possono tutte riassumere nella voglia di “reset”: non importa che tu abbia 15 o 90 anni, esiste sempre un momento in cui la necessità è quella di resettare tutto, fare silenzio e ricominciare qualcosa di nuovo e magico e avventuroso. E la tua “isola del tesoro” potrà anche essere la scoperta dell’identità sessuale, il ritrovare una famiglia che pareva irrimediabilmente perduta o, più semplicemente, recuperare il senso di umanità che conduce a quel gesto, così semplice e così difficile, che è il “fare compagnia”.
Massimo Canuti ha scritto un romanzo “pulito” senza cadere nella smanceria, in una narrazione estremamente cinematografica, come ritmi e cadenze. Inoltre si dimostra uno scrittore coraggioso, perché porta felicemente in scena personaggi con età drammaticamente difficili da rappresentare: adolescenti e anziani, categorie cui molti autori opporrebbero facilmente un salvifico “vade retro”.

Jonas Hassen Khemiri, “Tutto quello che non ricordo” (Iperborea)
20161118150714_tutto_quello_che_non_ricordoSamuel, il protagonista di questo stupendo romanzo, è morto. Questo non è spoling di bassa categoria. È proprio così. Com’è morto Samuel? Un incidente, parrebbe. Ma forse qualcos’altro, un incidente in qualche modo voluto. Come sono andate le cose? Prova dunque a ricostruire la vita di Samuel uno scrittore, che va a raccogliere le testimonianze di amici, fidanzate, compagni, coinquilini, componendo una narrazione che parte dal gioco del “what if” – che cosa sarebbe successo se quello che è successo non fosse successo – ma arriva alla conclusione che ciò che resta di noi, resta nelle parole di chi ci racconta e che raccontare una persona significa raccontare un tempo e che tutto, nel racconto, è comunque e sempre vivo. E che questo, però, potrebbe essere solo un’illusione. Potrebbe.

Il +1
In precedenza, mi era accaduto una volta sola di pensare “accidenti, questo romanzo mi sarebbe piaciuto scriverlo io, se solo ne avessi le capacità…”. Era stato per “Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay”, di Michael Chabon (no, non è vero, era successo anche per “Ogni cose è illuminata”).
Beh, comunque sia, è successo di nuovo per “Il Nix” di Nathan Hill (Rizzoli).

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I racconti di “Queste stanze vuote”

Premessa 1 – Il tempo
Se posso, cerco di non leggere racconti.
Sì, lo so che questa è una banalità, che da noi, in Italia, i racconti non si vendono solo perché “qualcuno” ha deciso così, che invece “la grande tradizione dei racconti della narrativa americana…”.
Nel mio caso credo sia più che altro una questione di ottimizzazione delle risorse: strappare il tempo per leggere alle altre mille cose che affollano la testa è sempre difficile (subito avrei voluto aggiungere a questa frase un “più” – è “sempre più difficile” – ma non voglio essere assolutista anche perché, al contrario, conosco un sacco di persone che ci riescono molto bene e quindi, probabilmente, il problema è solo mio). Comunque è “difficile” e utilizzare questa conquista per i racconti – invece che per il “Grande Romanzo Americano” – pare di buttarla anche un po’ via.
Queste stanze vuote”, di Massimiliano Maestrello, è un libro di racconti.

queste-stanze-vuotePremessa 2 – Il packaging
Quelli che sono informati, dicono che nelle case editrici si fanno studi precisi sul confezionamento dei libri. Una certa “dittatura del marketing” impone che il lettore sia acchiappato più che altro dalla copertina e non dalle famose prime quindici righe del contenuto.
Ecco, alle Edizioni Le Gru, l’editore di “Queste stanze vuote” non devono aver fatto questo ragionamento. Non perché la copertina del libro sia brutta. Anzi, trovo che rifulga di bellezza minimalista. Tuttavia, non “seduce” – in senso amazonian-commerciale – a prendere immediatamente in mano il libro (ma c’è un perché e lo vedremo dopo).

Solo che…
Solo che io so come scrive Massimiliano Maestrello. Lo so fin dai tempi di “Cronache degli anni Zero”. E poi lo so per le cose che ha fatto per Zandegù – “Spaghetti wrestler“, “Al di là del tendone” e “Morirò, me l’ha detto internet” – che sono bellissime. E lo so anche perché – giuro – leggo tutti i suoi post su Fb e se non sempre metto il like e solo per non sembrargli una specie di stalker.
Di conseguenza, non potevo continuare a ignorare la sua raccolta di racconti (uscita nel 2014).

