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I racconti di “Queste stanze vuote”

Premessa 1 – Il tempo
Se posso, cerco di non leggere racconti.
Sì, lo so che questa è una banalità, che da noi, in Italia, i racconti non si vendono solo perché “qualcuno” ha deciso così, che invece “la grande tradizione dei racconti della narrativa americana…”.
Nel mio caso credo sia più che altro una questione di ottimizzazione delle risorse: strappare il tempo per leggere alle altre mille cose che affollano la testa è sempre difficile (subito avrei voluto aggiungere a questa frase un “più” – è “sempre più difficile” – ma non voglio essere assolutista anche perché, al contrario, conosco un sacco di persone che ci riescono molto bene e quindi, probabilmente, il problema è solo mio). Comunque è “difficile” e utilizzare questa conquista per i racconti – invece che per il “Grande Romanzo Americano” – pare di buttarla anche un po’ via.
Queste stanze vuote”, di Massimiliano Maestrello, è un libro di racconti.

queste-stanze-vuotePremessa 2 – Il packaging
Quelli che sono informati, dicono che nelle case editrici si fanno studi precisi sul confezionamento dei libri. Una certa “dittatura del marketing” impone che il lettore sia acchiappato più che altro dalla copertina e non dalle famose prime quindici righe del contenuto.
Ecco, alle Edizioni Le Gru, l’editore di “Queste stanze vuote” non devono aver fatto questo ragionamento. Non perché la copertina del libro sia brutta. Anzi, trovo che rifulga di bellezza minimalista. Tuttavia, non “seduce” – in senso amazonian-commerciale – a prendere immediatamente in mano il libro (ma c’è un perché e lo vedremo dopo).

Solo che…
Solo che io so come scrive Massimiliano Maestrello. Lo so fin dai tempi di “Cronache degli anni Zero”. E poi lo so per le cose che ha fatto per Zandegù – “Spaghetti wrestler“, “Al di là del tendone” e “Morirò, me l’ha detto internet” – che sono bellissime. E lo so anche perché – giuro – leggo tutti i suoi post su Fb e se non sempre metto il like e solo per non sembrargli una specie di stalker.
Di conseguenza, non potevo continuare a ignorare la sua raccolta di racconti (uscita nel 2014).

Queste stanze vuote” si apre con una citazione di Jean Rostand – “Essere adulti vuol dire essere soli” – caricata poi ulteriormente da un pezzo da novanta, “we live, as we dream – alone”, di Joseph Conrad.
Ora, non è che questo non sia vero. Sono cose che abbiamo pensato tutti (ecco, magari non proprio-proprio con queste esatte parole), soprattutto quando non eravamo ancora adulti e ci immaginavamo come sarebbe stato quando… (da adulti, invece, si tende invariabilmente a spostare queste affermazioni al tempo della vecchiaia, sempre più avanti).