Queste stanze vuote” si apre con una citazione di Jean Rostand – “Essere adulti vuol dire essere soli” – caricata poi ulteriormente da un pezzo da novanta, “we live, as we dream – alone”, di Joseph Conrad.
Ora, non è che questo non sia vero. Sono cose che abbiamo pensato tutti (ecco, magari non proprio-proprio con queste esatte parole), soprattutto quando non eravamo ancora adulti e ci immaginavamo come sarebbe stato quando… (da adulti, invece, si tende invariabilmente a spostare queste affermazioni al tempo della vecchiaia, sempre più avanti).
I racconti di “Queste stanze vuote” sono sette, suddivisi appunto per “stanze”, e sì, hanno a che fare con le citazioni che l’autore propone in apertura (lo sottolineo perché non è mica sempre così e spesso gli autori mettono citazioni che non c’entrano nulla con il libro che hanno scritto, solo per tirarsela un po’). I sette racconti del libro, infatti, colgono i giovani protagonisti nel momento decisivo della loro storia, nell’attimo in cui scoprono che essere adulti vuol dire essere soli (questo c’è scritto in quarta di copertina, che è una quarta di copertina perfetta).
Prima dei sette racconti c’è un “ingresso” – come in tutte le case – dove si specifica meglio: “A volte penso che anche le persone siano così, vicine una all’altra, ma separate da mura invisibili”.
Dopo ci sono i sette racconti veri e propri. Che, diciamolo subito, sono sette piccoli gioielli, di scrittura limpidissima, debitori di una tradizione narrativa italiana che affonda le radici nell’humus tondelliano e che si è poi sviluppata, con alterne fortune, nei decenni successivi.
I racconti della raccolta non sono “racconti felici” (chi l’avrebbe detto? Ma questo punto ricordate quanto si diceva prima sulla copertina?), cioè non portano a quel sano ottimismo che dovrebbe essere consono alle nuove generazioni. Sono racconti dove spesso sono le delusioni ad accompagnare la scoperta del crescere da parte dei personaggi, delusioni che agli occhi dei protagonisti arrivano spesso e volentieri dai comportamenti degli adulti. Quasi che “diventare grandi” sia essenzialmente saper finalmente vedere le cose così come stanno realmente e non per come te l’hanno raccontata fin lì. Sono storie di amicizie “al limite” – così come spesso è sostanzialmente “al limite” l’adolescenza stessa – e di famiglie corrotte dal silenzio o dall’incomunicabilità della routine. Sono anche storie dove, in ognuna di loro, c’è un punto preciso in cui si capisce che le vite dei protagonisti potrebbero essere diverse – una mano tesa, uno spazio in cui “adesso ci diciamo tutto”, un particolare in cui giocarsi tutta a felicità, possibile e futura – ma queste possibilità, tuttavia, non vengono colte, per una serie di circostanze che poi, a ragionarci su, appaiono ineluttabili.
C’è anche molta provincia dentro “Queste stanze vuote”. Una “provincia” – ecco un altro senso tondelliano – che chi abita nelle grandi città fatica a comprendere, una provincia che imprigiona i personaggi in un destino che per loro sembrerebbe già segnato e dalla quale però a un certo punto è necessario allontanarsi per vedere le cose più distintamente e provare a ribellarsi per un’ultima volta (o forse la prima) alla solitudine, alla “vuotezza” (che non è un bel termine, ma rende il concetto).
Perché le stanze sono vuote, sì, ma i sogni, ecco, i sogni di tutti, invece, sono pieni – siano essi il rincorrere un pallone in cortile senza poterlo fare o il farsi accettare dai propri genitori o il provare a sfangare un’altra inutile serata chiusi in una macchina a bere. O l’idea che quest’anno potremmo vincere i Mondiali.
E se nel diventare adulti ci fosse la possibilità di portarseli dietro, almeno un po’ di quei sogni, ecco, forse questo sarebbe anche il modo per sentirsi poi meno soli.

Queste stanze vuote”, di Massimiliano Maestrello, è un magnifico libro di racconti.
Uno dei più belli che mi sia capitato di leggere ultimamente.

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Cinque libri per il 2016 (+ un’altra cosa) (+ un’altra cosa ancora)

FullSizeRender“Cinque libri per il 2016” è un titolo ambizioso. Dovrei aggiungere la solita precisazione “che ho letto io”, per onestà (che poi sono state letture tutto sommato limitate perché è stato un anno lungo e complicato da varie cose). Ma se ne scrivo qui è più che altro per evitare di dimenticarmi di questo anno bisesto, che in molti auspicano termini presto, ma che, invece, dovremmo tener caro, come si tiene in conto di tutto ciò che passa e che, comunque vada, non ritornerà (o non ritornerà più allo stesso modo). Letture comprese.

Jon Kallman Stefansson, Paradiso e Inferno (Iperborea)
Ho deciso di leggere un solo libro di Stefansson all’anno, anche se avrei voglia di accelerare (e a occhio e croce, ogni anno l’ex bibliotecario islandese sarà in cima a post simili a questo). Quest’anno è la volta di “Paradiso e inferno”, che è un racconto che inizia con due amici pronti per una battuta di pesca. Uno muore quasi subito, in modo anche abbastanza stupido. Ma dove uno muore per aver dato troppa importanza alle parole, l’altro sopravvive proprio per l’importanza delle parole stesse. Sembra una cosa da poco, solo che Stefansson è un autore talmente straordinario che credo che anche una sua lista della spesa acquisirebbe immediatamente indiscutibile spessore poetico.

Emmanuel Carrère, A Calais (Adelphi)
Sono 50 pagine. Magistrali. Dove Carrère parla di Calais – anzi della “jungle” di Calais, ad un certo punto dell’anno il più grande ed esteso e pericoloso campo profughi in terra europea – senza però nemmeno entrare nella “jungle” di Calais. Ma siccome Carrère è un grande scrittore, parlando/non parlando di Calais e della sua jungle in realtà parla di noi stessi alle prese con la paura di essere noi stessi allo specchio. Cinquanta pagine sono più o meno un romanzo di Erri De Luca. Ma questa non è una “furbata” di Adelphi per sfruttare un nome di punta: è una piccola opera, a suo modo, definitiva.

Zerocalcare, Kobane Calling (Bao)
Non è perché è Zerocalcare e allora fa ridere. Non è perché è Zerocalcare e fa ridere, sì, però questa volta no. E non è nemmeno perché l’argomento trattato ti prende come una stretta allo stomaco e non ti abbandona più, fino alla fine del libro. Non è per nessuna di queste ragioni, pur essendolo un po’ per tutte. Ma è soprattutto perché Zerocalcare ha scritto una grande storia. E poi l’ha anche disegnata. Ma prima di tutto l’ha scritta. “Che ne sappiamo noi dei curdi?” è una domanda che dopo “Kobane Calling” ha meno senso farsi. Parlano tutti bene di Zerocalcare (ma proprio “tutti” compresi quelli che non parlano mai bene di nessuno, tipo anche il Fatto Quotidiano): nasce del sospetto verso quelli di cui tutti parlano bene, ma questa volta gli elogi sono davvero meritati.

Fergus Fleming, A caccia di draghi (Castelvecchi)
Io per esempio non lo sapevo che sulle Alpi esistessero i draghi. Sono scomparsi quando l’uomo ha cominciato a conquistare le alte vette, in modi a volte buffi, altre ingegnosi, altri ancora temerari, ma sempre avventurosi. L’epica narrazione di questa scacciata dei draghi è appunto al centro del libro di Fleming (che è stato ripubblicato ora da Elliot, solo che io l’ho letto nell’edizione Castelvecchi e quindi mi attengo a quella). Unico neo: il libro parla, con umorismo e arguzia, della corsa alle vette delle Alpi occidentali (quelle francesi, savoiarde e svizzere) e per chi, come me, abita a cavallo dell’A22, le Alpi sono più quelle “altre”.

Roald Dahl, Il GGG (Salani)
Tra un po’ esce il film (l’ha fatto Spielberg). Quale migliore occasione, dunque, per prepararsi all’evento che leggere il GGG a Lorenzo, alla sera? Ma quanto ti accorgi che sei tu, adulto, ad attendere con ansia il momento di andare a letto, per andare avanti con la storia, per capire che fine faranno San Guinario e gli altri maledetti ciucciabudella, allora cogli una volta in più la grandezza e il potere di una storia e della capacità di saperla raccontare bene. Dahl era un maestro.