I racconti di “Queste stanze vuote” sono sette, suddivisi appunto per “stanze”, e sì, hanno a che fare con le citazioni che l’autore propone in apertura (lo sottolineo perché non è mica sempre così e spesso gli autori mettono citazioni che non c’entrano nulla con il libro che hanno scritto, solo per tirarsela un po’). I sette racconti del libro, infatti, colgono i giovani protagonisti nel momento decisivo della loro storia, nell’attimo in cui scoprono che essere adulti vuol dire essere soli (questo c’è scritto in quarta di copertina, che è una quarta di copertina perfetta).
Prima dei sette racconti c’è un “ingresso” – come in tutte le case – dove si specifica meglio: “A volte penso che anche le persone siano così, vicine una all’altra, ma separate da mura invisibili”.
Dopo ci sono i sette racconti veri e propri. Che, diciamolo subito, sono sette piccoli gioielli, di scrittura limpidissima, debitori di una tradizione narrativa italiana che affonda le radici nell’humus tondelliano e che si è poi sviluppata, con alterne fortune, nei decenni successivi.
I racconti della raccolta non sono “racconti felici” (chi l’avrebbe detto? Ma questo punto ricordate quanto si diceva prima sulla copertina?), cioè non portano a quel sano ottimismo che dovrebbe essere consono alle nuove generazioni. Sono racconti dove spesso sono le delusioni ad accompagnare la scoperta del crescere da parte dei personaggi, delusioni che agli occhi dei protagonisti arrivano spesso e volentieri dai comportamenti degli adulti. Quasi che “diventare grandi” sia essenzialmente saper finalmente vedere le cose così come stanno realmente e non per come te l’hanno raccontata fin lì. Sono storie di amicizie “al limite” – così come spesso è sostanzialmente “al limite” l’adolescenza stessa – e di famiglie corrotte dal silenzio o dall’incomunicabilità della routine. Sono anche storie dove, in ognuna di loro, c’è un punto preciso in cui si capisce che le vite dei protagonisti potrebbero essere diverse – una mano tesa, uno spazio in cui “adesso ci diciamo tutto”, un particolare in cui giocarsi tutta a felicità, possibile e futura – ma queste possibilità, tuttavia, non vengono colte, per una serie di circostanze che poi, a ragionarci su, appaiono ineluttabili.
C’è anche molta provincia dentro “Queste stanze vuote”. Una “provincia” – ecco un altro senso tondelliano – che chi abita nelle grandi città fatica a comprendere, una provincia che imprigiona i personaggi in un destino che per loro sembrerebbe già segnato e dalla quale però a un certo punto è necessario allontanarsi per vedere le cose più distintamente e provare a ribellarsi per un’ultima volta (o forse la prima) alla solitudine, alla “vuotezza” (che non è un bel termine, ma rende il concetto).
Perché le stanze sono vuote, sì, ma i sogni, ecco, i sogni di tutti, invece, sono pieni – siano essi il rincorrere un pallone in cortile senza poterlo fare o il farsi accettare dai propri genitori o il provare a sfangare un’altra inutile serata chiusi in una macchina a bere. O l’idea che quest’anno potremmo vincere i Mondiali.
E se nel diventare adulti ci fosse la possibilità di portarseli dietro, almeno un po’ di quei sogni, ecco, forse questo sarebbe anche il modo per sentirsi poi meno soli.