P.S.
Sì, lo so che quest’anno è uscito “Eccomi“, il romanzo nuovo di Jonathan Safran Foer. Sono a metà lettura. Si tratta di un libro tecnicamente perfetto. Però, JSF, però: la magia di “Ogni cosa è illuminata” non c’è. La perfezione non significa empatia, così come Jonathan Franzen non sarà mai Foster Wallace. “Ogni cosa è illuminata” era un libro necessario. “Eccomi” è perfetto. Ma, tutto sommato, potevamo farne a meno? La domanda vale il prezzo del dubbio ed è già una mezza sconfitta per chi ha amato Safran Foer sopra ogni altro autore.

P.S. 2
Anche quest’anno, naturalmente, sono state pubblicate tonnellate e tonnellate di carta straccia. Cioè, l’editoria italiana ha persino trovato le risorse per pubblicare un troglo come Matteo Salvini con il suo offensivo “Secondo Matteo“. Eppure, eppure che ne dite di “Cazzi miei“, imperdibile opera di Gianna Nannini edita da Mondadori? C’è ancora spazio e fondo per raschiare il barile prima della fine?

Letti di notte: 21 giugno, l’estate comincia da qui!

E’ un po’ che ci stiamo girando intorno, sui vari social sui quali siamo presenti, e quindi ok, affrontiamo il tema anche qui.

La Libreria Piazza Repubblica di Cagliari (in collaborazione con marcosymarcos) si è inventata questa iniziativa: una notte dedicata alle librerie (indipendenti, of course), ai lettori, alle case editrici e agli autori, il 21 giugno, solstizio d’estate e “notte più breve dell’anno”. Poi è partito il tam-tam della rete, la cosa ha preso immediatamente piede e così sono diventate davvero numerose le librerie sparse per la penisola che hanno aderito, ognuna con una proposta e un programma personalizzato. Trovate tutto quanto qui.

Bene.

Al di là di questo, a noi però hanno fatto un gran regalo: ogni casa editrice partecipante all’iniziativa è stata chiamata a indicare un paio di propri titoli per contribuire alla promozione di una vetrina di libri ad hoc per l’iniziativa. Ora, Instar ha in catalogo premi Nobel e numerosi altri “autori-proprio-autori-importanti” (davvero) e quindi, wow!, è stata una bellissima sorpresa (evviva-evviva) trovare i Pesci Rossi segnalati per questa cosa, insieme a “Tre volte invano“, un romanzo meraviglioso (consiglio: va letto!) di Emiliano Poddi. E adesso quindi siamo finiti in un mini catalogo che comprende gente come Flannery O’Connor (per dire!), una cosa per la quale il senso di gratificazione va di pari passo con quello dell’inadeguatezza.

Damian e soci, infine, quella notte lì avrebbero dovuto essere in scena alla Libreria La Fenice di Carpi (che sarebbe stato un luogo “simbolico” per mille motivi). Purtroppo le difficoltà legate alla gestione di un evento notturno in un’area appena riaperta dalla condizione di “zona rossa” da terremoto (maledetto!), hanno fatto sì che l’appuntamento, ahinoi, saltasse.

Pazienza.

Siamo sicuri che ci sarà un’altra occasione.

Tutto questo, però, non toglie alcun valore alla raccomandazione finale: giovedì notte quindi scegliete libri e libreria, andate, divertitevi alla grande, “stay hungry!”

🙂

E’ andata così…

Dunque, alla fine i Pesci Rossi hanno fatto la loro prima uscita (cioè, sarebbe la seconda, ma alla Rosta non eravamo ancora in libreria… per questo si parlava di “prequel”).

A Carpi, alla Libreria La Fenice è andata così: Marco ha letto, Enrico&Marco hanno suonato, Giuliano ha offerto l’aperitivo e la Panna ha fatto qualche fotografia.

Ma soprattutto c’erano delle persone che hanno ascoltato! E alla fine ci sono state firme e autografi e dediche… E tutto questo a me sembra davvero sorprendente (ma bello, molto bello). Perché poi ci sono state delle domande e nelle domande ci siamo detti tante cose, anche in merito alla scrittura dei Pesci Rossi.

Insomma, alla vigilia della partenza per il mini-tour torinese, le cose hanno funzionato e hanno funzionato nel modo che poi quando siamo tornati a casa eravamo “felici” (sì, mica c’è da vergognarsi a dirlo!) e ora non resta che sperare bene.

(intanto facciamo un po’ di rassegna stampa – io sono quello in basso!… Resto del Carlino giovedì 31 marzo)

(e si aggiungono nuove date: presto gli aggiornamenti su www.marcotruzzi.it)

(e poi dovreste veder anche qualche foto della serata: siamo timidi e non abbiamo fatto foto al pubblico, ma vi garantisco che c’era!) 

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