Queste stanze vuote”, di Massimiliano Maestrello, è un magnifico libro di racconti.
Uno dei più belli che mi sia capitato di leggere ultimamente.

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Quella notte a Roma che a Zavattini venne in mente che qualcuno potesse fare un film sui “Violini di Santa Vittoria”

A proposito di “Denominazione d’origine popolare. La vera o presunta storia dei Violini di Santa Vittoria”. Un film di Nico Guidetti.

Ci sono certe notti di ottobre, a Roma, che sembra primavera. E a volte persino estate. La chiamano “ottobrata”. In quelle notti lì, se non si riesce a prendere sonno, vale la pena mollare il letto scomodo e farsi un giro a Trastevere, che è un posto dove ci sono ancora i romani, quelli che di notte non vanno a dormire anche se il giorno dopo devono tirar su la serranda. Perché una notte, pure una notte qualunque, non merita di essere sprecata dormendo. E poi ci sono i romani che rimangono a strimpellare qualcosa all’amor perduto, all’amore atteso, a quella libertà che solo la notte sa regalare. Fanno gli stornelli. E però adesso ne fanno sempre meno, che gli stornelli vanno ad esaurirsi, così come le osterie, che chiudono e non riapriranno il giorno seguente.
Il loro tempo sta per finire.
Alcuni lo sanno.
Altri, invece, fanno finta di non ricordarlo e mettono tutto dentro quelle ultime, ruvide, rime che nascono dal cuore e dalla pancia, prima ancora che dalla testa.
E così fa, quella notte, ©Silvio Durante/Lapresse Archivio storico Torino 9-12-1955 Cesare Zavattini nella foto: al Teatro Carignano lo sceneggiatore e regista Cesare Zavattini ha tenuto una conferenza nell'ambito dei Venerdì Letterari NEG- 84536Zavattini. Esce e va a fare due passi a Trastevere, in una sera di ottobre, che è una sera d’ottobrata, mentre il fiume scorre limaccioso e mite, accarezzando il suo popolo. Che è quello che dorme sotto i ponti. Ottobre è iniziato da pochi giorni, ma l’aria è placida, così ferma come se dovesse accadere qualcosa da un momento all’altro e quel 1989 potesse essere davvero qualcosa oltre l’ultimo del decennio. Chissà.
Gli viene nostalgia, a Zavattini, certe sere. Sarà che è diventato vecchio. Sarà per quello. Ma passeggiando per le vie deserte di Trastevere, sarà il fiume, sarà un certo silenzio come a Roma non si sente quasi mai, sarà un po’ l’insieme di tutte queste cose, ma insomma, quella sera a Zavattini vien quasi voglia di tornare a casa. A casa sua. Là dove il fiume è Il Fiume. E dove ottobre è un mese serio, che si presenta con certe nebbie all’improvviso, tmpo ideale per ambientare cento storie fantastiche di animali mitici, cose che fanno paura, più che altro perché nessuno le ha mai viste davvero, se non nel fondo sporco di un bicchiere di vino.
Ecco, esatto. Ci vorrebbe un bicchiere di vino. Ma non il Frascati. E neanche il Castelli Romani. Quelli sono bianchi. O rossi, ma non del rosso giusto. Zavattini pensa, Zavattini ha voglia – una voglia improvvisa e che di primo passo, un passo incerto e indeciso (non sa spiegarsi) – di un rosso scuro, di un rosso che lasci il bicchiere sporco. Per dirla tutta, Zavattini avrebbe voglia di “prenderla grossa”. Ma alla sua età, e nella sua posizione, no, meglio lasciar perdere, meglio accontentarsi di un bicchiere semplice.
Così, camminando senza meta, trova un’osteria ancora aperta. O forse “già” aperta, chissà. Ordina un bicchiere della casa e gli portano un Cerveteri rosso. Non è la stessa cosa. Decide che va bene lo stesso.
La strada è deserta, se non per loro due. Per quanto ne sa Zavattini, in quel momento potrebbero essere in due in tutta Roma. Pure il Papa starà dormendo, a quell’ora.
Il ragazzo ha una chitarra, malandata, almeno a vederla da lì, da dove è seduto Zavattini. Certo, non è più malandata di quanto non lo sia lui stesso. Non ha raccolto molto in quella sera, che si sta rivelando avara di di idee e bagnata di vino scarso.
“Suona qualcosa, avanti”, gli dice Zavattini. Vorrebbe lanciargli una moneta, ma gli sembra un gesto arrogante.
Il ragazzo si avvicina.
“Sto andando via”, risponde guardando per terra. Tiene la chitarra sulla spalla. Sulla chitarra c’è un adesivo, e sull’adesivo c’è scritto “This machine kills fascists”.
“E quello?”, chiede Zavattini.
“Quello? Cosa?”
“L’adesivo”.
Woody Guthrie“Ah, già… Woody. Woody Guthrie”.
“E tu ci credi?”
“A cosa?”
“Che quella macchina uccida i fascisti”.
Was a high wall there that tried to stop me…”, mormora il ragazzo, pizzicando le corde.
A sign was painted said private property but on the back side it didn’t say nothing.
“La conosci?”
“La conosco”, dice Zavattini. Sorride. Sorride al fatto che il ragazzo pensi che lui sia troppo vecchio per conoscere certe cose. Come se Woody Guthrie fosse “giovane”.
“Mettiti lì, che ti racconto una cosa”.
“A quest’ora?”
“Hai di meglio da fare?”
Ora, ci sarebbero state mille storie che Zavattini avrebbe potuto raccontare a quel ragazzino. Quella del temibile foionco, per esempio. Oppure quell’altra, terribile, del magalasso. Oppure, la sua preferita, quella del “pittore pazzo” Ligabue. Invece a Zavattini viene in mente la leggenda dei violinisti braccianti di Santa Vittoria.

Per andare a Santa Vittoria dipende da dove si parte. Santa Vittoria non è come Roma, che tutte le strade portano lì. Per esempio ce n’è una che costeggia il Grande Fiume e che se la si percorre verso ovest porta a Busseto. Busseto, naturalmente, è il paese del Maestro. Quella che va da Santa Vittoria a Busseto è una via di note e di privazioni, di pentagrammi e di riscatto, di grande storia e di piccole storie. E del “viceversa” di ognuna di queste definizioni.Giuseppe Verdi
Bene, “copiare il vero può essere una buona cosa, ma inventare il vero è molto meglio”, ha scritto una volta il Maestro. Così, i braccianti di Santa Vittoria l’hanno preso sul serio. D’altra parte, che altro è un “bracciante” se non qualcuno che utilizza le proprie braccia? È proprio l’utilizzo delle braccia – e di quelle loro straordinarie propaggini che sono le mani – che rende l’uomo quel meraviglioso animale creativo che è. E se le braccia sono condannate a coltivare miseria e ad arricchire solamente il padrone per le quali sono state messe forzatamente al lavoro a basso salario, spesso senza nemmeno riuscire a portare a casa il pane per la propria famiglia, allora, davvero, l’emancipazione non passa più attraverso il lavoro. Meglio, non passa più attraverso “quel” lavoro. Quindi serve inventarsene un altro, inventare un “vero” migliore, inventare una musica nuova. La cosa straordinaria è che le stesse braccia che con forza sanno governare un vomero, possiedono per loro natura la dolcezza per far scorrere un archetto sulle quattro magiche corde di un violino. Esattamente in quello spazio, in uno spazio di pochi millimetri capace di armonizzare un suono, e in un tempo, un tempo preciso e suddiviso a seconda della mazurka, del valzer, della polka e dell’occasione capace di rendere addirittura necessaria l’esecuzione pubblica di una di queste straordinarie invenzioni, ecco, proprio lì, proprio in quell’attimo, il bracciante di Santa Vittoria ha trovato la possibilità di alzare lo sguardo da terra per guardare dritto negli occhi il “signor padrone” e dirgli che in quattro corde e sette note si nasconde l’infinita varietà della dignità. Grazie all’invenzione di una musica nuova si traccia così la strada che porta dell’umiliazione al riscatto. E non attraverso la rivolta, ma con il rock’n’roll. Che ovviamente non è solo quello in quattro quarti americano, ma il suono ternario o binario delle infinite sembianze che l’acustica può prendere quando diventa Musica. L’importante, in questo caso, è che sia “popolare”, nel preciso senso del termine. E loro l’hanno fatta, la rivoluzione. A Santa Vittoria. Con i violini.

This machine kills fascists”, mormora Zavattini alla fine. “Capisci adesso?”.
Poi stira cinquemila lire, tirandole fuori spiegazzate dalla tasca dei pantaloni, e le mette in mano al ragazzo.
Mentre torna verso casa, le strade sono ancora più deserte di prima. All’est si vedono già i primi bagliori del nuovo giorno. È quell’attimo sospeso tra notte e giorno, tra realtà e finzione, dove tutte le storie possono sembrare vere, anche quelle che lo sono realmente, ma che uno non lo direbbe. Zavattini allarga il braccio destro e appoggia quell’altro intorno alla vita. Volteggia da solo, per qualche passo, al ritmo di una musica lontana, che solo lui ha in testa. Pensa che in tutta Roma, in tutta la grandiosa, maestosa, imperiale Roma, in quel momento sia concesso solo a lui di intuire la forza meravigliosa di un ballo liscio. Gli cade il basco nero a terra e meno male che riesce a fermarlo prima che quello, dispettoso, scivoli giù nel fiume. Mentre lo raccoglie, dopo essersi acceso l’ultimo sigaro che gli è rimasto in tasca, pensa che sarebbe bello che qualcuno raccontasse quella storia, una storia che, a conti fatti e per un sacco di motivi, non avrebbe potuto nascere in nessun altro posto se non là, a Santa Vittoria, “dalle sue parti”.
Magari qualcuno, prima o poi, potrebbe anche farci un film. Perché no?
Ottobre a Roma è un mese dolce e profuma di libertà. La musica inventata dai braccianti-violinisti di Santa Vittoria ne sarebbe la colonna sonora perfetta.

Denominazione d’origine popolare. La vera o presunta storia dei Violini di Santa Vittoria”. Un film di Nico Guidetti.
Prodotto da POPCult – MediaVision – I Violini di Santa Vittoria
Proiezioni in anteprima:
mercoledì 2 dicembre, ore 21, Reggio Emilia, Cinema Rosebud
lunedì 7 dicembre, ore 20, Santa Vittoria (con concerto dei “Violini”).
Denominazione d’origine popolare” è il nuovo lavoro dei “Violini di Santa Vittoria” e lo si può acquistare online.

Note
Cesare Zavattini muore a Roma il 31 ottobre 1989, ancora in attività.
I versi di Woody Guthrie sono tratti dalla sua canzone più celebre, “This land is your land”.

Un racconto di Natale

Come ogni Natale, ecco che lo sguardo severo di “zio Charles” torna a fare visita da queste parti, nel momento preciso in cui si sta qui ad attaccare il vischio alla porta. Credo sia la celeberrima “maledizione” di Ebenezer Scrooge, il mio personaggio nella recita di Natale in quinta elementare: dire così tante volte “Scrooge”, alle maestre sembrava complicare le cose, così cambiarono il nome nel più semplice “Smith”. Da allora, quasi come per “vendetta”, a casa mia non c’è Natale che si rispetti senza una qualche carola dickensiana. Portate pazienza.

Detto questo, l’augurio per tutti i Pesci Rossi lo posto quiUn racconto di Natale (“inedito”) (dai, come se poi fosse una novità) a sfondo educativ-moraleggiante.

Posso dire che spero che lo apprezzerete.

Ma se anche ciò non accedesse, beh, ci vorremo bene ugualmente e questo dei racconti di fantasmi di Natale è un piccolo “vezzo” che comunque non abbandonerò.

Buon Natale guys.

E buone feste.

Siate felici.

Il più possibile.

o-CHARLES-DICKENS-facebook

Un inedito (olimpico)

Berlino, 1936, qualificazioni della gara olimpica di salto in lungo: Jesse Owens, due nulli su tre tentativi, è a un passo dall’eliminazione. Allora l’atleta tedesco Luz Long gli suggerisce di spostare la sua rincorsa trenta centimetri più indietro.

Luz Long è morto nel 1943, sul fronte siciliano, nel corso dei combattimenti durante lo sbarco degli americani.

Le Olimpiadi per me hanno sempre avuto un fascino “sovratemporale”: “L’uomo che saltò l’Etna” è un racconto inedito e potete leggerlo qui (se vi va).

Per il resto, beh: buona estate, naturalmente.

Stay tuned 🙂

Luz Long e Jesse Owens

Un appuntamento, un racconto, un articolo (+ una notizia segreta)

Estate al lavoro per i Pesci Rossi (cioè: loro se la sguazzerebbero anche molto volentieri – pozzanghere o non pozzanghere – ma sono le occasioni e gli impegni e le scadenze che si rincorrono).

E poi ci sono anche altre cose da scrivere… Ma andiamo con ordine.

E partiamo dal ricordare l’appuntamento a Carpi, lunedì 25 luglio, ore 21,30, Giardini della Pretura: il posto è molto bello, l’occasione è davvero ghiotta, Mario Sehtl (violino) e Gianluca Magnani (chitarra) da sentire (e se piove, niente paura: ci si trasferisce all’Auditorium della Biblioteca Loria, in via Rodolfo Pio 1a).

Altra news: il “vostro” è stato invitato a partecipare alla versione on line di Granta, prestigiosa rivista internazionale di letteratura, recentemente edita in Italia da Rizzoli. Il numero uno della versione italiana di Granta tratta il tema del lavoro, così come (naturalmente) il sito web della rivista. Insomma: ne è uscito un breve racconto, “Un virtuoso rinnovamento nei rapporti aziendali“, che linko oggi qua, sul blog, con un “grazie mille” a Stefano Izzo e a chi ci ha offerto l’occasione.

Nel frattempo, come tutti sanno, l’illustre rocker correggese (LL: non c’è bisogno nemmeno di dirlo) ha fatto un super-botto-exploit al Campovolo, per l’occasione ribattezzato Campovolo 2.0. E’ stato richiesto da 24emilia.com, il sito web in cui viene pubblicato il pescioso blog “Lemon“, un commento e ne è uscita questa cosa, sul “meglio dei correggesi“: local? Non local? Boh: andava di scriverla e l’ho fatto.

Infine… Infine… Infine: ehehehehe, avrei anche una (super)bella news-news-news, ma… Accidenti, me la devo tenere stretta ancora per me, questa notizia, ancora per un po’… Sarà una sorpresa 🙂

Nel frattempo, buona estate a tutti quelli che la stanno attraversando, nei loro singoli e unici e personali modi!